Da qui.
Qualche giorno fa il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato l’ordine del giorno presentato da Partito sardo d’azione, Sel, Udc, Fli, Idv, Api. Contrari PD e Riformatori.
“Il Consiglio regionale, preso atto delle ripetute violazioni dei principi di sussidiarietà e di leale collaborazione da parte del Governo e dello Stato italiano nei confronti della Regione Sardegna, delibera di avviare una sessione speciale di lavori, aperta ai rappresentanti della società sarda, per la verifica dei rapporti di lealtà istituzionale, sociale e civile con lo Stato, che dovrebbero essere a fondamento della presenza e della permanenza della regione Sardegna nella repubblica italiana”.
Quello che mi soddisfa di questa prospettiva è che la secessione è neanche tanto velatamente accennata non per i soliti motivi etnici, storici, folkloristici ecc. ma per questioni fiscali.
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Per commemorare in un modo un po’ diverso il Giorno della Memoria vi racconto di una espressione singolare con significato criptoantisemita che si usa tantissimo in Sardegna (ma se esiste anche in altre regioni vi prego di farmelo sapere) ma di cui pochi conoscono veramente il significato.
“Marrano a farlo!” oppure “Marrano a dirlo!” oppure “Prova a darmi del marrano se hai coraggio.”
Tra bambini (e non solo) in Sardegna si gioca a sfidarsi utilizzando l’espressione “marrano a…” che significa più o meno “ti sfido a fare una cosa e se non lo fai sei un marrano.”
Questa espressione usatissima affonda le sue radici nella persecuzione degli ebrei in Spagna ad opera della monarchia e della Inquisizione Cattolica. Nel 1492 si decise per la “soluzione finale” nei confronti degli ebrei del’impero spagnolo: uccisione, espulsione nei maggiori dei casi e conversione forzata di circa 200.000 ebrei al cattolicesimo (come vedete non c’è nulla di originale in quello che ha fatto Hitler se non l’uso di tecniche ben più sofisticate. L’antisemitismo nazista ha le sue radici nel cattolicesimo ovviamente). Molti ebrei per non venire perseguitati, uccisi o espulsi decisero quindi di convertirsi al cattolicesimo. Questi neoconvertiti, ma di nascosto ancora ebrei nei riti e nelle abitudini, vennero chiamati marranos, che all’epoca in spagnolo designava il maiale. Il termine spregiativo serviva ad indicare quindi quegli ebrei che si convertirono per opportunismo o solo esteriormente per necessità. La Sardegna all’epoca era parte dell’Impero Spagnolo e ospitava una comunità ebraica con una presenza storica risalente ai tempi di Tiberio quando migliaia di ebrei furono deportati nell’isola. Di questo rimangono il ghetto degli ebrei al Castello di Cagliari (la Basilica di Santa Croce vicino alla Torre dell’Elefante era una sinagoga poi convertita in chiesa dopo l’espulsione degli ebrei) e vari paesi del cagliaritano come (si dice) Sinnai che sorge alle pendici di un monte da cui forse il toponimo Sinai di biblica memoria. Non ci metterei la mano sul fuoco ma sono sicuro che l’espressione “marrano a…” esista ancora in alcune zone della Spagna. Se qualcuno ne sa qualcosa vi prego di farmelo sapere nei commenti.
L’uso di marrano nell’accezione odierna deriva da quel contesto storico ma sarebbe assurdo dare delle connotazioni antisemite all’uso odierno. Infatti quasi nessuno in Sardegna conosce il vero significato di marrano e la gente lo usa comunemente pensando che sia una parola sarda. Esiste anche un gruppo Facebook e un sito che celebra in modo scherzoso e infantile questa espressione ma dubito che chi ci scriva sappia del suo vero significato.
Quando allora in Sardegna sentirete o userete (se siete sardi) questa espressione ricordatevi della sua origine spregiativa, antisemita e volgare e ricordatevi dei 200.000 poveri ebrei costretti a convertirsi al cattolicesimo e alle decine di altre migliaia uccise o espulse dai regni cattolici dell’epoca.
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Per settimane ho creduto che i vari giornalisti e commentatori che equiparavano il capitano Schettino all’italiano medio o addirittura all’italiano che vota Berlusconi (sì c’è stato qualcuno che ha fatto paralleli del genere) fossero dei coglioni di primordine. Come si può -mi chiedevo – estrapolare il carattere di 60 milioni di individui dal comportamento di una notte di un uomo al timone di una nave crociera?
Poi, ogni giorno, ho notato che di questi coglioni se ne trovavano anche oltremanica. Colleghi, amici perfino giornalisti dei media UK continuano imperterriti ogni giorno a ridere, sghignazzare “about the italian captain of the cruise ship”. E su quell’ “italian” la gente guarda verso di me e ride come se io fossi un italiano (vero nel passaporto, falso nell’anima e nelle scelte) e fossi legato con un legame di sangue con il signor Schettino. Complice anche il fatto che nessuno all’estero riesce a pronunciare Schettino, l’unico modo per indicare quello che è successo è dire che lo ha fatto un italiano. E ormai sta diventando una frase fatta quando si vuole equiparare il disastro della Concordia con un altro disastro: “stai facendo come il capitano della Concordia.” “questa situazione mi ricorda quella della nave crociera italiana.” Nel bene o nel male Schettino è entrato nella storia e sono sicuro che arriverà pure il momento che entrerà nel dizionario della lingua italiana come sinonimo di “codardia, stupidità ecc.”
Per me, tutto questo è una sofferenza continua. No, il patriottismo non c’entra niente e neppure il signor Schettino di cui penso tutto il male del mondo. Sono due cose le cose che mi fanno arrabbiare: il primo riguarda l’incapacità delle persone di comprendere che siamo individui prima ancora che compatrioti di una nazione e che le responsabilità di una persona non possono ricadere su tutti quelli che si trovano all’interno del confine italiano (mi chiedo se le minoranze etniche e linguistiche dentro il territorio italiano debbano essere considerate responsabili allo stesso tempo dell’incidente con la Concordia?). Secondo, l’incapacità delle persone (soprattutto qui oltremanica) a comprendere che nascere all’interno di uno stato e averne un passaporto non significa essere parte della nazione con il cuore o con la ragione.
“Ah tu sei sardo!” no, non mi considero neppure sardo, ripeto sempre. “Ma allora cosa sei?”, sono io, me stesso, Fabristol e ti basti sapere questo. Dopo questo il cervello della persona di fronte a me implode.
“Ma come: non bevi caffè e non segui il calcio!?” Ogni volta è una delusione per i miei colleghi. Non riescono a catalogarmi, inquadrarmi, hanno bisogno di ancore e punti di riferimento, di stereotipi per interagire con me. E io, purtroppo per loro, non glieli dò.
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1) sono due isole e fin qui non ci voleva molto.
2) sia inglesi che sardi sono stati invasi e conquistati più volte.
3) sia l’inglese che il sardo derivano dalla stratificazione confusionaria delle lingue degli invasori.
4) sia inglesi che sardi non sanno distinguere il suono delle doppie consonanti dalle singole.
5) inglesi e sardi sanno leggere il gruppo “tz” (solo gli inglesi sanno leggere il mio cognome!).
6) nonostante siano circondati dal mare sia inglesi che sardi hanno come piatto tipico il maiale.
7) nei loro rispettivi altopiani hanno popolazioni che sono state difficilmente conquistate e che mantengono molte delle tradizioni intatte da secoli (scozzesi e barbaricini).
8 ) pensano di essere al centro del mondo e che la loro isola sia la più bella del mondo.
9) non conoscono il mondo.
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Cannondipity: s.f. del sentimento di quando, dopo aver imballato ben bene due bottiglie di Cannonau nella valigia per il rientro in Inghilterra, ti trovi la tua valigia sporca e puzzolente di vino rosso sul rullo bagagli dell’aeroporto e già ti immagini il casino che è successo là dentro ma con tua grande sorpresa all’apertura tutto è asciutto e inodore. Poi il tuo sguardo va al rullo bagagli e vedi pozzanghere di Cannonau dappertutto e allora capisci che lo sfigato questa volta non eri tu.
Al Poetto, la spiaggia dei cagliaritani, 8 km di costa di sabbia finissima si è sempre visto di tutto: dalle tette flosce delle vecchie, ai tanga delle 12enni, dai “gaggi”* che picchiano a suon di catenacci di moto gli avversari ai furti di motorini, borsette e zaini, dai palpeggi audaci di migliaia di coppie alle urla razziste contro i Vu cumprà. Il peggio del peggio di un’area metropolitana prossima al mezzo milione. Ma ieri qualcuno ha avuto la bella idea di chiamare il 112 per denunciare… un bacio tra uomini. Per i bambini certo! E tua moglie a tette all’aria, tu col pacco gonfio per le 12enni che ti passano seminude davanti e il gruppo di gaggi a picchiare a sangue il primo che passa. Ovviamente chiami la polizia per due uomini che si baciano.
E sì, è un’indecenza che dei bambini possano assistere a scene del genere: un padre talmente omofobo da chiamare la squadra buoncostume e insultare pesantemente due cittadini la cui unica colpa è quella di vivere in un paese simile all’Iran dovrebbe essere denunciato.
*gaggio in cagliaritano è il grezzo, il burino, una specie molto diffusa dell’hinterland.
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Diciamolo chiaramente: gli stranieri dopo che mi conoscono rimangono un po’ delusi. Hanno in mente uno stereotipo e lo proiettano immediatamente su di me. La delusione è palese quando mi chiedono “che squadra tifi?” o “che ne pensi di Roma-Acitrezza della scorsa domenica?” e io rispondo “Non seguo il calcio.”
Rimangono inebetiti quando rifiuto il caffè o il vino offertimi. “Ma come? Sei italiano!”
Mascella a terra quando parlano di macchine, moda, Berlusconi e io rispondo che non ci capisco niente delle prime due e che non voto il terzo.
“Ieri il papa ha detto che voi cattolici non potete…” “Noi chi?”
“Ma come, ma che razza di italiano sei?”
Già. Che razza di italiano sono se non rientro in nessuna delle caratteristiche di cui sopra? Sono un italiano? Teoricamente sì, il passaporto parla italiano, io parlo italiano, andrò a vivere in Italia in futuro (si spera). Ma queste cose mi rendono parte di un gruppo? Avere la tessera del partito comunista proletario non mi rende automaticamente comunista se le mie idee sono libertarie, giusto? E allora perché la tessera della nazione mi dovrebbe far diventare parte di quel collettivo chiamato popolo italiano?
Il fatto è che io non faccio parte di un collettivo. Io sono Fabristol, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. Non faccio parte del formicaio A né del formicaio B. Non prendo ordini da alcun capo o leader o papa. Quando mi chiedono che cosa sono faccio sempre la bocca storta e con un sospiro dico italiano. Non perché mi vergogni di dirlo (a volte me ne vergogno) ma perché ogni volta mi passa per la testa questa domanda: “sono italiano?”
E non so rispondere a questa domanda. Sì, la mia cultura di base è italiana ma questo vale anche per uno svizzero italiano o un corso o un istriano. Ma io non ho preso tutto il pacchetto Italia; ho scelto solo il meglio, o quello che io penso sia il meglio, e buttato tutto il resto. Ho cercato di prendere il meglio da tutte le culture con cui sono venuto a contatto. Ho amalgamato la mia italianità con una visione della libertà individuale tipicamente anglosassone e con una etica del lavoro quasi luterana. Un modo di vedere il mondo agli antipodi rispetto al collettivo Italia. Sono anche sardo (ma condivido lo 0,1% della sardità comune agli altri sardi), sono mediterraneo, sono europeo, sono indoeuropeo, sono caucasico (non mi sento caucasico per niente considerato che tra i miei antenati ci sono anche semiti da parte fenicia, nuragici da parte forse anatolica e chissà cos’altro). Ecco, forse tra tutte le categorie di cui sopra quelle che mi aggradano di più sono mediterraneo e indoeuropeo. Ma cosa significano? Ha davvero senso?
Il mio è un tormento, che pensate. Ho perso la mia identità e me ne sono costruito una a tavolino, razionalmente. Ma l’istinto di appartenenza? Il cuore batte ancora per qualche gruppo? No. Non per adesso almeno. E non sento neanche l’esigenza di appartenenza. A volte penso che l’apolidia sia una benedizione e un valore da ricercare (almeno fino a quando non devi prendere un aereo…). Eppure siamo/sono costretti/o ad appartenere a qualche collettivo. Altrimenti non esistiamo, altrimenti non siamo.
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Devo essere sincero: ho visto poco della Sardegna nella mia vita. Mi sono sempre limitato al sud, soprattutto il cagliaritano e il Sulcis (che conosco bene). L’interno della Sardegna, a parte le solite Aritzo, Tonara e Seui, mi è quasi sconosciuto. L’altro giorno ho deciso di andare in una zona poco conosciuta della Sardegna: il Sarcidano. Marmilla, Trexenta e Sarcidano sono delle regioni al confine tra la pianura del Campidano e le montagne della Barbagia. E’ una terra di confine fatta di altopiani, laghi e piccoli paesi arroccati tra le colline. Come avrete capito non fa parte del circuito turistico classico. E però dovrebbe esserlo: le potenzialità sono enormi. Parliamo di una zona fatta di altopiani, dove tira un vento fresco tutto l’anno, perfino nella calura estiva d’Agosto, poco popolata, costellata da decine di nuraghi, fortezze, villaggi e pozzi sacri nuragici. Due enormi laghi artificiali, il Flumendosa e il Mulargia rendono il paesaggio sardo affascinante ed inusuale.
Arriviamo a Nurri, un paese fantasma di appena 2000 anime per lo più di
anziani. Il paese è vuoto e silenzioso, due vecchi seduti fuori da un bar guardano la nostra macchina. Certo è l’ora di pranzo, ma comunque fa impressione vedere le strade deserte, sentire solo il frinire delle cicale, le serrande chiuse. Non troviamo indicazioni per il lago Flumendosa. E sì che è bello grande. Alla fine troviamo una vecchietta in costume da vedova (è un costume completamente nero con un velo altrettanto nero che copre i capelli). Certi baffi da far invidia a Gatto Silvestro… Gli chiediamo informazioni ma non ci capisce. Passiamo al sardo e fila tutto liscio. Fortunatamente a Nurri si parla campidanese, altrimenti non saremmo riusciti a comunicare. Troviamo la strada per il lago. Il Medio Flumendosa è un lago enorme incastonato tra le gole del Sarcidano. Le sue acque sono chiare e le alte falesie creano giochi di luci e ombre. Su una piccola penisola c’è una struttura turistica (l’unica nel giro di decine di chilometri). E’ un piccolo hotel, munito di porticciolo con annessi piscine e piccolo zoo. Il coraggioso imprenditore che lo ha costruito ha fatto le cose in
grande ma deve fare i conti con tutto quello che gli sta intorno, ovvero il nulla. Siamo capitati qui perché qualcun altro ce lo ha segnalato, la zona è un far west, non ci sono indicazioni stradali. E infatti non c’è nessuno, il bar e ristorante sono chiusi, il battello “stile Mississipi” è fermo al centro del lago aspettando tempi migliori (guardate le foto meravigliose qui). Se questo posto fosse stato in qualsiasi altra parte del pianeta il 15 Giugno sarebbe pieno di turisti. Lo sarebbe se ci fossero indicazioni stradali, agenzie, pubblicazioni e siti in inglese e francese, un porticciolo turistico con barche a vela, canoe, magari un campeggio, un negozio per la pesca, le escursioni a cavallo, il parapendio, bed and breakfast e un supermercato come si deve nel paese ecc. ecc. E invece il nulla più totale, solo bar pieni di vecchi ubriaconi, le cicale e milioni di metri cubi di acque inutilizzate. Ma non è finita qui. Vogliamo parlare dei villaggi nuragici? Parliamone. Il Sarcidano ha una concentrazione di fortezze nuragiche impressionante. Complessi nuragici del 1500 a.C. perfettamente conservati sparsi per tutto il territorio, spesso usati come ovili dai pastori o derubati delle pietre per costruire muretti a secco. Un patrimonio archeologico da far invidia all’intera archeologia dell’Europa continentale preromana. Entro nel nuraghe Arrubiu (arrubiu è rosso in sardo, a causa dei licheni sulle sue pietre) di Orroli (vicino a Nurri) e ho i brividi: 3500 anni di storia in solida pietra. Un vero e proprio castello pentalobato con due serie di cinte murarie, torri a tolos contemporaneo di Egitto, Babilonia e Micene. Roma neanche esisteva nelle menti dei suoi primi abitanti pastori. Gli inglesi fanno miliardi per un gruppo di pietre messe in circolo di appena e nel frattempo i sardi nuragici davano lezioni di architettura al resto d’Europa, maghi della lavorazione del bronzo, commerciavano con egizi e fenici. Ecco, io arrivo al nuraghe Arrubiu, entro nel complesso e non c’è un custode. Più tardi scopro che avrei dovuto fare un biglietto. Dove? Nessuno me lo ha chiesto. Chiunque può entrare, siamo da soli. E d’altronde chi potrebbe venire qui se non è segnato in mappe e itinerari di livello internazionale? Ma se neppure la gente d’Europa sa cosa è e dov’è la Sardegna?
Che pena, che rabbia. Migliaia di anni di storia da far invidia ai popoli dell’Europa continentale, diecimila nuraghi, migliaia di pozzi, tombe, reperti archeologici sparsi in un territorio vastissimo, mari, spiagge, laghi, montagne, foreste, animali, folklore. Una perla nel mediterraneo, un paradiso in terra per i suoi abitanti, una miniera d’oro e ancora l’immagine di quei vecchietti al bar nella mia mente: insopportabile. I giovani sono scappati perché non c’è lavoro, dicono. Ma quando mai! Avete l’oro davanti, ci camminate ogni giorno e non lo sapete raccogliere! Poveri stolti, pensate di avere un’isola morta intorno a voi ma non vi rendete conto di avere l’isola dentro, dentro di voi.
*per una ricostruzione digitale del nuraghe Arrubiu vedere qui.
**su Google ci sono pochissime immagini ad alta risoluzione del nuraghe qui. Il comune di Orroli non si è manco premurato di fare una serie di foto ad alta risoluzione da mettere su internet. Il sito del comune poi fa pena. In un giorno potrei costruirne uno di qualità media e creare un buon traffico con tag e aggregatori giusti. E non sono un web designer… Anzi mi sa che con questo post creo più traffico io all’intero Sarcidano che con i loro siti “istituzionali”.
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