Sulla BBC qualche giorno fa ho visto una serie di documentari su Marte. Uno in particolare mi ha incuriosito. Negli anni 50 dopo l’esperienza di Hiroshima e di centinaia di test nucleari nei deserti degli USA, il governo americano finanziò il Progetto Orione, il quale si basava appunto sulle bombe atomiche. L’idea in pratica era quella di costruire un’astronave usando come propellente una serie di esplosioni atomiche. Non parliamo quindi di un motore ad energia nucleare, ma di vere e proprie esplosioni di bombe atomiche che avrebbero dovuto portare un’astronave su Marte nei primi anni 50. Le bombe sarebbero dovute esplodere ad una certa distanza dalll’astronave con un sistema alquanto artigianale: lasciarle cadere dall’astronave, farle esplodere a distanza e aspettare la propulsione. Il progetto si arenò ma rimase top secret per 50 anni, forse anche per questioni etiche, spero. Uno degli scienziati sopravvissuti nell’intervista spiega che l’intero team era molto eccitato perché sembrava l’inizio di una nuova era per l’umanità. Tutti si sentivano investiti di una missione, una missione non necessariamente americana ma che investiva l’intera umanità. Quel progetto, quella astronave rappresentava l’apice di tutta la nostra conoscenza, tecnica ed in definitiva la realizzazione di una specie organica appena scesa dagli alberi di fronte al cieco Universo. Tutto si incanalava lì, tutto finiva (o iniziava) lì. Miliardi di uomini erano vissuti per quel momento, miliardi erano morti per quel momento. Ognuno aveva fatto la sua parte, chi dando un po’ di conoscenza in più, chi procreando, chi lavorando, chi morendo in una sorta di corsa a staffetta durata migliaia di anni. L’uomo non è una specie animale ma un fiume in piena di cui noi tutti siamo gocce. Adoro pensare alla specie umana nella sua dimensione temporale; in fondo altro non siamo che protesi temporali dei nostri antenati.
Ecco ho pensato che tutto questo avesse un qualcosa di poetico e di tremendo.
Da più parti sembra che stia montando una sorta di odio generazionale tra i nati nel dopoguerra e i loro figli. Prima mi sono imbattuto in un articolo sul Corriere a firma di Paracchini che si rifà ad un pezzo del Guardian. Poi ho letto questo blog che se la prende con i cinquantenni e che posta storie di scontri tra generazioni (non so se siano fake o storie vere). Tutto parte dalla frustrazione di una generazione che sta entrando nel mondo del lavoro, o meglio ci sta provando ad entrare, ma trova spesso un figlio del dopoguerra parcheggiato su qualche poltrona che sfrutta le nuove leve con contrattini a termine, co.co.co e con aggiunta di umiliazione finale.
In effetti la differenza tra le due generazioni è netta ed evidente: da una parte una generazione che ha usufruito del boom economico del dopoguerra, con il posto fisso, spesso lavoro pubblico e con un accumulo di contributi che gli permetterà di avere una pensione. Dall’altra una generazione che ritarda l’entrata nel lavoro con lauree, master, dottorati, corsi ecc. per poi ottenere un contrattino part time con cui è impossibile sopravvivere oggigiorno e che non avrà pensione.
Molti trentenni si lamentano del fatto che la generazione precedente abbia sfruttato al massimo il sistema del welfare e del lavoro non preoccupandosi delle generazioni future. In realtà è grazie ai nostri padri se abbiamo avuto un’infanzia felice e piena di opportunità, proprio grazie a quello sfruttamento. Ma prima o poi qualcuno dovrà pagare quel magna magna. I nodi arrivano sempre al pettine e ora tocca ai trentenni pagare lo scotto. Ci vorrebbe un altro Piano Marshall, la popolazione falcidiata da una guerra mondiale e il gioco è fatto. Il benessere, purtroppo, arriva solo dopo la distruzione di beni e persone da cui prendere ricchezze e nicchie sociali e lavorative. In effetti non abbiamo una guerra di grosse proporzioni da più di 70 anni, un record per l’Europa.
Un altro punto a sfavore delle nuove generazioni è l’aumento dell’aspettativa di vita e la diminuita mortalità che ritarda il ricambio generazionale. Ma questo è un problema che fintanto che la scienza e la medicina progrediranno ci porteremo per tutte le generazioni future. Senza la morte della vecchia generazione la nuova non può mai prendere il potere se non quando è vecchia e così via.
In effetti quella del dopoguerra è una generazione che ora ha il potere economico, politico e culturale in questo momento. Sembra assurdo che persone nate 50 anni fa, con una mentalità di 50 anni fa possano comandare uno stato del 2010. E si vede che sono al potere: completa incomprensione delle nuove tecnologie, digital divide, leggi repressive e conservative. I peggiori moralisti e conservatori sono quelli che hanno fatto il ‘68. Si sono divertiti, hanno esagerato e si sono goduti la vita e ora sembrano preti che manco i loro padri dell’inizio del novecento.
In chiusura comunque possiamo affermare che la colpa dell’arretratezza italiana è sì imputabile alla generazione del dopoguerra ma c’è da dire che loro sono i figli di un’altra generazione, quella idiota che ci ha portato a due guerre mondiali. E la nuova generazione, cullata negli agi della ricchezza data loro dai padri, è piena di ragazzini viziati, senza ideali né idee per il futuro se non quello di diventare famoso o di avere una bella macchian da sfoggiare il sabato sera. Ma dare la colpa a loro è futile visto che sono figli dei loro padri. Insomma bisogna stare attenti a chi imputare le colpe della crisi.
Uno dei film che sicuramente ha segnato la mia infanzia fu Clash of the Titans (Scontro di titani).Uscito nel 1981 rappresentò l’ultimo capolavoro di quella serie di film avventurosi che si proponevano di reinterpretare in chiave moderna i classici greci. Fu anche il film dove l’arte di Ray Harryhausen raggiunse la sua massima espressione, prima che il cinema fosse soppiantato dagli effetti speciali (CoT è un fossile vivente negli anni 80, perché la stop-motion era già fuori moda; Guerre Stellari è di quattro anni prima per capirci). Tra gli attori la giovane e bellissima Judi Bowker e una non più giovanissima Ursula Andress nei panni di Afrodite. Qui sotto potete vedere un video della scena più famosa, lo scontro tra Perseo e Medusa. Notate le pause, il silenzio, i giochi di ombre, la paura negli occhi del protagonista.
Ora guardate il trailer del remake che uscirà il prossimo anno.
Clash of the titans era un film immaginifico, semplice ma allo stesso tempo eccitante ed avventuroso. Ecco capisco le esigenze di un pubblico moderno mediocre ed infantile ma c’era davvero bisogno di rifare il film con i soliti ritmi devastanti, la CGI onnipresente e con un Perseo che sembra un mix tra Leonida di 300 e Achille-Brad Pitt di Troy?
Ecco in questo scontro tra titani, cioè tra il vecchio film ed il nuovo (anceh se non l’ho ancora visto) credo che vinca a tavolino il vecchio
1. Una delle più grandi incomprensioni con i locali quando mi trasferii in UK per fare il dottorato fu che in tutti i documenti italiani ufficiali si trovava quel Dr. di fronte al mio nome. Tutti pensavano mi fossi già dottorato. E’ stato complicato spiegare che in Italia esiste questo curioso sistema per cui non diventi dottore dopo il dottorato ma dopo una laurea qualsiasi. Un po’ come se gli studenti diplomati al liceo si facessero chiamare laureati. Pare che questa usanza unica al mondo derivi dal fatto che:
[...] non potendo più rivolgere la parola ai funzionari come a cavalieri e commendatori, tutti, nell’uso degli uscieri e dei postulanti, divennero “dottori”; facendo quasi scadere il valore dell’appellativo al grado di quello di “eccellenza”, usitato dai lustrascarpe e dai vetturini napoletani verso tutti i loro clienti.
Ce lo spiega Einaudi in questo testo del 1955 qui. Una situazione simil-fantozziana in cui le classi di lavoratori non istruite hanno sempre umilmente cercato di identificare il capo-boss-intoccabile-superiore con appellativi sempre più barocchi. Quando tornerò in Italia con il vero titolo di dottore (e non quello farlocco) potrò fregiarmi del doppio appellativo: Dr. Dr. Fabristol. A parte gli scherzi non ho mai sopportato la deferenza di molti nei confronti di laureati o dottori. Credo che la deferenza, l’umiliazione, il muro tra istruiti e non, sia uno dei cancri dell’italianità. Uno dei tanti da vincere. E una delle tante qualità degli anglosassoni da importare assolutamente.
“[...] E allora riprendo la proposta che -provocatoriamente- fece anni fa l’allora deputato Nando Dalla Chiesa, offrendosi di presentare una proposta di legge che garantisse a Berlusconi una totale immunità da qualsiasi cosa, così, come individuo, a patto che la smettesse di sfasciare la giustizia per farsi i cazzi suoi, e scusate il francesismo.”
4. Un bambino di dieci anni dell’Arkansas ha deciso di fare lo sciopero del giuramento di fronte alla bandiera in classe. Perché? Dice che non può giurare di fronte alla bandiera americana per uno stato che discrimina le minoranze omosessuali del paese. E pare che stia avendo molto seguito tra gli altri bambini. Quando si dice che le rivoluzioni nascono dal basso. E’ penoso che debba essere un bambino di dieci anni a denunciare le discriminazioni contro gli omosessuali. E la maestra, nella sua stupidità di automa-pecora, si preoccupi solo del fatto che un bambino della sua classe non giuri di fronte alla bandiera. Neanche si interroga sul perché di quel piccolo atto rivoluzionario. La cosa importante è che tutti lo facciano perché si è sempre fatto. Quando un rito diventa dogma e perde qualsiasi significato morale.
Il clericale disputa, insiste, condanna, minaccia. Con albagia e ferocia, non tanto sui problemi della condotta morale, quanto sulle basi dogmatiche della religione. Fuori di queste non c’è, secondo lui, vita morale. Chi non è clericale non è cattolico; chi non è cristiano non è religioso; chi non è religioso è immorale. Perciò chi non è clericale è un essere maligno e pericoloso alla società… Uomini che hanno la stessa religione hanno diverse fibre morali, e uomini che hanno diverse religioni hanno eguali modi di comportarsi moralmente. Questa esperienza non esiste per il clericale. Esiste solo la certezza che, se non accettate i suoi dogmi, siete un’anima perduta. Essendo sicuro che la sua anima si salverà, si occupa di salvare le anime degli altri, presuntuoso, arrogante, invadente.
Gaetano Salvemini, prefazione a Il programma scolastico dei clericali, 1951.
Nessun esponente politico, a parte i Radicali, ha condannato gli atti di intimidazione e violenza contro la famiglia Albertin rea di aver portato alla Corte Europea per i diritti umani la questione del crocifisso. Questa famiglia vive da giorni nella paura con telefonate minacciose, croci nere dipinte sulla recinzione di casa, i figli ingiuriati a scuola, con i sindaci della zona che aizzano le folle invitando letteralmente la famiglia ad andarsene via. Nessun politico, nessun magistrato, niente protezione dalla polizia. Come dei neri in un villaggio di Ku Klux Klan. Come degli ebrei fuori dal ghetto medioevale dopo l’ora di chiusura. La carità cristiana al massimo splendore.
Dei fascisti fanno irruzione nella sede dei Radicali Italiani, fanno esplodere una bomba carta, lanciano manifesti offensivi contro i radicali e inchiodano delle croci sul loro portone. E’ un atto gravissimo, di violenta intimidazione prima di tutto, poi di intolleranza che sa del peggio della cultura islamofascista e cattoclericale. Secondo il loro capo Roberto Benignetti “si è trattata di un’azione pacifica finalizzata alla critica della visione di un’Europa priva di quei valori che l’hanno costruita nei secoli: cristianità, nazione, popolo.”
Neppure negli anni 70 o nei bui anni del ventennio fascista questi intimidazioni si facevano alla luce del sole e con un comunicato ufficiale del giorno stesso. Così come se fosse la cosa più normale del mondo compiere queste azioni squadriste.
Un atto che dovrebbe dare scandalo prima di tutto ai credenti, e invece c’è qualcuno che invece di denunciare il fatto in sè, cioè l’intimidazione, l’intolleranza ecc. si preoccupa della salute delle piccole croci invocando la legge su vilipendio di simboli religiosi. Capite? La violenza non sta nell’aver usato il simbolo religioso come arma di intimidazione contro altri, ma nell’aver abusato del simbolo religioso. Chissà se qualcuno un giorno deciderà di usare un crocifisso per uccidere gli infedeli. Tanto verrebbe processato per vilipendio alla religione, non per omicidio.
Ho trovato il grafico che vedete qui sopra in rete (sta girando tra i tumblr). Non so a quali dati si riferisca ma pare abbastanza plausibile. Perlomeno il numero di morti per H1N1 è veramente intorno ai 6000 nel mondo, per gli altri non so. Credo siano stime fatte da internauti, ma comunque anche se non preciso al 100% dà un’idea della gravità della malattia e della giusta collocazione che bisognerebbe darle nella lista delle priorità.
Qui sotto un video che gira da qualche giorno dove l’epidemiologo Tom Jefferson del Cochkrane Institute (sede in Italia) ci dice che l’OMS cambiato i criteri per valutare una pandemia nel 2009, giusto per far abbassare la soglia di pericolosità. E questa, se confermata, è una cosa gravissima. Secondo i nuovi criteri, scritti apposta per l’H1N1, perfino i ceppi di influenza stagionale sarebbero da considerare pandemia. Tecnicamente è sempre stato così, nel gergo comune diciamo, ma l’OMS come sapete decide in una scala da 0 a 6 la pericolosità di una epidemia, e di certo non aveva mai considerato l’influenza invernale scala 6. Jefferson fa un’accusa pesante, che molti sospettano da mesi, che cioè conviene alle case farmaceutiche questa psicosi e questo cambio criminogeno dei criteri dell’OMS. Senza voler difendere troppo le case farmaceutiche c’è da dire che loro fanno il loro mestiere, e che se vogliamo dirla tutta la psicosi è stata anche creata da un’ignoranza diffusa, dal classico allarmismo ebete dei media e dei giornalisti e dalla compiacenza di politici, anch’essi ignoranti. Le case farmaceutiche non sono stupide e hanno solo sfruttato l’ignoranza generale. Ciò che più mi preoccupa è che quando ci sarà veramente una pandemia pericolosa e mortale l’opinione pubblica non vorrà farsi fregare un’altra volta.
Mi sono informato su Jefferson e risulta autore di svariati papers e reviews a livello internazionale altissimo come Lancet per esempio. Un’intervista di Jefferson la trovate anche qui sullo Spiegel di Luglio dove dice le stesse cose.
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