Let a thousand nations bloom

In questi giorni si parla tanto dell’unità d’Italia con le solite discussioni divise tra un partito pro e e uno contro il Risorgimento. Questo post vuole cercare di mettere le mie idee in chiaro su questo argomento, e diciamo che possiamo definirlo un post di autoanalisi che serve soprattutto per me per capire come sono cambiato e che cosa penso sull’argomento. Se volete aggiungere anche i vostri commenti mi farebbe piacere.

Innanzitutto la scuola. Fin da quando ero bambino mi fu insegnato il mito del Risorgimento e fin da subito ne fui entusiasta. Non ero un bambino che assorbiva passivamente le nozioni e se quel periodo e i suoi ideali mi sono rimasti impressi era perché veramente mi parevano fondanti e positivi.

Ciò che mi interessava di più all’epoca era la figura dell’eroe risorgimentale. Giovani letterati con un ideale (spesso non importa quale, e anche per questo motivo rispetto tutti gli idealisti anche quelli con idee opposte alle mie) da raggiungere. Ho sempre avuto il fascino per chi ha un progetto in mente e riesce a realizzarlo nella realtà: per me è un miracolo non tanto creare nella propria mente un qualcosa, quanto piuttosto trasferirlo dalla propria mente al mondo reale. Un miracolo della biologia e dell’umanità che non mi stancherò mai di acclamare come l’unico nobile obiettivo di ogni essere umano: l’azione, il plasmare la realtà, esseri dèi in terra. Garibaldi in questo per me rappresentava un modello. Mazzini invece non mi è mai piaciuto perché non era altro che un invasato, oggi lo chiameremmo fondamentalista religioso. I suoi seguaci della Giovane Italia oggi si farebbero esplodere come i kamikaze islamici per dire.

Quindi dicevo: non erano l’Italia e la sua unità ad interessarmi quanto le storie fantastiche e romanzate di queste persone che stavano facendo l’Italia. Ma la stavano facendo veramente? Come si dice spesso, e io ne sono convinto, lo stivale è sempre stato italico e a parte alcune regioni come la Sardegna e il sud Tirolo, che non erano italiane, tutti i regni e le repubbliche condividevano un minimo comun denominatore fatto di lingua, cultura, religione e storia. Per quanto riguarda l’idioma, l’italiano era una lingua franca usata soprattutto dagli intellettuali e dalle cancellerie più che dal popolino che invece utilizzava varianti spesso inintelliggibili.

Ora, il salto da un’Italia culturale a quella politica è stato violento. Non c’è dubbio su questo. Necessario? Forse no, ma sicuramente inevitabile visti i tempi quando la cultura dominante era quella degli stati nazione ottocenteschi. Insomma, spesso certi movimenti della storia sono inevitabili anche se non sono necessari o “nel giusto”. E’ un’amara giustificazione di una guerra d’invasione lo so, ma credo di centrare il problema se continuo su questa traccia. E’ difficile essere una repubblica marinara quando intorno a te c’è solo il modello imperiale, ed è difficile essere una tirannia quando intorno a te ci sono solo democrazie. Insomma il mondo andava verso quella direzione lì e l’Italia non poteva essere da meno. E sarebbe ingiusto prendersela con quegli uomini di quel tempo con il metro di giudizio o la morale di oggi. Il ripudio della guerra è un concetto nato solo dalla fine della seconda guerra mondiale e sulla scia del pacifismo 60/70. Prima di allora la guerra e l’invasione erano normale realtà quotidiana.

Per questi motivi difficilmente riesco a sopportare il revisionismo di molti di oggi che parlano di invasione e di autodeterminaizone dei popoli negli stessi termini con cui si criticherebbe oggi un Bush che invade l’Iraq o una Russia che invade l’Ossezia.

E poi, pensate che Dante si sentisse meno italiano perché lo stivale era diviso in principati e signorie? Erano già italiani all’epoca ma loro nel medioevo sapevano distinguere tra la cultura d’appartenenza, spesso definita nazione, e lo stato, ovvero la struttura politica. Non necessariamente le due cose devono coincidere! E’ questo l’errore più grande di quel periodo storico, non solo italiano (badate bene, non solo italiano). E’ come far parte di una famiglia e seguirne le tradizioni ma la casa dove si abita si può cambiare o può essere multipla. Il caso svizzero è perfetto per spiegare questo concetto: gli svizzeri che vivono nel Canton Ticino si considerano italiani al 100% ma vivono in Svizzera e quindi si considerano parte della nazione svizzera.  Lasciate ai semplici il concetto di stato-nazione, così come quelli di famiglia  patriarcale e di religione. Non hanno altro che queste piccole certezze a cui si aggrappano per poter giustificare la loro esistenza al mondo.

Detto tutto questo credo che il modo in cui si sta festeggiando questa unità abbia del ridicolo, proprio per lo stesso motivo per il quale non si può leggere con la lente del 2010 il Risorgimento, allo stesso tempo non si può portare avanti nel tempo (quasi che ci fosse una macchina del tempo) una commemorazione così ottocentesca, datata e appunto anacronistica. Quello che voglio dire è: c’è stato quello che c’è stato, mettetevi l’anima in pace, però ora non rendeteci schiavi di quel passato. Ora vogliamo percorrere altre strade, sperimentare nuove forme.

Io voglio tornare al Rinascimento quando si era italiani culturalmente ma si era fiorentini, genovesi, veneziani e sardi politicamente. La differenza nella vita di tutti i giorni sarebbe quasi inesistente (come dice lui in questo video l’unica differenza sarebbe che quando attraversate il confine vi arriverà un messaggio della Vodafone che vi dirà: benvenuti a Vodafone Veneto)  ma i vantaggi sarebbero enormi: meno stato, meno burocrazie, più responsabilità delle comunità e individuale e la possibilità di muoversi da un territorio all’altro per cercare le condizioni economiche, fiscali, lavorative e culturali migliori. Una cantonizzazione del territorio che promuove la competitività e la meritocrazia e diminuisce gli sprechi e le ingiustizie tra i vari territori. Lasciate che i sudtirolesi seguano il loro destino, che i veneti ritrovino il loro orgoglio perduto, che i sardi sappiano ritrovare la meravigliosa storia dei giudicati, che i toscani si riprendano i loro comuni. Let a thousand nations bloom è il titolo di questo post preso da questo blog libertario: lasciate che mille nazioni sboccino. Ora, adesso. E lasclate quel meraviglioso periodo della nostra storia comune che si chiama Risorgimento nei libri di storia e nella memoria comune. Ora abbiamo bisogno di guardare al futuro.

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28 commenti

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28 risposte a “Let a thousand nations bloom

  1. Domanda: ma non è che con mille nazioni (ri)sorgeranno anche mille eserciti?

    A parte.
    Nella fattispecie italiana, la cosa che più mi vedrebbe favorevole a tale tipo di federalismo, sarebbe la rinascita di “esteso” Stato Pontificio: vale a dire, una volta riottenuto un territorio, la smetteranno di parassitarne altri?

  2. Potrei farti la stessa domanda sul territorio europeo. 😉 non è che se ci sono 27 eserciti nazionali questi debbano per forza scontrarsi.
    Poi io non parlerei di federalismo, al massimo federalismo europeo. Ci manca solo che oltre ai governi statali veneti, sardi e siciliani ci sia pure un governo federale a Roma!

    Indipendenti ma confederati sotto l’egida dell’UE. questo sì.

    Uno dei vantaggi sarebbe che la Chiesa avrebbe un controllo meno omogeneo sul territorio con stati più laici di altri dove la gente potrebbe spostarsi.

  3. Di quei tempi ricordo solo che Garibaldi fufferito, e il bello è che immaginavo Garibaldi come nome e fufferito come cognome.

  4. Un discorso coraggioso il tuo, Fabri. Molto contro corrente, ma molto bello.
    Ho un’amica che vive in Svizzera da molti anni. Mi raccontava che per loro la situazione italiana è assolutamente inconprensibile. Infatti, da quelle parti, basta il sospetto che un pubblico amministratore (consigliere, sindaco, assessore) usi la propria posizione per interesse privato, affinché i suoi concittadini non solo non lo votino più ma, addirittura, gli tolgano il saluto per strada.
    Ecco: io mi sentirei perfettamente a mio agio in un paese così.

  5. “Un discorso coraggioso il tuo, Fabri. Molto contro corrente, ma molto bello.”

    Grazie mille. Ma son sicuro che domani qualcuno passerà di qui e mi darà del leghista.

  6. dopo un po’ ci si abitua 😉

  7. Cosa? Farsi dare del leghista?

  8. Kirbmarc

    L’Europa cantonale sarebbe un passo nella direzione giusta. Purtroppo il federalismo all’italiana rischia di essere un semplice raddoppio delle strutture statali.

  9. Mi ha colpito il riferimento alla cantonalizzazione. Se ho capito bene tu proponi un federalismo a grana fine, cioè basato su entità locali e non regionali. È molto interessante, ma bisogna capire cosa se ne guadagnerebbe effettivamente. Provo a spiegarmi.

    Al di là della storia comune, i singoli cantoni svizzeri appartengono alla confederazione per un motivo preciso: la possibilità di essere entità indipendenti e autonome. Può sembra un ossimoro, ma alla fine non così assurdo, vista la posizione geografica della confederazione, schiacciata tra tre stati-nazione culturalmente distinti tra loro. I cantoni di ciascuna area linguistica hanno avuto in questo modo la possibilità di mantenere la propria autonomia dal proprio ingombrante vicino. A Lugano c’è un monumento commemorativo dell’annessione del Canton Ticino che reca il motto “Liberi e Svizzeri”. Mi ha sempre fatto sghignazzare, ma ora capisco l’importanza di quel liberi.

    Tu citi le migliori possibilità economiche derivanti da una forma confederativa di questo tipo, ma secondo me queste possono essere al più un catalizzante che un fattore determinante. Per cui la mia domanda è: pensi che tutte le anime d’Italia avrebbero un motivo, una convenienza diciamo, per continuare a far parte di una forma aggregativa come una confederazione?

  10. Per Junkie

    Prima di rispondere alla tua domanda cerco di precisare la mia posizione. Prima mi reputavo un europeista convinto perché ingenuamente pensavo che il potere politico andasse diluendosi all’interno dell’Europa. Invece, come ricorda Kirbmarc, è avvenuto l’esatto opposto, ovvero la moltiplicazione di enti, parlamenti, sedie ecc. Inoltre ha comportato una ulteriore burocratizzazione in tutte le aree. A me interesserebbe una confederazione europea di macroaree, non necessariamente con i confini nazionali attuali. Ne parlai anni fa su questo blog. Queste macroaree prevalentemente economiche e amministrative, NON politiche, a loro volta vengono divise in cantoni. Questi ultimi invece possono avere i parlamenti locali, che non sono altro che i comuni odierni. In questo modo ci sono solo due livelli di amministrazioni politiche: quelle locali (i cantoni) e quelle confederali (Bruxelles). STOP. Questo elimina il proliferare di province, regioni, stati ecc. e quindi il parassitismo della classe politica. Il parlamento confederale prende solo decisioni a livello di difesa e macroeconomia (accordi bilaterali con altri stati e energia). E’ un parlamento effimero, costituito dai rappresentatni delle macroaree. Effimero perché viene convocato solo quando serve: difesa, accordi ecc. Alla fine non legifera se non in casi eccezionali, quindi non è neppure un parlamento quanto una commissione. I cantoni hanno potere decisionale su tutto e devono solo rispettare una breve costituzione fatta di dieci o venti articoli fondamentali. Il movimento e la variabilità sono le chiavi dell’unione: i cittadini possono muoversi e scegliere cittadinanza quando gli pare e piace. E i cantoni possono fare di tutto per attrarre più cittadini possibile.
    In questo contesto la tua domanda non funziona con il mio modello perché per me l’Italia politicamente non dovrebbe esistere. 😉 Se invece il modello che tu proponi è la confederazione cantonale dell’Italia allora la risposta è: dipende. Il sud tirolo si aggregherebbe all’Austria; il comasco al Ticino; la Savoia e la Val d’Aosta alla Francia; da Roma in giù, comprese le isole, rimarrebbero attaccate al centro romano non avendo altri centri di gravitazione. Al sud non saprebbero neppure come organizzarsi in cantoni perché l’unico modello che hanno sempre avuto era quello centralizzato: Napoli o Roma. Al centro nord invece con l’esperienze dei comuni medioevali e rinascimentali sarebb molto facile ritornare a quel modello frammentato ma vincente.

  11. il tuo modello cantonale dell’ Italia è possibile soltanto se nell’Europa comunitaria vi è un’analoga divisione.
    se l’ Italia si disintegra, sarà facilissimo per i vari Stati stranieri annullare le già (scarsamente difese) richieste a livello comunitario.
    non dimenticarti che una regolamentazione , con possibilità di sanzioni, ed una moneta unica (e quindi decisione di politica economica) già vi sono.

    ho i miei dubbi che l’italiano fosse lingua diffusa tra le classi dirigenti , se non ricordo male preferivano comunicare in francese.

    va da se che la Lega non vuole il federalismo: vuole semplicemente una unità statale senza obblighi di civile solidarietà con le aree povere(o con gli immigrati).
    un’ economia gonfiata da sempre appunto dall’organizzazione neocoloniale del Paese: senza spalmare l’allore debito pubblico piemontese su tutta la nazione, senza il saccheggio dei bottini di guerra e soprattutto senza l’immigrazione interna non vi sarebbe stata l’accumulazione di capitale necessaria ad avviare uno sviluppo industriale italiano(settentrionale) che ora annaspando sotto la concorrenza asiatica sta raschiando il fondo del barile.

    cmq anche io sono per le macroregioni europee anche se , tranni casi frontalieri, queste finirebbero per coincidere con gli Stati attuali divisi in tre quattro parti.

    ps
    ma al vaticano, conviene davvero riavere lo Stato pontificio? di fatto, può far quello che vuole senza assumersi le responsabilità di decisioni politiche ed ha esenzioni fiscali che , avendo uno Stato, sarebbe costretto a diminuire per questioni di proprio bilancio

  12. ehm, ti rendi conto che nella parte iniziale hai scritto un testo marxiano? 😉

  13. Per socialista

    Non sottovalutare l’eredità medioevale europea. Qui in UK è tutto un localismo tra centinaia di contee e vere e proprie nazioni come quelle gallesi, scozzesi e inglesi. Ogni isoletta ha una sua regolamentazione e ogni città ha dei particolarismi legislativi come boroughs, counties, districts, possedimenti della corona ecc. Se non fosse per lo strapotere di Londra anche la UK sarebbe una sorta di confederazione. Credo che il Regno Unito sia l’unico paese veramente medioevale d’Europa (peché Napoleone non c’è mai stato… ma questo è un altro discorso). La Francia sembra un monolite ma esistono forze centrifughe anche lì: occitania, provenza, savoia, normandia, corsica. Spagna può essere divisa in cinque/sei regioni. La Germania è lontana dall’essere unita divisa com’è tra nord protestante e sud cattolico bavarese e la divisione ovest-est durata per 50 anni. E non dimentichiamoci che la Germania è già uno stato federale col sistema dei lander. Sul Belgio è come sparare sulla croce rossa…

    Al Vaticnao non conviene riavere lo Stato Pontificio per le ragioni che dici tu. Difficilmente un parassita riesce a tornare predatore attivo come uno stato. 😉

    Sul testo Marxiano (forse intendevi marziano) non capisco quali sarebbero le attinenze con Marx. (?)

  14. Grazie della delucidazione. Sono d’accordo che l’integrazione “spinta” potrebbe portare alla “dissoluzione” degli stati membri in un modello di confederazione come lo immagini tu. Sarebbe interessante vedere cosa pensassero i primi europeisti al riguardo, perché temo però l’U.E. ormai abbia perso degli ideali di unificazione così radicali–se mai li ha avuti–e paradossalmente potrebbe essere il maggior ostacolo per la creazione di una visione come la tua, visto che, come tutte le organizzazione, essa tenderebbe piuttosto a difendere se stessa.

    Cmq riguardo all’Italia “cantonale” non ho potuto non pensare alla saggezza di Boris: http://www.youtube.com/watch?v=KIkDKhbHJa0 😀

  15. la parte dove canti il plasmare il mondo a partire dalle idee. “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo” (K.Marx).

    che l’UK sia medioevale non stento a crederlo 😉

  16. Secondo me centri perfettamente il problema quando dici :
    Insomma, spesso certi movimenti della storia sono inevitabili anche se non sono necessari o “nel giusto”.
    io aggiungerei anche più “convenienti” in termini pratici per la gente. Così se col cuore mi fa sognare l’autodeterminazione dei popoli, nella pratica credo che sia meglio per tutti, tibetani compresi che il Tibet rimanga alla Cina (e se non sono controcorrente con questo, non saprei cosa aggiungere).

    Così il tuo discorso cantonale è molto bello e convincente sul piano teorico, ma nella pratica con il paese nelle nostre condizioni temo sarebbe un ulteriore sfacelo con moltiplicazione di centri di potere e di spesa, perchè è dimostrato (es. creazione delle regioni) che per ogni nuovo centro di potere o di spesa creato , non ne viene cancellato nessuno dei preesistenti.

    Quanto allo stato pontificio , credo che rimpianga assolutamente il potere temporale, così come invidia e di molto ayatollah e la forza dell’influeza islamica o induista sui loro fedeli.

  17. Per Enrico

    forse sei andato un po’ troppo avanti rispetto al mio pensiero. Per prima cosa io parlavo del passato, non del presente. Nel presente il modello prevalente sono le democrazie. Questo è il modello più di “moda” e più moderno, per ora. In futuro quando le democrazie saranno solo un ricordo la gente guarderà a questo periodo definendole cleptocrazie, oclocrazie ecc. e farà gli stessi giudizi di valore negativi che facciamo noi nei confronti del risorgimento.
    Sul Tibet non la penso come te.

  18. prevalenti mica tanto. Sul Tibet lo so che è un discorso difficile e anch’io col cuore vorrei che i tibetani, se ne hanno voglia, si beccassero una teocrazia di tipo iraniano come hanno avuto per secoli che li teneva nella più assoluta ignoranza a far da schiavi ad una specie di vaticano , ma molto più esigente, ma secondo me stanno meglio adesso anche se non sarebbe giusto.

  19. Snem

    Per realizzare una cantonizzazione efficiente ed in tempi brevi ci vorrebbe un’invasione del territorio italiano di qualche milione di Svizzeri (!) e parallela sparizione in un buco nero (!!) degli Italiani.

    “Lasciate ai semplici il concetto di stato-nazione, così come quelli di famiglia patriarcale e di religione. Non hanno altro che queste piccole certezze a cui si aggrappano per poter giustificare la loro esistenza al mondo.” 😀

  20. Commento ben approfondito che invita alla riflessione. Non sono ancora riuscito a farmi un’idea precisa sull’efficacia in prospettiva dei localismi: l’avvento in anni recenti di alcuni fattori di condivisione (anche amministrativa e legale, oltre che economica) in Europa ha rappresentato una grande spinta verso il futuro, verso la comunicazione e verso l’aumento delle possibilità dei singoli. Girare liberi, senza preoccuparsi troppo di documenti, monete e norme speciali, con la possibilità di lavorare ovunque nella comunità con pari diritti è qualcosa che per me rappresenta il futuro e non il passato, e questo nonostante il fatto che a rendere possibile tutto ciò sia stato il trasferimento di una parte di potere dalle nazioni alla comunità delle nazioni, in un certo senso cioè una forma di maggior centralismo. Questo per dire che l’equilibrio tra autonomia e condivisione globale delle regole è difficile da elaborare e mettere in pratica fruttuosamente.

    Sulla Svizzera come esempio trovo sempre qualche difficoltà, data l’unicità del caso. Io potrei essere indotto ad affermare provocatoriamente l’opposto: pure in assenza di una cultura comune, di un essere “svizzeri” eguale nel significato all’essere “italiani”, quel popolo ha trovato lo stesso la necessità di formare una nazione (che al contrario, se la Svizzera fosse davvero un buon esempio di sistema che si vuole proporre, non sarebbe nemmeno dovuta esistere). Potrebbe affermarsi che la forma della nazione si sia rivelata necessaria persino nell’esempio più devoluto che abbiamo a disposizione.

  21. “Per realizzare una cantonizzazione efficiente ed in tempi brevi ci vorrebbe un’invasione del territorio italiano di qualche milione di Svizzeri (!) e parallela sparizione in un buco nero (!!) degli Italiani.”

    ci metto la firma! 😀

    Per Paolo

    “e questo nonostante il fatto che a rendere possibile tutto ciò sia stato il trasferimento di una parte di potere dalle nazioni alla comunità delle nazioni, in un certo senso cioè una forma di maggior centralismo. ”

    Sì e no. Si sarebbe potuti arrivare a questo anche senza questo centralismo di Bruxelles. Insomma anche in una confederazione si sarebbe potuti arrivare allo stesso obiettivo. Il prboema è che questa europea è semplicemente una sovrastruttura supernazionale che va ad aggiungersi a quella nazionale e a quella regionale e a quella locale quando ne basterebbe semplicemente una locale! e una effimera internazionale per questioni di politica estera e difesa.

  22. Ma se alla sovrastruttura nazionale o supernazionale che sia si demandano esclusivamente questioni di politica estera e difesa, sarebbe possibile e anzi più che legittimo che alcune autonomie locali decidessero di optare per politiche (per esempio del lavoro, monetarie, della salute, dell’istruzione,…) totalmente protezionistiche. Queste politiche sarebbero “giustissime” nell’ottica della libertà locale, a prescindere dal loro ricasco sulla comunità globale.

    A poca distanza dal luogo dove ho abitato per alcuni anni c’era la casupola del dazio che era in funzione fino a non molte decine di anni fa. Oggi in Europa le merci e i mestieri circolano liberamente: questo è un fattore di spinta per il progresso dell’Uomo. Quello che voglio dire è che in linea di principio non vi è alcuna barriera prevedibile e certa perché tante autonomie locali non optino per una forma di autogoverno che ostacoli il progresso sociale.

    Vi è poi in risposta l’argomento di principio, interessante, secondo cui qualunque sistema locale sarebbe indotto per forza di cose, per sopravvivere, a rendersi competitivo “sulla piazza”, e questo come d’incanto sopirebbe ogni paura. Ma a me questo non pare scontato, e posso fare l’esempio proprio dell’Europa: l’Italia è in Europa come molti paesi del nord Europa, tutti costituenti quelle “autonomie” rispetto a Bruxelles che dovrebbero garantire l’egemonia di un sistema sanamente competitivo; eppure nonostante questo l’Italia sopravvive benissimo anche mantenendosi su quasi tutta la linea ad un livello molto inferiore di offerta rispetto a quei paesi, in termini di diritti, di opportunità di lavoro, in taluni casi di servizi, e via dicendo. A mio avviso potrebbero esserci due motivi: che la competizione può funzionare tanto al rialzo quanto al ribasso; che ciò di cui ha bisogno ogni comunità per rimanere viva non è l’eccellenza, ma la mera capacità di sopravvivenza.

    Sull’eccessiva burocratizzazione: sì, è vero, Bruxelles ha introdotto più burocratizzazione per certi aspetti. Ma ne ha anche eliminata una marea: si può pensare, tanto per fare un esempio, alla semplificazione, automatizzazione e informatizzazione che l’Italia ha dovuto per forza adottare per non essere nell’illegalità a livello Europeo, e questo è noto a tanti cittadini che hanno voluto fare concorsi, domande, ricorsi ed altro. Siamo solo agli esordi, e si procede lentamente, ma è l’esempio di una direzione contraria a quella paventata.

  23. avi

    Non sono tanto sicuro che i cittadini svizzeri del Canton Ticino si sentano – come tu scrivi – al 100% italiani. In nessun senso, nemmeno culturale. Si sentono, e sono, svizzeri e ticinesi, o ticinesi e svizzeri, ma italiani mai. E meno male. Se fossi svizzero/ticinese come potrei volermi sentire italiano ? Che senso avrebbe ?

  24. Per avi

    benvenuto.
    Forse c’è un po’ di confusione sui termini. Cultura, lingua e costumi dei popoli spesso non coincidono con lo Stato-Nazione. Quando dico che gli svizzeri del Ticino “si sentono italiani” non intendo dire che si sentono parte dello stato italiano. Sono svizzeri ma la loro cultura di base è italica. ci sono migliaia di comunità-nazione che non si trovano all’interno degli stati-nazione da cui hanno originato ma che ora si sentono parte dello stato ospitante.

  25. @Avi:
    A livello politico/nazionale i Ticinesi si sentono fieri di essere Svizzeri e guai a confonderli con gli italiani, ma a livello culturale tengono molto alla lingua e alla cultura italiana (e questo vale anche per le aree italofone anche al di fuori del canton Ticino). Questa appartenenza culturale è molto importante per definire una loro identità all’interno della confederazione. Quella italofona è considerata una minoranza linguistica, per di più collocata in un’area geograficamente separata dal resto della confederazione, e i Ticinesi si lamentano sempre d’essere poco ascoltati a Berna. Ovviamente questa cosa è sfruttata molto dai politico Ticinesi, ma il problema in un certo senso esiste.

    Giusto per chiarire l’argomento di Fabristol.

  26. albert

    Bravissimo!

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