Archivi del mese: luglio 2010

“Sapevatelo” (cit.)

Ho un ricordo chiaro e nitido di una lezione di catechismo (non ricordo se a scuola o in chiesa) quando avevo circa 10 anni. La maestra ci aveva fatto vedere delle immagini dipinte nelle catacombe dei primi cristiani. L’agnello, il pastore con l’agnello sulle spalle, il pesce, la colomba sopra le teste. Cristo era rappresentato come un giovane pastorello, sbarbato e con i capelli corti. Nessuna croce, da nessuna parte. La maestra ci dice che i primi cristiani, per paura delle persecuzioni, non dipingevano mai la croce. E quindi usavano altri simboli per rappresentare la propria religiosità. Alzo la mano e chiedo che senso avrebbe eliminare un simbolo per paura di essere riconosciuti per poi metterne degli altri inequivocabili e utilizzati comunque da tutti i cristiani universalmente (certo non usai queste parole ma più o meno questo è il senso). E’ un po’ come se gli ebrei per non essere riconosciuti dai nazisti invece di usare il candelabro a sette braccia si fossero messi ad usare, che so, un lampadario con sette lampadine. I nazisti li freghi la prima volta, poi quando vedi che le case e le tombe degli ebrei si riempiono di simboli di lampadari, beh il sospetto ti viene. Comunque, la maestra non ribatte o forse farfuglia qualcosa*, ma il problema rimane. Perché non ci sono croci rappresentate nelle catacombe dei cristiani, nelle loro lapidi, nelle prime chiese e così via? Al cristiano indottrinato basta la scusa che “avevano paura di essere scoperti!”. Già, invece dipingere Cristo, agnelli e pesci e colombe e scrivere Χριστός invece avrebbe depistato i pagani! Ma a noi non basta.

Più tardi, alle superiori, scoprii che la croce fu adottata ed imposta dall’Imperatore Costantino su tutto l’Impero (in hoc signo vinces, il sogno con la voce di dio). Così, quasi dal nulla. A complicare le cose il fatto che nei vangeli il termine per designare la croce è σταυρός, cioè palo verticale. E solo più tardi venne tradotto come croce nel senso di due pali ad incrocio. Dal 200 d.C. in poi si usa ogni tanto il simbolo del tau greco, ma solo con Costantino viene deciso il canone. Qui c’è un bel resoconto della storia. In realtà non sappiamo come sia stato ucciso Gesù: croce classica, croce a tau, palo. Non è importante. L’importante è però avere chiaro (e se lo fu per un bambino di dieci anni c’è qualche speranza!) che questo simbolo ha avuto una evoluzione, non è certo, ed è stato imposto come canone da Costantino nel 300 d.C.

Tutto questo per raccontarvi di quante risate mi sono fatto leggendo questa notizia: un teologo svedese afferma che forse (forse eh!) Gesù non è mai stato crocifisso nel modo che la tradizione ci ha trasmesso e che la croce è inventata. Wow. Ci hai messo un bel po’ ma ci sei arrivato. Un geniaccio proprio. Dice anche che questo fa vacillare un po’ la sua fede. Addirittura?

Non è detto, ma forse senza l’imposizione costantiniana del simbolo della croce a quest’ora nelle aule scolastiche o nelle chiese ci sarebbe il pesce, o il pastore con l’agnello o il Chi-Rho. Cambierebbe poco in realtà. Sono sicuro che molti in questo universo parallelo si straccerebbero le vesti se qualcuno sostituisse quei simboli on una croce latina. Sarebbe un affronto alla tradizione ovviamente.

*Farfugliò qualcosa anche quando le feci notare che leggere la Bibbia come un mito da interpretare era pericoloso per la fede stessa. Diceva che alcuni studiosi avevano confermato la possibilità che Mosé riuscì ad attraversare il Mar Rosso perché in quel periodo c’era stato un abbassamento del mare. “Ma allora che senso ha l’intervento divino se è tutto spiegabile con fenomeni naturali?” All’epoca ero un piccolo Ratzinger.

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Desensitizzazione

Mi pare che la notizia sia già scomparsa, com’è tipico dell’Italia. Eppure qualche giorno fa c’è stato il tentativo neanche tanto subdolo da parte di Berlusconi di: 1) inventarsi un ministero senza portafoglio; 2) per infilarci un suo amico; 3) il quale da lì a poco sarebbe stato chiamato a deporre di fronte ad un processo; 4) così da usufruire di una legge per proteggerlo; 5) mentre c’erano i mondiali di calcio per nascondere il tutto.

Ebbene, questo tentativo criminale, ammesso dalla stessa maggioranza, non ha destato alcuno scalpore né nell’imputato né all’interno del paese. Berlusconi ci ha abituato alla corruzione, alla sfacciataggine, al disvalore del diritto come nessuno aveva mai fatto prima. I danni più pesanti ed importanti sono ancora a venire nelle prossime generazioni totalmente berlusconizzate.

Un paese desensitizzato come questo non ha via di scampo, davanti ha solo un vicolo cieco.

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Etica dei Borg

Diciamolo chiaramente: gli stranieri dopo che mi conoscono rimangono un po’ delusi. Hanno in mente uno stereotipo e lo proiettano immediatamente su di me. La delusione è palese quando mi chiedono “che squadra tifi?” o “che ne pensi di Roma-Acitrezza della scorsa domenica?” e io rispondo “Non seguo il calcio.”

Rimangono inebetiti quando rifiuto il caffè o il vino offertimi. “Ma come? Sei italiano!”

Mascella a terra quando parlano di macchine, moda, Berlusconi e io rispondo che non ci capisco niente delle prime due e che non voto il terzo.

“Ieri il papa ha detto che voi cattolici non potete…” “Noi chi?”

“Ma come, ma che razza di italiano sei?”

Già. Che razza di italiano sono se non rientro in nessuna delle caratteristiche di cui sopra? Sono un italiano? Teoricamente sì, il passaporto parla italiano, io parlo italiano, andrò a vivere in Italia in futuro (si spera). Ma queste cose mi rendono parte di un gruppo? Avere la tessera del partito comunista proletario non mi rende automaticamente comunista se le mie idee sono libertarie, giusto? E allora perché la tessera della nazione mi dovrebbe far diventare parte di quel collettivo chiamato popolo italiano?

Il fatto è che io non faccio parte di un collettivo. Io sono Fabristol, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. Non faccio parte del formicaio A né del formicaio B. Non prendo ordini da alcun capo o leader o papa. Quando mi chiedono che cosa sono faccio sempre la bocca storta e con un sospiro dico italiano. Non perché mi vergogni di dirlo (a volte me ne vergogno) ma perché ogni volta mi passa per la testa questa domanda: “sono italiano?”

E non so rispondere a questa domanda. Sì, la mia cultura di base è italiana ma questo vale anche per uno svizzero italiano o un corso o un istriano. Ma io non ho preso tutto il pacchetto Italia; ho scelto solo il meglio, o quello che io penso sia il meglio, e buttato tutto il resto. Ho cercato di prendere il meglio da tutte le culture con cui sono venuto a contatto. Ho amalgamato la mia italianità con una visione della libertà individuale tipicamente anglosassone e con una etica del lavoro quasi luterana. Un modo di vedere il mondo agli antipodi rispetto al collettivo Italia. Sono anche sardo (ma condivido lo 0,1% della sardità comune agli altri sardi), sono mediterraneo, sono europeo, sono indoeuropeo, sono caucasico (non mi sento caucasico per niente considerato che tra i miei antenati ci sono anche semiti da parte fenicia, nuragici da parte forse anatolica e chissà cos’altro). Ecco, forse tra tutte le categorie di cui sopra quelle che mi aggradano di più sono mediterraneo e indoeuropeo. Ma cosa significano? Ha davvero senso?

Il mio è un tormento, che pensate. Ho perso la mia identità e me ne sono costruito una a tavolino, razionalmente. Ma l’istinto di appartenenza? Il cuore batte ancora per qualche gruppo? No. Non per adesso almeno. E non sento neanche l’esigenza di appartenenza. A volte penso che l’apolidia sia una benedizione e un valore da ricercare (almeno fino a quando non devi prendere un aereo…). Eppure siamo/sono costretti/o ad appartenere a qualche collettivo. Altrimenti non esistiamo, altrimenti non siamo.

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