Come il governo limita la ricerca scientifica

Mentre mi informavo sull’IVA in questi giorni (vedi questo post), ho scoperto che l’Italia è l’unico paese (forse, se qualcuno ha più informazioni a riguardo mi faccia sapere) che impone l’IVA al 20% sull’acquisto di materiale scientifico. Dagli strumenti come microscopi, tavoli, macchine ecc. ai consumabili come provette. In pratica il governo tassando la propria ricerca tassa se stesso e limita i fondi destinati alla ricerca scientifica!

E questo vale per la ricerca di base come per la ricerca clinica per malattie comuni o rare. Ho parlato con alcuni ricercatori italiani e mi hanno detto che a volte hanno dovuto rinunciare all’acquisto di certi strumenti perché l’IVA era troppo alta. In compenso in tutti i paesi europei non esiste l’IVA sulla ricerca e lo stesso vale per paesi emergenti come la Cina dove appunto le case farmaceutiche possono comprare strumenti per millioni di euro senza tasse.

Non solo lo stato italiano non è in grado di fare ricerca a livelli competitivi ma si dà la zappa sui piedi autotassandosi. E i soldi dell’IVA vengono usati per pagare la scorta e il sistema di sicurezza dei festini del puttaniere.

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22 commenti

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22 risposte a “Come il governo limita la ricerca scientifica

  1. Tutto deprimentissimo. Però sarei curioso di conoscere il punto di vista di un libertario di fronte alla ricerca scientifica – chi dovrebbe finanziarla, se non ci fosse lo Stato?
    (Ok, i ‘privati’. Ma la ricerca è tale anche perché è libera – scissa cioè dalle mire della ricerca del profitto, almeno quello certo e/o immediato).

  2. Per Davide

    Intendi quello che succede già oggi nel Regno Unito dove buona parte della ricerca è finanziata dalle charity private senza scopi di lucro? Il Wellcome Trust è una organizzazione privata che dona 14 miliardi di sterline all’anno per la ricerca scientifica senza alcuno scopo di lucro. Il WT è solo il più grande charity, ma per ogni malattia, anche quelle più rare ci sono decine di charity. C’è quella per il parkinson, per l’alzheimer e per qualsiasi malattia. Vai nella High Street di qualsiasi città o villaggio britannico e troverai decine di charity per qualsiasi malattia.
    Nel Regno Unito la ricerca finanziata da privati e da associazioni è una realtà onnipresente e migliore di quella statale perché non dipende dal volere delle maggioranze della democrazia ma dal buon cuore delle persone.
    E poi, le compagnie farmaceutiche finanziano anche la ricerca privata. Il mio Ph.D. era pagato da una compagnia farmaceutica per esempio.
    Anche la ricerca scientifica come qualsiasi attività umana si autorganizza in modo emergente quando manca un governo che la finanzia.

    Quello per cui la ricerca scientifica, anche di base, senza il governo non può esistere è un mito.
    Fino all’altroieri tutti dicevano che nessun privato avrebbe mai mandato razzi nello spazio: vogliamo parlare di SpaceX e Virgin?
    O parliamo delle più grandi invenzioni dell’umanità come mongolfiera, aereo, radio, batteria, telefono, corrente, automobile ecc. tutte fatte da privati.

  3. Attento, non ho detto che senza finanziamenti statali la ricerca non possa esistere. Ho solo dei dubbi che possa continuare, però, una ricerca ‘disinteressata’, slegata dal guadagno o dal vantaggio. Ma forse la mia formazione umanistica ha compromesso il mio modo di vedere le cose (chi mai finanzierebbe un ‘filosofo’?). 😉

  4. Poi però penso a Hubbard e non so se piangere o sorridere… 😐

  5. “Attento, non ho detto che senza finanziamenti statali la ricerca non possa esistere. Ho solo dei dubbi che possa continuare, però, una ricerca ‘disinteressata’, slegata dal guadagno o dal vantaggio.

    Allora forse sarebbe meglio ripulire un po’ questa visione idilliaca della ricerca pubblica.
    Non è assolutamente vero che la ricerca pubblica sia disinteressata. Anzi! Lo stato si comporta esattamente come un privato finanziando soprattutto le ricerche che hanno ricadute commerciali per le aziende del proprio paese grazie a brevetti, nuovi progetti ecc. Uno dei motivi per cui l’Italia è fatta di cretini è proprio questo: senza finanziamento alla ricerca l’Italia perde centinaia di milioni l’anno di mancati guadagni. Gli stati finanziano ricerca per tre motivi: aiutare le aziende del proprio paese a guadagnare di più, guarire i contribuenti ovvero i parassitati e creare nuove tecnologie da utilizzare nel campo militare, energetico ecc. ancora una volta per privilegiare e difendere le proprie aziende e i propri parassitati.
    Davvero credi che il pastore non si preoccupi della salute del proprio gregge? E poi come fa a mungere le pecore ogni giorno? 😀
    Quando scrissi la tesi una delle linee guida del governo per la ricerca sull’Alzheimer era che il Regno Unito avrebbe perso milioni di sterline nella cura di questi poveracci e quindi bisognava assolutamente trovare un modo per trovare una cura. Nella linea guida non si parlava di sofferenza degli individui ma di perdita dello stato.

    “Ma forse la mia formazione umanistica ha compromesso il mio modo di vedere le cose (chi mai finanzierebbe un ‘filosofo’?).”

    Io ti finanzierei molto volentieri, se non dovessi già pagare le tasse al governo.

  6. emax

    fabri, metteresti la possibilità di sharare il post su facebook?

  7. Ok, è errato partire dal presupposto che i finanziamenti statali siano disinteressati. Solamente non mi quadrano alcuni finanziamenti – quelli per l’arte, ad esempio. (E infatti in Italia li hanno mozzati. Meglio affidarsi all’iniziativa del singolo!).

  8. Ciao Emax,

    purtroppo in questo blog non c’è la possibilità di sharare su FB. Invece nell’altro mio blog sì. Mi spiace. Puoi linkare l’altro post su Who is John Galt se vuoi.

    Per Davide

    OK, correggo un po’ il tiro: non tutta la ricerca pubblica è interessata come del resto non tutta quella privata. Diciamo che sui grandi numeri i governi sperano sempre di avere un ritorno. E lo dicono apertamente.
    Per quanto riguarda l’arte prima pensavo che fosse una di quelle piccole aree che dovrebbero essere lasciate come prerogativa dello stato ma adesso ho cambiato idea anche su quello. L’arte può essere finanziata bene e anche meglio dai privati o dalle associazioni culturali. Diciamo che se dovessi tagliare i soldi dello stato l’ultima cosa che toccherei è la cultura (musei, siti archeologici ecc.) insieme alla sanità.

  9. Ciao Fabristol, ottimo pungente post, come tuo solito.
    Non so se è attivo anche per il tuo tema, ma per le funzioni di sharing è stata da poco abilitata la funzionalità di condivisione per diverse piattaforme tra cui FB, prova a controllare nella dashboard la sezione impostazioni, dovrebbe esserci la voce “sharing”.
    Un cordiale saluto.

  10. Grazie Gifh!!!
    funziona!! Ora potete condividere i post con un click. 😉

  11. Snem

    Ciao fabristol,
    ti consiglio di ‘riciclare’ i commenti sul finanziamento della ricerca pubblica nel gruppo libertari (con il permesso di Davide!).

    Un saluto

  12. ‘Permesso’? Tra libertari serve? 😉

  13. Snem

    Ah giusto, ‘contratto’! 😉

  14. Pingback: L’IVA sulla ricerca in Italia | Dario Salvelli's Blog

  15. @ Fabristol

    Non è assolutamente vero che la ricerca pubblica sia disinteressata. Anzi! Lo stato si comporta esattamente come un privato finanziando soprattutto le ricerche che hanno ricadute commerciali per le aziende del proprio paese grazie a brevetti, nuovi progetti ecc“.

    non tutta la ricerca pubblica è interessata come del resto non tutta quella privata. Diciamo che sui grandi numeri i governi sperano sempre di avere un ritorno“.

    Beh, anche ad accogliere la prima osservazione, questo non eluderebbe il problema che è stato posto: quale privato avrebbe interessi talmente estesi da mettersi a finanziare uno spettro di ricerche così ampio come quello di uno stato, che ha come scopo il miglioramento di quasi tutti i settori? Per esempio lo Stato italiano spende e spande (ho voglia di essere davvero buono oggi) per mantenere docenti di matematica, che devono ben educare ingegneri, fisici, chimici, biologi, persino un po’ i medici e gli architetti. Questi docenti quindi allo stato interessano, perché servono per formare le altre professioni altamente tecniche, quindi -se vogliamo- lo stato lo fa per interesse; ma qualunque privato, anche uno che elargisse gran soldi a favore della ricerca, è ben lieto di trovarsi il potenziale umano già bello cotto e condito, che innanzitutto sa fare due più due. Quale privato si assumerebbe questo onere, educare nella matematica centinaia di migliaia di futuri “rivoluzionari” della scienza?

    Un piccolo appunto sugli esempi della radio e della mongolfiera: in passato i mecenati ci hanno spesso salvato dall’oblio. Ma oggi la situazione è diversa: non basta più avere un Gauss od un Maxwell di tanto in tanto per mantenere i ritmi di innovazione cui siamo giunti e di cui abbiamo ormai bisogno per non collassare a terra. In questo senso un ruolo essenziale, forse spartiacque, lo stato cominciò a mettercelo inventandosi la scuola dell’obbligo e l’istruzione statale, che fatico a non identificare come fattori decisivi (non certo unici) nello spianare la strada alle potenzialità di espansione tecnologica odierne (pensiamo poi all’India, che da pochissimi decenni ha deciso di far studiare chiunque, anche i bambini più poveri, a spese della collettività, e oggi forse anche per questo -è un’ipotesi- comincia a correre anche economicamente).

    Non dico di avere una risposta certa, ma non sono sicuro che tutte le risposte libertarie affrontino seriamente questi aspetti.

  16. Per Snem e DAvide

    quella discussione me la sono persa (?). Potreste riesumarla voi? Grazie.

    Per Paolo

    Be’, nelle compagnie Hi-tech vengono assunti matematici eccome. Il fatto è che spesso il pubblico ha il monopolio per queste materie hardcore come matematica e fisica e QUINDI le compagnie private non investono su questo tipo di ricerca perché gli basta utilizzare quella prodotta dalle università pubbliche. Ma se da un giorno all’altro tutti i dipartimenti di fisica e matematica dovessero chiudere sono sicuro che molti di questi ricercatori verrebbero assunti da molte compagnie, o magari come liberi professionisti. Stessa cosa per molta ricerca di base in campo delle biotecnologie: le case farmaceutiche non fanno altro che utilizzare le conoscenze prodotte dal pubblico, per una questione di convenienza. Ma se il pubblico dovesse collassare la “nicchia” ecologica deve essere rimpiazzata al più presto altrimenti crolla tutto il sistema.

    Condivido il fatto che la scuola dell’obbligo abbia fatto delle ottime cose soprattutto nei paesi in fase di sviluppo. Condivido un po’ meno sul fatto che senza la scuola dell’obbligo non saremmo allo stesso livello di adesso.

  17. Be’, nelle compagnie Hi-tech vengono assunti matematici eccome“.

    Questo è vero ma è un discorso un po’ diverso: i matematici vengono perlopiù impiegati per le loro capacità di rendere applicativi i concetti puri, in altre parole per applicare la matematica (o meramente il ragionamento astratto) più che per dimostrare teoremi su teoremi come una catena di montaggio. Ma se togli ai matematici puri la ricerca fine a s stessa, addio precisione GPS (geometria differenziale e quindi relatività generale), addio controllo dell’elettronica (analisi di Fourier, …), addio analisi statistica (Gauss, Bayes, …), addio carte di credito e sicurezza passwrod (teoria dei numeri), addio computer (Turing, …), addio fisica tutta intera. Queste mie precisazioni esulano un po’ dal discorso “Stato o non Stato”, ma mi parevano utili per distinguere tra matematica come impresa e metodo pratico, e matematica come branca a sé stante di ricerca pura: ed è quest’ultima che mi pare sia storicamente poco o niente sponsorizzata dal privato (tranne pochissime eccezioni, come crittografia, teoria dell’informazione e qualche altra).

    sono sicuro che molti di questi ricercatori verrebbero assunti da molte compagnie

    Questo può anche darsi, ma il problema è che dovrebbero anche insegnarla a qualcuno questa benedetta matematica, altrimenti nel giro di un paio di generazioni la tecnologia si ferma o sparisce. Le compagnie non dovrebbero solo far fare ricerca, ma dovrebbero preoccuparsi di spendere patrimoni in formazione scientifica, almeno almeno per i propri dipendenti. Ammetto che a questo potrebbero provvedere enti di studio e ricerca privati, università private: quindi una risposta potrebbe essere che in regime libertario le aziende comunque finanzierebbero lautamente le università private in giro per il mondo. Questa risposta potrei considerarla non banalmente irrealistica, ma francamente vedermi invece industrie a fare corsi su corsi di formazione in casa propria non ce le vedo, e a me pare che sarebbe troppo oneroso (considerato anche il fatto che i dipendenti potrebbero da un momento all’altro andare ad esportare le proprie conoscenze dai concorrenti, che è un problema già adesso che la formazione specifica è limitata all’aspetto tecnico, figuriamoci quanto lo sarebbe quando la formazione del dipendente diventasse una decina di volte più onerosa, a partire cioè dalla definizione di limite).

    Condivido un po’ meno sul fatto che senza la scuola dell’obbligo non saremmo allo stesso livello di adesso“.

    Replico con una battuta: una volta, per leggere un editto dell’autorità, o qualunque informazione che riguardasse l’impresa agricola o che fosse, ci si rivolgeva al “segretario” o a chi comunque sapeva leggere. I ritmi di crescita e produzione dell’era moderna non so quanto sarebbero compatibili con l’analfabetismo diffuso.

  18. Nella foga dialettica, ho dimenticato di rimarcare, in modo più inerente al post, come questa pratica dell’Iva crei problemi concreti anche di altra natura. I finanziamenti europei vietano esplicitamente che, nel comprare attrezzature scaricate sui fondi di ricerca, possa essere addebitata l’Iva (VAT). Ciò risponde a una regola generale (vale altrettanto credo sull’Irpef per i contratti): i singoli stati non posso fare casse sui finanziamenti comunitari.

    Quello di cui non sono al corrente è se esista una qualche legge che possa far scorporare questa voce di spesa, con possibilità i eliminarla del tutto, ma certamente se essa esiste non credo che tutti sappiano come metterla in pratica (e non oso immaginare le lungaggini burocratiche per ottenere dal venditore la deroga). Per cui restano anche due opzioni: si paga il netto con i fondi europei del progetto, e si spende per l’Iva di proprio (cosa a volte nemmeno possibile, comunque non credo che nessuno lo faccia veramente); oppure si deve fare in modo che la voce sulle tasse non compaia nell’attestato di spesa, cosa al limite del legale nei confronti dell’ente finanziante, e anche molto “italiano”. La terza via, anche credo percorsa dai più evventurosi, è di spendere tutto sui fondi e “che Dio me la mandi buona” nessuno controllerà o reclamerà la voce di Iva.

    Questa situazione, tra le altre cose, rischia quindi anche di pregiudicare futuri finanziamenti ad enti italiani, se il problema verrà posto in termini cristallini e oggettivi. In ogni caso, anche ad ammettere che questa legge italiana esista già per tutelare chi usa finanziamenti europei, non vi sarebbe ragione per non estenderla a chi fa ricerca in generale, quali che siano i fondi.

  19. Grazie Paolo, non avevo pensato al problema da questo punto di vista. In effetti il problema può nascere quando i finanziamenti sono europei.

  20. piero

    Non vedo come un istituto di ricerca con un servizio di amministrazione serio possa emettere ordini senza aver incluso l’ IVA, salvo che una qualche disposizione non preveda esplicitamente l’ esenzione per i finanziamenti comunitari.
    Fino alla crisi della lira del 1992 gli enti di ricerca pubblici potevano godere della riduzione dell’ IVA, dal 18% al 9% per l’ acquisto della strumentazione, cioè per spese per il materiale inventariabile, ma non per il materiale di consumo o prestazioni di servizio (lavorazioni meccaniche, elettroniche etc). Per esempio potevate comperare un laser con la riduzione, ma il gas che eventualmente serviva al suo funzionamento era gravato dell’ IVA completa. Era un ginepraio demenziale: bisognava certificare e giurare sulla testa dei parenti più cari che mai e poi mai avreste usaro quella strumentazione per qualcosa che risultasse utile a una qualche ditta dedita a turpi pratiche commerciali, alla faccia di ogni spin-off del know-how acquisito.
    Una apposita commissione del CNR vagliava la fantasia con cui avevate riempito le scartoffie spiegando che volevate acquistare un oggetto indispensabile per l’ attività di ricerca, ma privo di qualsiasi potenzialità produttiva: un dissaldatore per aggiustare sul campo circuiti elettronici SI, un saldatore di qualità per la loro produzione NO.
    L’ italica scappatoia era che che la voce di bilancio ‘costruzione apparati’ aveva la riduzione, e quindi si cercava di far entrare tutto là dentro.

  21. @ Piero

    Sulla prima parte: beh, almeno nei casi più semplici (non so, pezzi del computer, il computer stesso, spese d’albergo e di viaggio), ci si può far fare la ricevuta invece della fattura. Ha valore legale, può farsi rimborsare, è gravata da Iva, ma il dettaglio dell’Iva non è scritto esplicitamente, né quale sia la sua percentuale. Non sono sicuro che l’amministrazione sia gioco forza obbligata ad includerla a posteriori nella voce di rimborso. L’ente europeo finanziatore potrebbe non avere facili basi pratiche, almeno in quei casi, per contestare la spesa andata via in Iva.
    Per strumentazioni costose, per esempio quando servono preventivi, non so se ciò si possa effettivamente fare, e quale altra strada seguire e si segua normalmente. Sinceramente, non sono addentro queste cose amministrative a sufficienza per conoscere nel dettaglio le pratiche usate in Italia e di rimando la prassi dei “controllori” dei fondi europei. Se “una qualche disposizione non preveda esplicitamente l’ esenzione per i finanziamenti comunitari” esista neanche io lo so: mi verrebbe da dire di no, ma nemmeno escludo che invece esista, ma non sia utilizzata (il che non è poi tanto diverso dal primo caso).

    Ho persino ipotizzato che la cosa sia nota, e da una parte (l’Italia) e dall’altra (l’ente europeo) si stia per ora facendo finta di niente, con una deroga ufficiosa. Un domani potrebbe arrivare l’intimazione di mettersi definitivamente in regola.

  22. Di nuovo per Piero

    Molto interessante la descrizione di com’era in passato quando si tentò una parziale riduzione. Non si capisce mai perché solo in Italia questi problemi si concretizzino sempre al limite della insormontabilità. E poi ovunque si fanno controlli, no? Se ci metti l’esenzione, avrai pure interesse a spendere qualche soldo in più per mettere in piedi sistemi di controllo independenti per evitare lo sperpero.
    La soluzione che adottò il CNR in quella circostanza è pazzesca, secondo me. Se uno aveva la sfortuna di aver bisogno più di altri di un certo tipo di apparati “commerciabili” era spacciato, l’esenzione poteva pure scordarsela. Selezione innaturale delle linee di ricerca.

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