Una epidemia endemica tutta britannica: food poisoning

food_poisoningNel Regno Unito esiste una epidemia continua da cosiddetto food poisoning, letteralmente avvelenamento da cibo, in italiano intossicazione alimentare. Si stima che 5 milioni di britannici abbiano almeno un caso di intossicazione alimentare all’anno.

Prima di emigrare nella perfida Albione, ormai più di sette anni fa, le uniche volte in cui mi sono imbattuto nell’equivalente del food poisoning italiano – intossicazione alimentare – fu con le cozze crude. Indirettamente per giunta, cioè qualcun altro lo aveva sperimentato per me. Quindi quando arrivo in Inghilterra anni fa è con estremo stupore che mi rendo conto che l’intossicazione alimentare qui è così comune che è come prendersi un raffreddore da noi. Ed è così normale che la gente fa spallucce o sorride quando si torna in ufficio dopo un paio di giorni di “cagarella a fontanella” dicendo cose tipo: “Sabato ho mangiato un cinese take away e sono rimasto tutto il giorno in bagno!”

Tutti i miei colleghi e gli amici l’hanno avuta e da pensare il fatto che in 7 anni io non abbia mai avuto niente. E con me molti miei amici italiani che vivono qui. Quindi il problema, mi pare, non sta nel cibo contaminato visto che mangiamo dagli stessi ristoranti e supermercati ma nelle abitudini alimentari e igieniche dei britannici. Mangiare take-away vecchi di giorni perché non hanno voglia di cucinare, il loro continuo ciucciarsi le dita durante i pasti (e di fronte a tutti), il non usare tovaglie e tovaglioli ai ristoranti, ingurgitare senza alcuna precauzione cibo caduto a terra ecc.

Non c’è da stupirsi che i turisti inglesi poi non abbiano alcun problema quando fanno le loro “avventure alimentari” nei paesi del terzo mondo. Il Regno Unito è una palestra per l’immuno-efficienza dell’organismo umano. Come dico sempre: se hai vissuto in UK puoi vivere dappertutto.

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Sei italiano per puro caso

roman-empire-mapGuardando a questa mappa dell’Impero Romano alla sua massima estensione ci rendiamo conto di quanto l’Europa di oggi sia stata plasmata 2000 anni fa dalle scelte dei vari imperatori che si sono succeduti al trono di Roma. Se i romani avessero vinto alla battaglia di Teutoburgo a quest’ora la Germania non esisterebbe come la immaginiamo oggi e la divisione tra popoli latini e germanici sarebbe molto più spostata a nord o a est. Se invece di costruire il Vallo di Adriano le truppe romane fossero riuscite a penetrare nelle highland scozzesi a quest’ora quella che noi chiamiamo Scozia sarebbe indistinguibile per cultura e lingua dal resto del Regno Unito (e non si chiamerebbe Regno Unito). E così via.

Insomma le nostre nazionalità e tutti i confini che gli uomini considerano sacri non sono altro che il frutto di una decisione presa 2000 anni fa. Il caso, la necessità o la volontà di un imperatore o generale hanno decretato la natura odierna di quelle che chiamiamo nazioni oggi. Eppure, nonostante questo concetto sia palese nello studio della storia ci sono ancora persone a questo mondo -adulti oserei dire, e perfino con una certa istruzione – che considerano la propria appartenenza ad una nazione come qualcosa di speciale e unico. Inutile far loro presente che sarebbe bastato che l’Imperatore Augusto avesse fatto avanzare le truppe un po’ più in là di un fiume e ora la nazionalità di cui si vantano non esisterebbe e sarebbe sostituita da un’altra. Un’altra per la quale si celebrerebbero le stesse lodi.

Famiglia, nazionalità, religione, lingua, sono tutti frutti del caso e dipendono da milioni di fattori e da milioni di scelte di singoli individui durante i millenni passati. Come si possa considerare la propria nazionalità o cultura o religione speciale, unica o la migliore rispetto a tutte le altre per me è un mistero. O semplicemente un retaggio della nostra natura tribale, un istinto iscritto nei nostri geni che ci fa credere che il nostro gruppo sia il migliore e che tutto il resto sia inferiore.

E questo è particolarmente e oscenamente disarmante in quei paesi multietnici come il Libano, la Nigeria o la ex-Yugoslavia. Per esempio anni fa parlavo con uno studente nigeriano il quale si vantava del suo cristianesimo pentecostale, l’unico vero per lui. Nel villaggio affianco sono protestanti anglicani, nell’altro ancora musulmani e quelli più interni ancora animisti. Ora, il fatto che ogni villaggio abbia una religione in particolare non è stato il frutto di una decisione volontaria presa dagli abitanti del villaggio, né una benedizione o punizione del dio ma semplicemente del colonialismo europeo a macchia di leopardo in Nigeria. Sulla costa fu più facile convertire forzatamente al cristianesimo, all’interno no. A seconda dei missionari poi ci sono state conversioni diverse, ed ecco quindi il motivo dei pentecostali, battisti, anglicani, cattolici ecc.

L’uomo nazionalista o religioso è così egocentrico che pensa che il mondo sia stato fatto per lui e intorno a lui. Il nazionalismo così come la religione sono due facce della stessa medaglia: l’istinto tribale a considerare il proprio clan come quello privilegiato, benedetto, speciale e migliore. Un comportamento che in tutti i libri di psicologia viene comunemente considerato come infantile.

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Dell’invidia e della rottura dell’armonia della comunità

Torno in Sardegna e mi colpiscono due storie apparentemente scollegate ma che raccontano più di ogni altra cosa la mentalità di questa isola dal futuro condannato.

La prima riguarda un postino di un paese, Mores, che è stato scoperto mentre accumulava da 4 anni 4 quintali di posta mai consegnata. Rischia 3 anni di carcere ma il paese lo ha subito difeso con la più classica delle arringhe popolari difensive “E’ una brava persona”. Il sindaco vuole perfino reinserirlo nella società. Un famoso scrittore sardo, Marcello Fois, ha pure intonato un poema epico sul Corriere in suo onore.

Questo episodio ci insegna che: il crimine non viene punito se si è appartenenti al clan – fosse stato di un paese vicino o del Continente avrebbero issato il cappio in piazza. Facili a a perdonare il vicino, facili ad impiccare lo straniero. Inoltre che in quest’isola non esiste l’assunzione della responsabilità, non esiste la libera scelta individuale ma sempre e comunque bisogna trovare l’approvazione della comunità per ogni atto compiuto. L’individuo è totalmente sottomesso alla collettività che può punirlo o perdonarlo.

Il secondo episodio riguarda un atto vigliacco ma molto comune in quest’isola: l’attentato incendiario. Un classico che non tramonta mai che colpisce in genere vittime giovani o estranee al paese. In tutti e due i casi persone che portano qualcosa di nuovo nella comunità. Il caso di oggi, ma ripeto si tratta di atti vandalici giornalieri, è un pub di Mamoiada che 4 ragazze avrebbero dovuto inaugurare questo sabato. Un’attività anomala e troppo moderna che avrebbe sicuramente rovinato l’armonia bucolica della comunità sarda tanto acclamata da persone come un Marcello Fois per dire. Infatti rispetto ad altri attentati di tipo mafioso del resto d’Italia (mancato pagamento pizzo, vendetta tra cosche ecc.), i moventi sardi fanno parte di categorie tutte locali: invidia, paura del nuovo e distruzione dell’armonia bucolica. Non è raro infatti in Sardegna sentire i propri parenti smontare i sogni dei più piccoli con frasi come: “Ma chi te lo fa fare?” ; “Si è sempre fatto così, perché devi cambiare?” ; “Non ce la farai mai.” ; “Invece di fare di testa tua perché non chiedi aiuto a X (per x si intende qualsiasi parente, amico o amico di amici che ha un’attività a cui elemosinare un lavoretto)”.

Questo episodio ci insegna che nell’isola qualsiasi attività imprenditoriale che porti qualcosa di nuovo è destinata a fallire perché collegata all’episodio di prima del postino: la comunità decide per l’individuo e se l’individuo pensa per se stesso è condannato.

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Alcuni pensieri sulla sperimentazione animale

Vorrei ritornare brevemente sull’argomento sperimentazione animale, a freddo, con più calma. E vorrei farlo mettendo a nudo i miei sentimenti, di ricercatore certo ma anche e soprattutto di persona con un discreto livello di sensibilità. Verso il dolore, verso la morte, verso il prossimo.

Credo che quello che possa dividere me da un animalista medio sia la percezione della vita come un’inevitabile strada verso la morte. E’ difficile generalizzare e non sarebbe giusto nei confronti di chi invece esce da questo mio stereotipo ma nella mia esperienza di vita questi sono i sentimenti che ho riscontrato nei cosiddetti animalisti: la vita è sacra, la morte è inaccettabile, tutti gli esseri viventi sono uguali, la sofferenza non dovrebbe esistere.

Sono convinto che molte delle persone che sono contro la sperimentazione animale non abbiano ancora raggiunto un equilibrio con la morte. Non si siano rassegnati – no rassegnarsi non è il verbo giusto ma ora non mi viene in mente altro – all’inevitabilità della morte. Il ciclo della vita-morte, viviamo della morte di altri esseri, muoriamo per la vita di altri esseri. Il ciclo del carbonio lo chiamano, non facciamo altro che trasferire queste catene organiche con milioni di C e H da un essere ad un altro, in un immenso fiume organico che dalla polvere ci porterà di nuovo alla polvere. Niente si crea dal nulla e nulla si distrugge. Vivo del C di un’ameba mangiata milioni di anni fa e l’H viene dal batterio morto un miliardo di anni fa. Non c’è scampo: se vuoi vivere devi appropriarti del C e dell’H di qualcos’altro. E che tu lo faccia tramite animale o una pianta non cambia nulla: le catene di C della pianta sono state parte di un animale e prima ancora di un altro. Le radici crescono sul sangue di miliardi di atroci omicidi e silenziose tragedie.

La morte quindi è una cosa normale, banale, giusta per giunta. Dovrebbe esserlo ma non lo è per molti che sono vissuti in una generazione cittadina, anestetizzata, ripulita dalla morte. Dove il morto si nasconde agli occhi dei vivi e viene spedito in celle frigorifere, dove preleviamo dalle celle frigorifere fette di carne senza vedere la morte o la macellazione. Non esistono ambientalisti in campagna, non esistono animalisti tra i pastori. Esistono solo nelle città.

Ho tolto la vita certo, ma questo non mi rende più mostruoso di chi ogni giorno si ciba di cadaveri ben serviti sul proprio piatto uccisi da qualcun altro. O di chi mangiando delle verdure pensa che siano cresciute senza conoscere il sangue e la morte di qualche altro essere.[*] Ho tolto la vita e l’ho fatto con estremo rispetto e cura. Non ho mai sprecato la vita a cui ho tolto il respiro e ho sempre insegnato ai più giovani questo rispetto. Religioso rispetto. Ringraziare il prossimo per il sacrificio.

Non mi aspetto che tutti possano comprendere queste parole ma se c’è qualcuno là dietro la tastiera che legge e non è ancora convinto chiedo la pazienza di aspettare ancora perché ho in serbo degli esempi più pratici.

In laboratorio si ricrea l’eterno ciclo della vita e della morte, esattamente come in natura. I topi vengono uccisi, i topi vengono fatti accoppiare, i topi vengono nutriti, i topi vengono usati. Sarebbe da stolti pensare che un topo non venga ucciso o non venga mangiato in natura. In natura non funziona così, non è sterilizzato come nelle società moderne dove la morte non si vuole vedere. I topi sono roditori e come tali sono destinati al nutrimento di altri animali. La vita media di un topo in natura è di tre mesi, in un laboratorio di 2 anni. Un topo è continuamente cacciato, maltrattato, smembrato, ucciso da altri animali; alla continua ricerca di cibo se sopravvive alla caccia spesso muore di malattie o di freddo. Da questo punto di vista il topo di laboratorio è un privilegiato con temperature e cibo costanti, livelli di stress minimi e abnormi rispetto al mondo reale. Molti si riproducono, altri non arrivano all’età adulta, ma veramente pochi conoscono la paura, la sofferenza, la fame, la malattia. Ma non è un paradiso è alla fine arriva il momento della morte. Ma invece di finire nelle fauci di un gatto o un serpente per estrarre le catene organiche di C e H, possiamo usare il suo corpicino per altri scopi. Per capire come funziona la vita, per sconfiggere il dolore, per debellare le malattie. Non solo per noi stessi ma anche per altre specie, incluso Mus musculus.

Da una parte abbiamo un topo in natura che morirà nel giro di tre mesi forse sotto atroci sofferenze, dall’altro possiamo scegliere di fargli avere una vita tranquilla e senza stress per poi chiedergli indietro la vita senza sofferenze. Cosa scegliereste se foste un topo? Non è forse un buon accordo tra le parti? Ti allungo la vita e non ti faccio conoscere la sofferenza, quando muori utilizzo le tue cellule per salvare altre vite. Il ciclo del carbonio è alterato ma è pur sempre lo stesso identico eterno ciclo. La Signora con la falce arriva ma solo quando lo decidiamo noi.

Il problema quindi per me non è la morte di per se stessa, che è normale e che accetto, ma il dolore. A parte rarissimi casi la maggior parte degli animali viene semplicemente uccisa per prelevare cellule o organi e questo viene fatto sempre, assolutamente sempre sotto anestesia.

Con tutto questo in mente alla fine un uomo può fare una scelta: razionale ma anche e soprattutto etica. Una volta che si hanno davanti tutti i pezzi del puzzle della vita su questo pianeta ci si rende conto che spesso le scelte che paiono più atroci sono paradossalmente le più caritatevoli. Non pretendo di avere l’ultima parola e neppure di avere in mano tutti i pezzi di questo immenso puzzle ma prima di aprire bocca e prima di giudicare gli altri bisognerebbe fermarsi cinque minuti e pensare.

[*] Per ogni ettaro di terreno coltivato a graminacee vengono uccisi 100 topi, graminacee che poi vengono utilizzate anche per i mangimi dei topi che gli animalisti hanno salvato dai laboratori.

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Siamo fatti per essere poliglotti

Brueghel-tower-of-babelSi fa tanto un gran parlare recentemente riguardo alla predominanza della lingua inglese sulle questioni internazionali, nella tecnologia, nell’istruzione e in generale nei media. Ovviamente chi ne parla porta avanti un discorso di protezioninismo della lingua nazionale contro l’invasione della lingua inglese. Fanatici di tutto questo sono per lo più i francesi ma anche in Italia non si scherza.

La lingua inglese è la lingua della tecnologia, della globalizzazione, del commercio, dei nuovi media e non poteva che essere così per questioni storiche e pratiche. Così come fu il turno del latino, del greco, dell’italiano, del francese ecc. Chi domina politicamente e tecnologicamente un periodo storico si troverà la propria lingua come ponte tra le varie culture, come una lingua franca. Se la guerra l’avessero vinta i tedeschi ora staremmo a parlare il tedesco. Quindi zitti che ci è andata bene.

Ma nessuno si è resto conto che l’umanità sta riscoprendo qualcosa che aveva perso nei secoli passati a causa della nascita degli stati nazionali: il bilinguismo. Fin dalla nascita delle civiltà in Mesopotamia, Egitto e Vicino Oriente l’uomo ha sempre parlato una o più lingue. Quella del dominante e quella del dominato. Nei grandi imperi del passato la lingua della capitale era essenziale per sopravvivere. E non parlo solo delle classi più agiate. Per esempio nell’impero romano i soldati provenivano dagli angoli più remoti dell’impero ma dovevano ricevere gli ordini in latino. I commercianti di Damasco dovevano conoscere il siriano, il greco, il latino e perfino un po’ di arabo. A Roma se si voleva salire la scala sociale si dovevano leggere i testi greci in originale. Gli abili navigatori fenici dovevano conoscere le lingue franche in tutti i porti in cui approdavano: greco, latino, egiziano e ovviamente la lingua fenicia. Nell’impero Austroungarico ungheresi, sloveni e serbi dovevano imparare il tedesco. Nell’impero Ottomano se un berbero dell’odierna Libia voleva commerciare con Istanbul doveva prima parlare l’arabo poi il turco. Gli armeni incastonati tra turchi e persiani dovevano imparare turco e farsi e visto che c’erano un po’ di curdo.

E posso continuare così all’infinito. Questo solo per dire che dobbiamo mettere tutto in prospettiva. La generazione dei nostri padri è stata quella più monoglotta degli ultimi cento anni – a causa del lascito della formazione dello Stato nazionale e del fascismo- e solo ora ci stiamo riappropriando del bilinguismo che ci è tanto naturale. La poliglossia dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione. Non solo perché ti permette di vincere in un mondo sempre più difficile ma anche e soprattutto perché ci rende più intelligenti e più aperti verso le novità e il prossimo.

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Sugli incresciosi fatti accaduti al CNR di Milano

green hillAlcuni di voi avranno senza dubbio sentito del commando di animalisti che è entrato al CNR di Milano per liberare centinaia di topi e ratti da laboratorio. Si tratta dell’associazione “Fermare Green Hill” famosa per quello che accadde mesi fa con la liberazione dei beagle della Green Hill. Non ho alcuna voglia e tempo di impostare questo post con tutte le giustificazioni razionali che mi possono venire in mente riguardo alla sperimentazione animale. Ci sarà sicuramente tempo in futuro per parlare della mia posizione in merito. Semplicemente elencherò quello che succederà agli animali che sono stati liberati:

1) al contrario di quanto si possa immaginare gli animali da laboratorio devono stare per legge in condizioni ottimali con temperatura, livelli di umidità e illuminazione costanti, aria filtrata e priva di contaminazioni ambientali, il più basso livello di stress possibile (si cammina quasi in punta di piedi nello stabulario), gabbie pulite e autoclavate ogni giorno, cibo e acqua in quantità e nel caso della soppressione anestesia e eutanasia. Insomma un topo da laboratorio riceve più cure del vostro cane a casa e ha perfino la vita più tranquilla di molti esseri umani.

2) Ora immaginate cosa può succedere ad un animale abituato a stare in un ambiente così tranquillo e con condizioni ambientali così costanti per generazioni una volta che viene esposto al mondo, quello vero. La maggior parte di questi animali sono albini, la luce può fargli male o accecarli; altri sono geneticamente immunodepressi e basterebbe il vostro respiro per ucciderli; molti sono transgenici e sono knock-out per importanti geni implicati in funzioni vitali che senza le adeguate cure sono condannati a morte certa e dolorosa; altri ancora non sopravviveranno nelle gabbie sudice dei loro nuovi padroni a causa della fragilità dei loro metabolismi abituati a condizioni costanti.

E’ assolutamente shoccante che nessuno abbia arrestato questi criminali, che nessuna voce si sia levata contro uno scempio del genere per la ricerca, i ricercatori e per gli stessi animali. Ma su questi temi sensibili l’opinione pubblica è al 100% con questi terroristi. Ed è ancora più shoccante dover leggere le parole di uno di questi animalisti:

Di cosa si occupa il laboratorio?
Non lo sappiamo ancora, dentro abbiamo trovato schede e schedari, li dobbiamo esaminare, per ora non so dirti niente di preciso.

Il ragazzo non sa neppure dove è entrato. Sarebbe potuto essere un laboratorio di comportamento per esempio dove in genere non viene soppresso alcun animale. Ma che ce ne importa?

Tipo? Avete qualche idea su ricerche alternative? Ne esistono?
No, non lo so. Non ci riguarda. Noi non parliamo del punto di vista scientifico, anche perché nessuno di noi è laureato in materie scientifiche. A queste domande lasciamo rispondere gli esperti, laureati che hanno molta più credibilità di noi. Noi diciamo che nessun essere vivente deve essere trattato come schiavo per il bene dell’uomo. Non c’è una specie superiore.

Nessuno di loro è laureato in materie scientifiche. Ovvio altrimenti non parlerebbero di ricerche alternative, una sorta di Santo Graal cercato da chi… non è laureato in materie scientifiche. Sarà per caso questo il motivo?

Avete dei rapporti con le associazioni pro-ricerca?
No, non ne abbiamo mai avuti. Noi la mettiamo sul piano etico e loro rispondono sul piano scientifico, e a noi non va bene. È una discussione che non possiamo e non vogliamo affrontare.

Non esiste alcuna discussione perché siete dei fanatici che non capite un cazzo di vita, biologia e benessere degli animali come si vede dalla foto in cui tenete quel povero coniglio in braccio. Quei conigli sono così delicati che abbracciarli in quel modo potrebbe fargli venire un infarto. Tra l’altro gli avete “spalmato” tanti di quegli antigeni che quel coniglio è spacciato comunque.

Una cosa mi fa sorridere di tutta questa vicenda: non posso non pensare alla faccia di questi animalisti quando porteranno questi conigli e i topi dal veterinario per cercare di salvarli da tutte le complicazioni che avranno; chissà cosa penseranno quando sapranno che nella clinica veterinaria utilizzeranno farmaci testati su quegli stessi animali che cercano di salvare? Chissà come sarà la loro faccia quando vedranno i farmaci delle diaboliche multinazionali farmaceutiche in fila sugli scaffali del veterinario?23YearsPoster_lg

E ancora nel lettino dell’ambulanza dopo essere stati investiti da un auto diranno di no all’anticoagulante testato sugli animali che gli salverà la vita?

Perché in definitiva, e con questo chiudo, se questi animalisti sono arrivati all’età adulta per poter liberare questi animali è anche perché la ricerca scientifica sugli animali glielo ha permesso coi tanti vaccini che si sono presi da bambini. Capito, animalisti di Fermare Green Hill? O volete che ve lo dica in modo più diretto: voi esistete grazie a noi ricercatori, senza di noi sareste crepati in culla, voi, tutte le persone a cui volete bene e perfino gli animali che avete in casa. Amen.

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Sull’aborto di Stato cinese

CHINA_-_USA_CHINAFLAG_AND_WOMBNe scrissi anni fa anche nel vecchio blog ma grazie a questo articolo ne approfitto per riproporre gli stessi argomenti. Sull’aborto in Cina c’è tanto mito e tanta disinformazione in Occidente. E’ chiaro che l’episodio linkato è raccapricciante e se ne sono sentiti tanti altri in passato ma è importante comprendere una cosa essenziale: in Cina non esiste l’aborto di Stato e chi spinge una donna ad abortire o la costringe con la forza è un criminale e la legge cinese lo punisce.

Per togliere ogni dubbio dico subito che il sistema comunista cinese è agli antipodi rispetto alla mia società ideale e che la mia opinione sull’aborto è molto più sfaccettata di quanto si possa credere. Scrivo questo post solo per amore per la corretta informazione e per chiarire le idee a molti. Si leggono tante cose inesatte e esagerazioni sui giornali e sui social network la cosa è perfino peggiore.

Ma per prima cosa cerchiamo di capire come funziona la legge del figlio unico e quali sono gli effetti di questa legge sulla società cinese.

  • la legge fu varata nel 1978 dal governo cinese per limitare la crescita quasi esponenziale della popolazione cinese.
  • la legge consiste nell’incentivare le famiglie con figlio unico e disincentivare quelle con più figli. Come? Con punizioni fiscali: chi viene scoperto paga un’ammenda, proporzionale al salario annuale. Chi è ricco paga di più, chi è povero paga di meno anche se comunque si tratta di una multa salatissima. Inoltre il figlio nato illegalmente dovrà essere sostenuto dalla famiglia, non più dallo Stato (sanità, istruzione ecc.). Chi invece mantiene una famiglia con un solo figlio ha incentivi fiscali, bonus a lavoro ecc.
  • nelle zone rurali se il primo bambino è femmina ai contadini viene concesso un secondo tentativo sperando che sia maschio per aiutare il padre nei campi.
  • nelle famiglie con particolari problemi, per esempio padre incapace di lavorare, viene concesso un secondo figlio.
  • altre cose che pochi sanno sono: due figli unici possono avere due figli, se il bambino è nato all’estero e ha passaporto straniero non viene multato, i parti gemellari sono ammessi, l’aborto selettivo è illegale. Con tutte queste eccezioni alla fine la legge interessa solo il 36% della popolazione cinese.
  • ovviamente in un contesto del genere gli effetti sulla società sono devastanti: i ricchi hanno più figli, i poveri meno e tenderanno a scegliere l’aborto, spesso selettivo per avere maschi invece che femmine. Una famiglia non ha la libertà di decidere come organizzare la propria vita e gli aborti per evitare multe o complicazioni sono all’ordine del giorno.
  • le istituzioni nel caso scoprissero una gravidanza illegale si comportano nel seguente modo: multano i genitori oppure chiedono alla donna se vuole abortire gratuitamente. Gli ufficiali che forzano l’aborto, soprattutto nelle zone rurali magari anche per prendersi mazzette, stanno facendo qualcosa di illegale e la legge li punisce. Ma sappiamo bene quanta corruzione ci sia in Cina quando si parla di ufficiali delle amministrazioni.

Quindi chiariamo subito questa cosa: in Cina non esiste l’aborto di Stato. Punto. Altra stupidaggine che si sente riguarda l’eugenetica di Stato. Giusto per farvi venire qualche dubbio riguardo a questo punto vi basti sapere che tutte le minoranze etniche in Cina sotto i 10 milioni di abitanti sono esenti dalla legge. In pratica la legge è applicata solo sulla maggioranza Han, più del 90% della popolazione cinese, proprio per preservare le minoranze etniche del paese.

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