Off the radar

Da giorni leggo sui giornali de “la guerra in Medio-Oriente”, de “la più grande crisi umanitaria”, degli appelli di pacifisti vari per l’una o l’altra parte, dei potenti della terra che cercano di trovare una soluzione, di migliaia di commenti pro o contro Israele o pro o contro Hamas copia-incolla delle guerre precedenti tra Israele-Palestina (sinceramente mi sentirei un po’ stupido nel 2014 a dover scrivere ancora di argomenti triti e ritriti sulla situazione israelo-palestinese. Seriously? Get over it. A cominciare dal fatto che oggi sì dovrebbe chiamare conflitto israelo/egiziano/saudita contro Hamas). L’attenzione è stata “rapita” volontariamente da media e politici e dai pappagalli che ripetono sul web tutto quello che gli danno in pasto i primi due su una guerra così sopravalutata che mi vengono i conati appena ne sento parlare.

Mentre in Palestina morivano terroristi di Hamas e civili nel numero di 1850 persone circa, nel raggio di appena 2000 chilometri venivano trucidate, impalate e decapitate decine di migliaia di persone, mezzo milione cercavano rifugio nei paesi vicini, decine di moschee e templi venivano rasi al suolo, la sharia veniva imposta su 6 milioni di abitanti e due stati venivano cancellati dalle mappe geografiche.

Quello che vi siete persi nelle puntate precedenti (perché eravate troppo intenti a dare dei puzzoni ai palestinesi o dei nazisionisti agli israeliani):

1) L’ISIS (o come ha imposto ai suoi sudditi d’ora in poi IS, pena frustate e multa) si è espanso verso il nord. Ha catturato la più grande diga del nord del paese, quella di Mosul e per la prima volta sta combattendo contro i peshmerga curdi. Peshmerga che per la prima volta hanno chiesto l’intervento dell’aviazione irakena.

2) nel frattempo l’ISIS ha già trovato il prossimo target, il Libano, dove ha conquistato una città al confine tra Libano e Siria. Simpatizzanti dell’ISIS hanno dimostrato nelle strade di Tripoli e il Libano si appresta a diventare il prossimo stato mediorientale a cadere nell’inferno della guerra civile sciiti-sunniti.

3) mentre i media di tutto il mondo si stanno scandalizzando per i cristiani a cui viene imposta la jizya, la tassa sui seguaci delle religioni del Libro, o l’esilio centinaia di migliaia di Yazidi scappavano sulle colline del Kurdistan da morte certa dopo che l’ISIS ha bombardato con colpi di mortaio il loro principale villaggio al Nord dell’Iraq. I poveri Yazidi, appena 500000, non hanno nessuno in Europa che simpatizzi per loro. La Francia si è offerta di accogliere i cristiani irakeni ma nessuno si è offerto di accogliere gli Yazidi, una religione di serie B evidentemente. La solidarietà è selettiva si sa. Questo è il 73esimo massacro della millenaria storia degli Yazidi, seguaci di una religione antichissima e vicina allo Zoroastrismo. I mujaidin dell’ISIS hanno ucciso a sangue freddo centinaia di uomini Yazidi e rapito migliaia tra donne e bambini di cui non si sa più nulla. Uccisi perché infedeli adoratori del diavolo, secondo l’Islam, non perché resistenti o armati. Neppure la scelta della jizya per loro. Tra l’altro la jizya nei califfati del passato c’è sempre stata. I califfati che i radical-chic in Europa considerano tolleranti. Parlano perfino di epoca d’oro dell’Islam. Un posto dove devi pagare una tassa perché sei un cittadino di serie B. Chissà se gli stessi radical chic si scandalizzano per l’imposizione della jizya ai cristiani irakeni oggi. Ma come 500 anni fa era tolleranza, ora invece fondamentalismo?

4) con questa nota vorrei ringraziare quel simpaticone di Sarkozy che ha ucciso Gheddafi lasciando la Libia nel caos più o meno allo stesso livello della Somalia. Mentre postavate su Facebook le immagini dei bambini palestinesi che piangono con il pupazzo in mano la Libia è scomparsa, non esiste più. Infatti l’aeroporto di Tripoli è distrutto, Bengasi è stata proclamata un califfato affiliato all’ISIS e Ansar Al Sharia, il più grande gruppo jihadista del maghreb ha giurato fedeltà a Al Baghdadi, il parlamento è scappato a Tobruk. Ah, 13000 filippini sono stati salvati da navi greche (nei giorni scorsi un filippino è stato decapitato in pubblico e una filippina stuprata da una gang di jihadisti) e decine di migliaia di stranieri stanno scappando in queste ore su navi militari britanniche, greche e maltesi per sfuggire al massacro. Algeria e Egitto stano pensando ad un attacco militare in territorio libico e decine di militari tunisini e egiziani sonos tati uccisi in scontri a fuoco al confine con la Libia. Per quanto mi riguarda la Libia non esiste più e si limita alla città stato di Tobruk. Poi fate voi eh. Fate finta che a poche miglia dalle coste siciliane ci sia ancora un paese che si chiama Libia.

5) potrei continuare a parlarvi di Boko Haram in Nigeria, di Al shabab in Somalia e Kenia, dei simpatizzanti pro-ISIS in India, Pakistan, Kashmir o degli occidentali che stanno partendo in migliaia per il fronte tra cui centinaia di britannici. Carina la storia delle gemelle britanniche che studiavano medicina a Machester che candidamente hanno detto che “Non voglio studiare per curare questi pagani. Ora farò il medico per i combattenti dell’ISIS.”

Quello che sta succedendo ha dell’incredibile: l’avanzata dell’ISIS ha la stessa importanza storica di una Rivoluzione Francese, di una guerra civile spagnola o della salita al potere de bolshevichi. La gente non si rende conto di quello che sta succedendo. La Rivoluzione jihadista non si può fermare più e arriverà a lambire l’Europa in pochi anni. tutti i rapporti di forza verranno riscritti, l’intera mappa del vecchio continente, dell’africa e dell’asia verrà riscritta. E anche se l’ISIS verrà fermato come fu fermata la Rivoluzione francese, arriverà sempre un Napoleone su cavallo che sguaina una scimitarra che cambierà il mondo o un Gengis Khan che lo raderà al suolo. E tutto questo mentre i giornali italiani danno consigli sulla prova bikini o sulle file chilometriche augostane. Buona apocalisse a tutti.

 

 

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Lo scandaloso stato di abbandono del Museo Archeologico di Cagliari

0081887975567Quando uno dei relatori di una recente conferenza sui giganti di Mont’e Prama a Cagliari (sui giganti ne parlerò più estensivamente nei prossimi giorni) ha raccontato di un episodio in cui un non sardo si meravigliava dell’esistenza della cultura nuragica la platea ha mugugnato in segno di indignazione. Quante volte ho visto l’indignazione sul viso del sardo che con quella smorfia bacchetta il resto del mondo per l’ignoranza sul periodo nuragico. Come può la gente non sapere dell’isola delle 7000 torri di pietra? Come può la storiografia far finta che qui in questa terra in mezzo al Mediterraneo un popolo “fiero e combattivo” viveva e costruiva una civiltà ben 700 anni prima della fondazione di Roma? Un complotto ordito dal continente, evidentemente. Forse io in quella platea sono stato l’unico a non essermi sorpreso. Al contrario tra me e me mi chiedevo come una persona che viene fuori dalla Sardegna (e non sa neppure che esista nelle cartine geografiche) possa sapere della civiltà nuragica. Come si può infatti pretendere che un “continentale” sappia cose che neppure il sardo conosce? Nessuno in quella sala (a parte l’archeologo, ma avrei i miei dubbi anche su questo) avrebbe saputo rispondere correttamente a domande basilari che riguardano il periodo storico in cui la civiltà nuragica si sviluppò, il rapporto con gli altri popoli del Meditarraneo o le divinità che veneravano (giusto per menzionare quelle più facili). In un’isola di opposti estremismi come la Sardegna l’ignoranza del proprio posto nella storia è la norma. Il sardo non sa nulla di se stesso, della sua lingua, della sua cultura. Li adotta e ne va fiero per motivi nazionalistici ma non ne capisce appieno l’importanza e il perché. Il sardo avrebbe potuto ereditare tratti somatici balcanici, parlare una lingua turkmena, adorare divinità indù ma questo non avrebbe fatto alcuna differenza. Li avrebbe adottati comunque senza capire il perché di quel mix così inusuale in mezzo al Mediterraneo. Come ci si può stupire allora dello straniero che non conosce la storia della Sardegna?

Mi dovete scusare per il lungo preambolo “antropologico”, se mi passate il termine, ma mi serviva per introdurre emotivamente (e per caricare il sottoscritto emotivamente) un tema, ahimè, serissimo: il vergognoso stato dell’archeologia isolana, dei suoi musei e delle esibizioni museali. Lo scandalo in particolare riguarda il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Scandaloso perché? Perché dovrebbe essere un gioiello museale da far invidia al mondo per le sue ricchezze e i suoi manufatti ma si trova in condizioni disastrate complice l’indifferenza del mondo accademico isolano e nazionale, la stampa e la politica. Non mi aspetto che un politico o un giornalista riescano a cogliere i problemi della sfera prettamente archeologica ma almeno si rendano conto delle mancanze organizzative. I problemi infatti sono due: il primo riguarda la struttura stessa e i (non) servizi erogati; il secondo le scelte espositive, le imprecisioni e l’anacronismo delle esposizioni soprattutto dopo alcune recenti scoperte. Le due problematiche non sono poi così slegate tra loro visto che sono sintomo di una generale ignoranza di chi prende le decisioni dall’alto in enti pubblici. Un’ignoranza collegata al preambolo di prima, ovvero il sardo non ha alcuna idea di cosa ha a che fare quando si trova in mano la sua storia anche sotto forma di manufatti archeologici.

montiPrama-307019261Primo, struttura e servizi: dopo anni di onorato servizio in uno dei palazzi storici più belli di Castello (ora in rovina e abbandonato) il museo archeologico fu spostato all’interno dell’ex-Regio Arsenale per costituire insieme al MAS e alla Pinacoteca [*] un polo museale unico. Una bella idea non c’è dubbio, ma progettata malissimo. Il Museo archeologico infatti è incastonato tra le mura del bastione nord e si dipana tra scale, scalette tra mille piani, sottopiani e mezzanine che rendono il percorso… impercorribile. Infatti non esiste un inizio e una fine obbligatori ma un labirinto senza senso che forza il visitatore a continui giri su stesso, retromarce e dubbi. I visitatori non sanno dove andare, si chiedono “siamo già passati qui?”, “Ah, questo non l’avevo ancora visto!”. Perfino il sottoscritto che l’ha visitato più volte ha dovuto scervellarsi per trovare le sale e i manufatti che gli interessavano.

Sfortunatamente da questo punto di vista si può fare ben poco anche se una riorganizzazione interna delle sale e degli accessi più logica potrebbe aiutare. Vediamo i (non) servizi. Arriviamo alla biglietteria e un anziano custode che parlava solo italiano ci informa che non esiste una guida (questa infatti deve essere prenotata per gruppi grandi). Questo nonostante sia stata appena allestita una delle mostre archeologiche più attese del decennio a Cagliari e di importanza internazionale: i giganti di Mont’e Prama. Al piccolo ma efficiente museo di Cabras, che ospita metà dei 38 giganti, la guida c’era e il percorso era ottimo e ben organizzato. Vabbé, farò io da guida ai miei ospiti visto che mi appassiona la storia fenicia e quella nuragica. Da qui in poi non abbiamo visto un solo addetto del museo. Nessuno, neppure i soliti guardiani annoiati che si leggono il giornale agli angoli delle sale. Chiunque avrebbe potuto rubare, pasticciare, vandalizzare i manufatti senza che alcuno se ne fosse accorto. Io di telecamere e di sistemi di sicurezza non ne ho visto (ma mi potrei sbagliare).

L’inglese, questa lingua sconosciuta, è inesistente. Non una singola targa è stata tradotta e non esistono descrizioni in lingue diversa da quella italiana. Tutta roba scritta negli anni 80 e inizio anni 90 (lo capisci dal font e dal colorito giallastro) in linguaggio supertecnico spesso incomprensibile a un non addetto ai lavori. Questo fantasma che aleggia nelle sale, l’inglese, è così evanescente che nel libro dei commenti/firme all’uscita i poveri turisti internazionali si chiedevano come fosse possibile che nel 2014 un museo di fama internazionale non avesse la traduzione in inglese. Un commento descriveva alla perfezione la situazione: “I didn’t understand a single thing.”. E lo capisci anche dallo sguardo perso nel vuoto dei visitatori stranieri che passavano da una sala all’altra senza alcun input: vasi, cocci, bronzi, statue. Che significato possono avere senza un contesto, senza una storia dietro? Queste persone dopo essere uscite dal museo non avranno capito nulla e non si porteranno nulla dietro. Chi erano i nuragici? Chi erano i fenici?ThumbServlet-797021170

Bagni? Se non avessi visto una porticina aperta fuori nel cortile (!) da cui si intravedeva un WC non avrei mai visto i bagni, e come me le centinaia di turisti che lo visitano. Pubblicazioni? Cartoline? Idee regalo? Monografie? I musei cadono a pezzi, non abbiamo soldi per i dipendenti ma a nessuno viene in mente di fare uno shop come in tutti i musei del pianeta. Chi volesse avere più informazioni riguardo ai giganti rimarrà deluso. Le cose le potrete sapere dai blog di pochi appassionati su internet senza alcun timbro di ufficialità (poi ci si lamenta degli pseudoarcheologi che tirano fuori Atlantide). Brochure? Per carità! Secondo il sovrintendente in diretta TV alla RAI ci sono stati problemi tecnici nella stampa. Eh già, il toner da cambiare è un problema così difficile da affrontare.

Il secondo problema, più grave, riguarda i curatori del museo. Il museo non è diviso in periodi storici ma in suddivisioni territoriali della Sardegna. E così ti ritrovi nella stessa vetrina manufatti prenuragici, nuragici, fenici, romani e via dicendo senza alcun nesso logico. Questa scellerata scelta organizzativa rende la mostra confusionaria e completamente inutile. Che senso ha associare una freccia prenuragica di bronzo con la dea Tanit e una moneta romana solo perché si trovavano tutti e tre nel territorio del Sarrabus? Il museo è anche, e soprattutto, un luogo di didattica e non si può prescindere da una esposizione che rispetti la logica temporale. Fai un piano con i manufatti nuragici, una con quelli fenici, una con quelli romani. La maggior parte delle persone non ha gli strumenti per capire la differenza tra le tre, soprattutto un turista che non sa nulla della storia del Mediterraneo e dell’isola. I turisti passavano davanti alle vetrine – alcune semivuote! – senza comprendere davanti a cosa stavano camminando. In aclune vetrine al posto di un manufatto facevano bella mostra fogliettini scritti a mano (vedi foto) con su scritto frasi del tipo “Da Pani Loriga sono stati prelevati per foto, 13.0.11.”. Li stanno fotografando da 3 anni. Sicuramente quello era l’unico documento “ufficiale” che attestava il prestito, semmai ritornerà al suo posto. Incredibile.IMG_20140729_171130-588866901

Per fare un elenco dei manufatti più importanti al museo relegati a vetrine di secondo piano, perfino in angoli seminascosti non basterebbero le pagine di questo post ma vi basti sapere che al Museo di Cagliari esiste la Stele di Nora, il documento scritto più antico del Mediterraneo occidentale e uno dei pochi fenici rinvenuti a ovest di Tiro. Non solo ma il più antico documento dove la parola Sardegna in fenicio SRDN, sia mai stata scritta. Ebbene questa stele si trova in un angolo tra due vetrine senza illuminazione, e con un piccolo poster che ne descrive un sunto della sua storia seminascosto dalla stele stessa. Non esiste neppure una traduzione della stele a disposizione nonostante negli ultimi 30 anni siano state avanzate più interpretazioni.

Vogliamo parlare della maschera ghignante (prima foto in alto), simbolo della Sardegna fenicia? Un pezzo, forse, di iconografia assiro-babilonese acquisita dai fenici e che alcuni studiosi pensano sia all’origine del detto “sorriso sardonico”? Questa meravigliosa maschera, uno dei simboli del museo è relegata all’interno di una vetrina semivuota e con una illuminazione penosa e con uno sfondo fatto di compensato. La grande collezione di tophet, seconda solo a quella di Sant’Antioco, sculture di Tanit, due enormi statue di Bes, la collana fenicia in vetro colorato che vedete nella foto del post, gli ori e le pietre preziose egizie di importazione sempre fenicia: tutto questo senza alcun risalto, senza una corretta esposizione (e forse neppure un allarme). Tralasciando i giganti di cui parlerò un altro giorno, ci sono reperti nuragici di una importanza eccezionale (tutti trafugati ai musei locali ma forse era meglio lasciarli ai piccoli musei dei paesi se questo è lo stato in cui devono essere esposti). I bronzetti nuragici, la più grande collezione di bronzetti al mondo, sono ammucchiati alla bell’e meglio su un paio di vetrine ma poiché sono disposti in gruppi, non in file, alcuni nascondono altri e il fatto che siano esposti a livello più basso non aiuta di certo l’osservazione dei particolari. Tra questi l’eroe dai quattro occhi e quattro braccia (qui in foto) è sicuramente il più importante ma di nuovo, invece di essere esposto da solo in primo piano è ammucchiato insieme a tutti gli altri.IMG_20140729_171529417159348

Potrei continuare all’infinito (che dire delle meravigliose statue votive in terracotta con serpente avvolto al corpo del tempio di Esculapio, o le decine di mani in terracotta votive?) ma vorrei che la gente ci andasse al museo di Cagliari per essere coscienti dello scandalo frutto di decisioni mediocri di persone mediocri (e scrivetelo sul libro dei commenti!). E visto che siete lì date uno sguardo verso l’alto tra le varie scalinate e vedrete decine di casse e sculture in pietra ammassate in un piano rialzato. Forse è uno di quei magazzini dove i giganti di Mont’e Prama sono stati buttati per 40 anni senza che nessuno sapesse di questo tesoro.

[*] A dicembre durante la Notte dei Musei entrai a vedere la Pinacoteca. Nonostante fuori ci fossero 15 gradi (l’inverno sardo è notoriamente rigido e miete vittime nelle migliaia) quando vi entrai una vampata di calore e di umidità mi investì. Quando commentai con il bigliettaio che non mi sembrava opportuno tenere temperature e umidità così elevati con tavole e trittici del ‘400 questi fece spallucce dicendo che lui aveva freddo.

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Guerre di distrazione di massa

images(3)891727882Ricapitolando abbiamo:

1) un califfato sunnita jihadista tra Siria e Iraq del nord che ha mire espansionistiche in tutto il Medio Oriente.

2) un Kurdistan de facto indipendente e unico baluardo contro l’espansione di ISIS verso oriente. A breve verrà indetto un referendum sull’indipendenza. Chissà se la comunità internazionale dirà le stesse cose che ha detto per la Crimea anche questa volta.

3) un Kurdistan che grazie alla preparazione e al coraggio dei Peshmerga e all’addestramento militare americano trentennale è l’unica zona del medio oriente insieme a Israele e Giordania dove un cristiano possa rifugiarsi. E non solo: i curdi proteggono sciiti, turkmeni, zoroastriani.

4) gli USA che non muovono neanche un dito nonostante siano i diretti responsabili di quello che sta accadendo per due motivi: il primo è che andrebbero contro i piani di Arabia Saudita e Qatar e secondo perché si sono resi conto che il Jihadistan dell’ISIS va bene un po’ a tutti. Va bene ai curdi, va bene agli stati del Golfo, va bene agli iraniani che si prenderanno la, ormai, enclave sciita che un tempo si chiamava Iraq del sud e va bene agli europei perché ora i jihadisti europei hanno un posto dove andare e forse morire e non tornare mai più in Europa. Nessuno stato europeo infatti si sta preoccupando di controllare all’uscita gli jihadisti, al contrario hanno rilassato i controlli proprio per farne andare via il più possibile.

5) chi ci rimette da questa nuova situazione è la Turchia (Kurdistan indipendente rischia di creare un effetto a catena dei territori curdi in Turchia; il confine con l’ISIS è permeabile ai terroristi rischia di destabilizzare la Turchia meridionale), la Giordania (la finora isola di pace chiamata Giordania rischia di entrare nel baratro dell’ISIS: ci sono già manifestazioni di beduini di sostegno all’ISIS al confine con l’Arabia Saudita e la Giordania contiene una delle più grandi popolazioni di ceceni in esilio al mondo, ceceni che sono tra le fila dell’ISIS; tant’è che nei giorni scorsi il re di Giordania è volato in Cecenia per un accordo bilaterale per scambiarsi informazioni di intelligence) e Israele. E ora veniamo a Israele.

6) nonostante i media e i politici vi facciano credere che la guerra Israele-Hamas sia una replica di quello che abbiamo visto negli ultimi venti anni (e lì tutti i pappagalli a ripetere sempre le solite storie pro e contro Israele che sentivo già alle scuole medie bla bla bla) in realtà si tratta di qualcosa di ben più complesso. Israele ha capito benissimo più di chiunque altro cosa sta succedendo e sta facendo una difesa preventiva. La questione siriana è ad un empasse tra Russia e USA stile guerra fredda. Ovvero non si risolve. L’ISIS controlla buona parte di Iraq e Siria e ora si vuole spostare in Giordania. La Giordania è l’unico confine sicuro che Israele ha da almeno 30 anni. La guerra civile in Giordania è INEVITABILE e l’ISIS si troverebbe al confine con Israele nel giro di qualche mese o anno. Ora Israele si troverebbe in una morsa a tanaglia tra Hamas, Isis e Hezbollah che premono su tutti i fronti, compreso un Egitto continuamente in ebollizione nonostante i capi dei Fratelli Musulmani siano stati decapitati. Colpire Hamas ora è il momento perfetto perché eliminerebbe il doppio attacco a tenaglia Hamas-ISIS che arriverà per forza (almeno fin quando la situazione in Ucraina non si risolve: sembra incredibile che due guerra così lontante siano così interconnesse). Inoltre Hezbollah non è più presente al confine israelo-libanese perché sta combattendo sul fronte al fianco di Assad in Siria e Al Maliki-Iran in Iraq.

Tutte le classiche motivazioni che sentite su Israele e il suo diritto all’autodifesa, oppure sui razzi khassam palestinesi, tutte quelle noiosissime e cretine discussioni al bar e sul web sul conflitto israelo-palestinese sono solo una “guerra di distrazione di massa”. La gente non riesce a vedere la big picture, la situazione globale, quello che solo i governanti riescono a vedere. A questo aggiungetevi l’ignoranza congenita di un giornalismo da copia-incolla da terzo mondo in Italia (ancora leggo titoli che parlano di ISIS come Al Qaeda quando Al Zawahiri ha dichiarato guerra ideologica all’ISIS) e un filtro che ci permette di seguire un conflitto solo per una settimana, dopo la quale ci dimentichiamo di tutto e abbiamo bisogno di un altro conflitto che ci faccia indignare.

 

 

 

 

 

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Trieste la bella

Se potessi scegliere una città in Italia dove andare a vivere – dopo la natia Cagliari – sceglierei di sicuro Trieste. Ogni volta che ci vado è un tuffo al cuore. Trieste non è una città turistica e si trova fuori dai percorsi turistici internazionali e si potrebbe girare in una giornata ma… è la sua atmosfera che mi affascina. Un turista casuale e distratto non potrebbe mai capire cosa sta dietro Trieste. La sua storia è scritta sui suoi muri, nelle sue piazze, perfino sui volti delle persone. Un mosaico di storie intrecciate incredibili e che ben sfoggerebbero in un racconto di fantascienza ucronica. Come può un turista che non ha mai letto della sua storia vedere la Trieste porto d’ingresso dell’Impero Austroungarico, con il suo melting pot di austriaci, italiani, slavi, ungheresi, ebrei? Come può sentire l’irredentismo di cui fu una delle principali protagoniste, e poi la Trieste fascista testa di ponte per le truppe mussoliniane verso i balcani, l’occupazione tedesca, i carroarmati di Tito a pochi metri dalle sue mura, il Territorio Libero di Trieste, il protettorato americano e ora porta verso l’Europa unita orientale? E tutto questo i triestini è come se se lo fossero fatti passare addosso come un fiume in piena quasi in modo passivo. Invasori, eserciti, governi uno dietro l’altro. E puoi vedere tutto questo nella città, nei suoi monumenti, nelle sue strade, nelle sue chiese come strati geologici. Ma Trieste nonostante tutto quello che ha passato è sempre lì a guardare il mare, a custodire il passaggio tra tre mondi, quello italico, quello tedesco e quello slavo. Trieste la Porta. Ma una porta sempre aperta. Ogni volta che ci vado non mi sento mai uno straniero, non mi sento mai escluso come spesso mi capita in altre città italiane. Trieste ti accetta per quello che sei, ti include. Ti dice: passa pure attraverso di me, fermati e guarda il sole che tramonta sul mio mare. Non importa che sia italiano, sloveno, austriaco, croato o un sardo emigrato in Inghilterra in cerca di apolidia. Adoro le montagne a strapiombo e le sue strade ripide con il vecchio tram che fatica. Il panorama mozzafiato dall’obelisco vicino a Opicina, Venezia e la sua laguna ad Est, le banchine e le darsene sempre in movimento giù in basso, le navi colme di merci dall’Est vero porti sconosciuti e quel sole che tramonta sul mare come una palla di fuoco che mi ricorda i tramonti della mia Cagliari, l’Istria e le coste della Dalmazia scure dal tramonto così vicine geograifcamente ma così lontane storicamente, e tutto quel crogiuolo di chiese dalle varie denominazioni vicino al porto che come gli strati geologici di cui parlavo prima ci dicono così tanto delle genti che sono passate di qui. Trieste l’irredenta, Trieste la liberty, Trieste industriale, tutto si amalgama così perfettamente in una striscia di terra schiacciata tra monti e mare, tra nazioni e ideologie. Trieste la bella, una lacrima e un sorriso ogni volta che ti vedo.

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Proxy war, again and again

Vale oggi più di ieri quello che scrissi mesi fa sulla vendetta dei Sauditi e la presa di Falluja.

Nel contesto di cui abbiamo parlato prima, ovvero nella guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita, una volta eliminato il terzo incomodo, gli Stati Uniti, ormai è proxy war. Come possono quattro straccioni sunniti prendere un’intera città, avere armi anticarro e antiaeree se non grazie all’aiuto di uno stato compiacente? Come non si può vedere la presa di Falluja come una vendetta dei sauditi contro gli USA dopo che Obama gli ha girato le spalle? D’altronde re Abdullah nei cabli segreti rilasciati recentemente non ha fatto altro che dire che Maliki altro non è che un agente degli iraniani di cui non fidarsi . Si tratta di una guerra tra re Abdullah e Maliki. Tutti questi giochi nello scacchiere mediorientale altro non sono che mosse di una più grande partita tra sette religiose per il controllo sociale, culturale, religioso e soprattutto economico dell’area. Ma quale Islam contro l’Occidente! Questo è quello che ci vogliono far credere i sauditi, in realtà è Islam contro Islam e ora che l’Iran non è più all’angolo e sarà libero di muoversi e ne vedremo delle belle. http://fabristol.wordpress.com/2014/01/07/la-neanche-tanto-sottile-vendetta-dei-sauditi/

Noto con estremo dispiacere che i commentatori, perfino quelli più attenti internazionali, parlano ancora di terroristi, Al Qaeda, settarismo, Al Baghdadi nuovo Bin Laden ecc. Avevo poca considerazione dell’intelligenza media di giornalisti e politici all’epoca, oggi mi pare una certezza. Il vero problema in Medio Oriente non è Al Qaeda, non è Assad, non è l’Iran, non è neppure il terrorismo islamico e in un certo senso neppure l’Islam di per sé (anche se ce la mettono tutta per farci pensare il contrario) ma una famiglia superpotente che ha in mano le redini del mondo (altro che illuminati, Bilderberg e cospirazioni varie) da più di 60 anni: la famiglia Saudi. L’ISIS, ribattezzata stupidamente la nuova Al Qaeda da giornalisti ignoranti è semplicemente guerriglia sunnita finanziata dai sauditi. Sauditi contro Iran per il predominio geopolitico, economico, culturale e religioso della regione. Sempre a guardare all’Iran come al nemico, sempre ad equiparare il suo regime al nazismo, sempre contro gli sciiti ma l’Occidente non si è mai accorto di avere una serpe di alleato sempre dietro che muove i fili del terrorismo internazionalee dal 9/11 in poi. O meglio l’Occidente fa finta di non vedere chi è il vero cattivo della situazione perché di mezzo ci sono i petrodollari sauditi. E la colpa è sempre degli USA, qualsiasi mossa facciano la fanno sempre sbagliata. Prima finanziando e proteggendo i sauditi per 60 anni in cambio di petrolio, poi appoggiando Saddam, poi creando l’Iran con il colpo di stato organizzato dela CIA, poi demonizzando l’Iran (la creatura più mostruosa nata dalla politica estera statunitense; Khomeini in una ipotetica ucronia senza USA non sarebbe mai nato), poi con le due guerre in Iraq, poi con l’imposizione di Maliki, il più corrotto e settario governatore irakeno che potessero mettere al potere. E ora se ne lavano le mani dicendo che vogliono rimanere neutrali. Dopo 70 anni di proxy war, complotti, colpi di stato, invasioni adesso fanno finta che non sia un loro problema. Bombardare l’ISIS con droni dicono, bombardassero Riad piuttosto e tutto si risolverebbe. Se devo scegliere tra i due mali, sunnismo e sciismo, preferisco di gran lunga lo sciismo. Tra Riad e Teheran io sto con Teheran.

 

 

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E voi dove andreste?

20140407_090631Guardate bene questa pagina pubblicitaria trovata sul magazine che si può trovare nei voli Easyjet a Maggio. Ho preso una pagina a caso delle tante che pubblicizzano destinazioni per le vacanze. Questa pubblicizza una catena di club/ristoranti delle isole Baleari. Con tanto di foto invitanti, informazioni utili su come raggiungere il luogo e contattare per prenotazioni. Un turista inglese quando apre il magazine viene attratto dalle foto accattivanti e che invitano al relax e allo svago. Non ha bisogno di un testo che gli descriva dove è il posto e che cosa si possa fare. E’ tutto lì in quelle foto. Dopo mesi e mesi di lavoro e pioggia e grigiore ha bisogno di un posto come questo per rilassarsi. L’unico motivo per cui una pubblicità esiste è per attrarre un cliente. Questo messaggio dovrebbe essere invitante, semplice e accessibile a tutti. Ora guardate bene la pubblicità che il comune di Cagliari invece ha deciso di pagare nel magazine di Easyjet.

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Ora immaginatevi un turista inglese medio che non conosce Cagliari, men che meno la Sardegna (solo il 15-20% degli inglesi sanno che esistem a d’altronde quanti italiani sanno dov’è l’Isola di Man o le Shetland?) e si ritrova questa pagina qui. Cagliari? Cosa è? Un vino? Un gelato? Un club? Ah no dev’essere una processione religiosa di qualche paese mediorientale. Un mosaico a pois, un albero in primo piano di notte e un acquario sotto. E poi un lungo e noiosissimo testo tradotto papale papale dall’italiano all’inglese. Incomprensibile per un italiano, figuriamoci per uno straniero che non sa nulla di questo posto. Migliaia di euro di tasse comunali spese per 4 quadrati messi uno sopra l’altro. Uno spreco di spazio, di risorse per una pagina incomprensibile nel messaggio che vuole dare e nel design.

Sorvolando sulla scelta del font, l’assenza di giustificazione del testo e altre questioni estetiche, trattasi di un lavoro così provinciale che mi sorge il dubbio che al comune sia andata così: “Abbiamo bisogno di fare pubblicità per la città. Tu conosci qualcuno Ignazio?”. “Sì c’è il cugino di Chicchitta che smanetta con il computer. E’ bravissimo guarda.”

E voi dove andreste se foste un turista inglese che ha bisogno di sole e relax e non conosceste né un posto né l’altro? Al Nikki Beach o nella terra delle palme viste di notte, i mosaici a pois, gli acquari e le statue di Gesù?

Ecco perché nessuno conosce la Sardegna, ecco perché non esiste turismo, ecco perché gli amministratori locali sono così provinciali.

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Taxi, Uber e il fascismo in corsia preferenziale

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E’ raro che utilizzi questa parola, fascismo, per descrivere una situazione sociale e politica ma quando lo faccio è con cognizione di causa. Non posso infatti trovare altro termine per descrivere la situazione che si è creata tra i tassisti milanesi e gli autisti che si appoggiano a Uber, l’app che sta facendo imbestialire i tassisti per l’appunto. C’è infatti tutto quello che costituisce l’essenza stessa del fascismo. Abbiamo il corporativismo, il sistema di categorie protette che stava alla base della società fascista. Il governo che dà le licenze a pochi per poterli controllare e legarli al potere politico, la negazione totale del libero mercato. Abbiamo quindi il protezionismo che priviliegia i pochi privilegiati e mette ostacoli a chi vorrebbe entrare nel mercato. Abbiamo l’utilizzo delle tariffe fissate per legge che distruggono la libera concorrenza, mutilano il progresso e alzano i prezzi a discapito di servizi e clienti. Abbiamo lo squadrismo più becero di chi si sente protetto dal governo e può insultare, minacciare e investire chi vorrebbe portare un servizio migliore e più economico ai cittadini. Abbiamo l’appoggio dei partiti di destra come Fratelli d’Italia. De Corato, vice presidente del consiglio comunale ha infatti intrapreso una battaglia contro l’ “illegalità”. Ovviamente è “legalizzato” solo chi lavora in connubio con lo stato, come durante il fascismo. O come Guido Viale della lista Tsipras – socialisti internazionali ma sempre fascisti – che parla di “privatizzazione selvaggia del servizio pubblico”. Le parole sono sempre le stesse e quando le sento so già da che parte stare: farwest, liberismo selvaggio, illegalità, sicurezza. Tutti paroloni sulla bocca del politico di turno che sottintendono sempre la solita solfa: più Stato e meno libero mercato.

Uber permette di avere un servizio più efficiente e a basso costo con il semplice click in una app del proprio smartphone. Il pagamento avviene tramite la app ed è in base ai chilometri percorsi. Un autista di Uber per dire non potrebbe mai fare il furbo come fanno i tassisti di Roma e Milano con i turisti giapponesi o orientali perché non vi è denaro contante in gioco e i prezzi sono gestiti centralmente dalla app. O trovarsi extra addebitate non concordate alla partenza. Finiti i tempi per fare i furbetti del quartierino quindi. E finita è pure la mancanza di innovazione tecnologica che nel settore è ferma a logiche di 80 anni fa. Dice bene infatti il CEO di Uber Travis Kalanick: “They don’t have to innovate because those cabs are always full. And they’re full because they’ve gotten City Council to protect them, to basically outlaw competition.”.

Purtroppo c’è poco che possiamo fare per appoggiare Uber contro la lobby dei tassisti – la loro lobby, i partiti, i media e lo stesso Stato sono contro Uber – ma sicuramente possiamo fare una cosa molto semplice che sta al cuore del libero mercato. Ovvero scegliere. Quando dovrete prendere un taxi scegliete Uber e lasciate i taxi con licenza a scioperare mentre aspettano l’intervento dello Stato per proteggerli.

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