Un altro sogno cinematografico

Mi risveglio sdraiato su un campo di cenere. Una distesa di cenere scurissima per chilometri e chilometri. Un campo delimitato solo dagli scheletri di alti palazzi dello stesso sconsolante colore. Mi trovo in una città abbandonata, postapocalittica. Non riesco ad alzare la testa e non ricordo perche’ sono qua e dove mi trovo. Mentre aspetto un pezzo di terreno di fronte ai miei occhi si alza lentamente. Un guscio scuro solleva lo strato di cenere e una testa metallica fa capolino. Sembra la testa di un enorme tarlo con piccole antenne e mandibole. Si erge dal mare di cenere come il periscopio di un sottomarino. All’inizio mi ignora e scruta l’orizzonte verso tutte le direzioni, poi fissa il suo sguardo su di me.

“Bentornato.”

La voce e’ metallica e distante come se provenisse da un megafono sopra uno dei palazzi. La cosa comunque non mi meraviglia.

Un millepiedi di rame. Un millepiedi di un paio di metri e dai movimenti meccanici segue la curiosa testa di tarlo. Mi rendo conto che mi sono alzato in piedi e che ora sto camminando affianco alla bestia. I miei piedi affondano sulla cenere e per un attimo penso che il millepiedi abbia trovato l’unica soluzione tecnica per camminare su questo mondo.

“Dove ci troviamo?” chiedo.

“Piu’ che dove, quando ci troviamo.” La risposta sibillina mi fa salire un brivido lungo la schiena.

I ricordi affiorano man mano che cammino. Ero su una barca con la mia famiglia proprio qui su questo canale, che poi e’ diventato una strada di una citta’ e ora e’ solo un fiume di sterile cenere. Calpesto i resti di vari scheletri che affiorano dalla cenere. Capisco di trovarmi di fronte ai resti della mia famiglia perche’ trovo la scarpetta della mia sorella minore ancora attaccata ad un piede fatto ormai di ossa.

Nel frattempo il millepiedi e’ sparito dal mio fianco. Ora sta scalando una piccola collina lasciandosi dietro una nuvola grigia. Lo seguo e arrivo sulla sommita’ della collina dove si trova una casa in legno perfettamente conservata e a giudicare dal suo unico occupante ancora abitata nonostante la distruzione intorno. Entro nella casa e l’uomo di mezza eta’ che mi accoglie non e’ sorpreso di vedermi. Mi pare di averlo gia’ visto, di conoscerlo bene. Mi offre da bere e mi fa vedere le sue sculture. Sono delle conchiglie dalle forme inusuali che sembrano di porcellana ma sono scolpite sulla pietra. Gli chiedo di insegnarmi la tecnica per scolpire in quel modo e cosi’ passano le ore, forse i giorni. E la citta’ abbandonata e il millepiedi e la ragione del mio essere li’ in quel luogo e in quel tempo scompaiono dalla mia mente.

Poi un flash improvviso, tutto scompare e mi ritrovo di fronte ad un bambino. Gli sto insegnando a scolpire nella stessa maniera che ho imparato da quell’uomo. Il bambino, mio figlio, mi chiede: “Papa’, chi ti ha insegnato a scolpire in questo modo?”

“Tu stesso, fra 50 anni.”

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