Foreste di cemento armato

Non ci crederete mai ma ho nelle bozze un post che avevo scritto una settimana fa dopo il mio ultimo viaggio in Liguria. Mi chiedevo come fosse possibile costruire le case o interi paesi in Liguria sui costoni delle montagne, di fronte a canali in cemento e continuare a farlo nonostante tutte le conoscenza moderne sulla idrogeologia. Me lo chiedevo mentre ero a Bolzaneto, un paese vicino a Genova costruito su canali e costoni di montagne argillose. Nello specifico mi chiedevo come fosse possibile continuare a costruire case nuove in quel paesaggio “sovietico”. Così definivo Bolzaneto: un groviglio di cavalcavia in cemento armato, case dalla curiosa architettura sovietica e un senso di solitudine da società postatomica. Ho visto operai che finivano di costruire una casa sul costone di una montagna col 60% e più di pendenza a ridosso di un profondo torrente con le sponde cementificate. Una strada così ripida e scavata così artificialmente sulla montagna che gli abitanti delle case lì costruite (come hanno fatto a costruirle?) si erano ingegnati nel costruire dei balconi in cemento armato sospesi nel vuoto pur di avere spazi per i parcheggi. Prendo la macchina e in mezz’ora mi trovo fuori dalle montagne nelle pianure che portano a Pavia. Mezz’ora di macchina in un ambiente ideale per costruire una casa. Ma per qualche assurda ragione irrazionale c’è ancora qualcuno che vuole costruire case nuove tra i tentacoli di cemento armato “sovietici” di Bolzaneto. Ci sono posti che sono isole prima ancora che geografici, mentali.

 

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9 commenti

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9 risposte a “Foreste di cemento armato

  1. Il giorno che vedremo le stesse immagini di devastazione in un paese nei dintorni di Roma, beh ecco diciamo potrò scrivere anche io lo stesso post: su una speculazione edilizia in cui c’hanno mangiato tutti, ma dico tutti, roba che anche i Verdi erano a favore dello sbancamento di una intera collina, e pazienza per chi ci sta sotto, speriamo che non piova mai troppo.

  2. Quel quartiere di Bolzaneto a cui ti riferisci, più che un’isola, è un mondo a sé, quasi che la sua conformazione avesse forgiato gli abitanti. Sembra un disegno di Mordillo, se i bambini giocano a palla e la palla cade la ritrovano in mare. Prima che arrivi il fiume.

  3. nomedelblog

    chimato in causa come abitante delle “dolci colline che digradano verso pavia”, faccio presente che anche da noi, seppure con dimensioni molto minori che in liguria, negli ultimi tre anni ci sono state un numero di frane mai visto a memoria dei centenari. strade interrotte a decine. case colpite, che io sappia, una. nuova.
    ma permettimi: se le nuove conoscenze di geologia mi vengono a spacciare nuovi dogmi da difendere come sacerdoti di una fede scientifica che smentisce centinaia d’anni di pratica, la stessa pratica che faceva fare i paesi dove stavano lì, allora mi incazzo. il fiume sotto casa, da centinaia d’anni pulito e scavato, nelle ultime due piene (98 e 2009) ha fatto disastri. e se chi vive il fiume da sempre prova a dire che la colpa è della nuova religione ambientalista dell'”intoccabilità”, viene tacciato di reazionario anti scienza…

  4. Quello che mi più mi colpisce è l’assenza di scelta degli italiani. Pur di rimanere nel paesino in cui sono nati farebbero salti mortali. Non importa che sia alle pendici di un vulcano pronto per esplodere, sul costone di roccia argilloso pronto a cadere, sulla zona più sismica ecc.
    Qui in UK vedo che c’è molta più scelta e dinamismo demografico. La gente non è così attaccata al luogo di nascita come da noi.

  5. Alberto

    Innanzitutto complimenti per il (i) blog..è un po’ che li seguo.
    Mi sto avvicinando sempre di più e con più convinzione alla politica liberale – anche se non sono ancora al tuo “estremismo” 😉 – ma proprio sui temi dell’urbanistica e del territorio (argomenti che studio all’università) vado un po’ in crisi.. i disastri causati dal dissesto idrogeologico da una parte, e lo scempio del paesaggio che spesso viene fatto, dall’altra, mi sembrano la dimostrazione che il mercato non può arrivare dappertutto, in special modo quando le attività in questione producono un numero di “esternalità” tanto ampio. Mi sarebbero venute in mente tante cose da dire ma per ora preferisco solo dare la spunto, aspettando una tua risposta 🙂

  6. Grazie mille Alberto. 😉 (felice del plurale visto che ormai ho 4 blog)
    Sull’estremismo dipende dai punti di vista: Pensa che io considero estremismo che ci siano delle persone che ogni giorno dentro un parlamento decidono della mia vita. Dipende da come vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Forse un uomo che voleva liberare gli schiavi nell’Antica Roma veniva considerato estremista pure lui… 😉

    A parte questo: uno dei pochi campi in cui considero la teoria libertaria (non liberale! Non confondere i due termini: leggi pure qua) debole è proprio sulla difesa dell’ambiente. Ma… assenza di stato non significa assenza di regole. Una comunità (esempio Bolzaneto) potrebbe istituire delle regole per la disincentivazione della costruzione di case in quelle condizioni. Vuoi far parte della comunità di Bolzaneto? Allora devi firmare un contratto in cui si dice specificatamente che non puoi costruire sul lato del fiume. Si potrebbe chiamare contratto di cittadinanza. Stessa cosa vale per le compagnie che offrono servizi come acqua, eletticità ecc. Sanno bene che prima o poi arriverà un’alluvione e distruggerà tutte le loro linee, a loro non conviene.
    Ora invece basta un sindaco che ha interessi nel campo delle costruzioni o che ha terreni in quelle zone per avere i permessi. Et voilà!

  7. Alberto

    Sì infatti non ho usato il termine liberale a caso: io penso (ancora) che una forma di stato, per quanto minima, ci debba essere. E l’esempio che hai fatto mi sembra proprio faccia a proposito: “Una comunità (esempio Bolzaneto) potrebbe istituire delle regole per la disincentivazione della costruzione di case in quelle condizioni. Vuoi far parte della comunità di Bolzaneto? Allora devi firmare un contratto in cui si dice specificatamente che non puoi costruire sul lato del fiume. Si potrebbe chiamare contratto di cittadinanza” bè scusa ma quale sarebbe la differenza rispetto ad un attuale piano regolatore? 🙂 immagino che queste regole sarebbero decise da qualcuno, e se non è il Don Rodrigo di turno sarà qualcuno democraticamente eletto, proprio come ora. Potresti dire (forse) che si adotterebbero forme di democrazia diretta: ma questo si potrebbe fare per Bolzaneto magari, ma ce li vedi tutti i cittadini di Roma o Milano che discutono su dove si può e non si può costruire? Con che competenza poi?
    Ma per me il problema è un altro: stabilito che è in qualche modo “giusto” che ci siano delle regole su dove (e anche come, secondo me) costruire, come si concilia questo con la teoria liberale e libertaria secondo cui al centro degli interessi (dello stato) deve esserci la salvaguardia della persona e della sua proprietà privata? Se mi dici che non posso costruire il mega-condominio in riva al mare (sulla MIA proprietà e con i MIEI soldi) che libertà è? Se mi dici che non posso abbattere la mia villa del ‘600 per farci una pista di go-cart che libertà ho? Sono esempi estremi lo so, ma non così distanti dalla realtà… Per questo dico che vado un po’ in crisi quando si parla di urbanistica e territorio: non riseco a fare a meno di pensare che ci sia davvero un “bene comune” che va tutelato, a dispetto della proprietà privata e della libertà individuale.

  8. Per Alberto

    ti faccio un esempio che forse ti aiuterà a capire che cosa intendo. Pensa ad un condominio. Ogni appartamento è privato ma ci sono delle parti in comune come le scale, l’ascensore, la portineria, il garage ecc. Ogni privato prima di comprare un appartamento prende visione delle clausole del palazzo e firma un contratto che lo vincola a quelle clausole. Regole possono variare dal non fare rumore dopo le 12 PM, al non stendere i panni bagnati sul cortile, dal divieto ad avere cani a quello di tenere il garage chiuso quando si va via ecc. Nel caso ci dovesse essere problemi, incomprnesioni o altro si chiama una parte terza, il capo condomino che dirime tutti i problemi.

    Come puoi vedere questo è un esempio di una comunità di individui che hanno proprietà private e altre che condividono. Mettono regole e quando queste regole sono infrante chiamano una parte terza. Funziona lo stesso per certi quartieri o gruppi di palazzine racchiuse all’interno di una più ampia proprietà privata. E tutto questo funziona benissimo e quando non funziona ci sono gli strumenti per risolvere i problemi.

    Ora pensa invece quello che succede nel mondo reale: ad un certo punto un paio di proprietari della palazzina si alleano e decidono che tutti gli altri debbano dare una parte del loro stipendio per costruire nell’attico la sede del parlamento dove loro decideranno le sorti del palazzo. Non puoi fare altrimenti perché se no entrano in casa tua e ti pestano. Chiami il capo condomino ma è stato già comprato dai nuovi capi e ora lavora per loro. Incominciano a scrivere nuove leggi e tra le tante ci sono quelle per cui non puoi avere il portone del colore che piace a te, i tubi della cucina devono avere un certo diametro e per ogni mobile che compri chiedono il 20% del suo valore. Nel frattempo l’attico diventa sempre più grande e decidono di prendersi anche alcuni appartamenti facendo sloggiare i legittimi proprietari. Dicono che è per la sicurezza comune.
    Ovviamente tutti si incazzerebbero in una situazione del genre, giusto? Ecco, io vedo il Condominio Italia in questo modo. 😉

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