Shame on the entire country

Per settimane ho creduto che i vari giornalisti e commentatori che equiparavano il capitano Schettino all’italiano medio o addirittura all’italiano che vota Berlusconi (sì c’è stato qualcuno che ha fatto paralleli del genere) fossero dei coglioni di primordine. Come si può -mi chiedevo – estrapolare il carattere di 60 milioni di individui dal comportamento di una notte di un uomo al timone di una nave crociera?

Poi, ogni giorno, ho notato che di questi coglioni se ne trovavano anche oltremanica. Colleghi, amici perfino giornalisti dei media UK continuano imperterriti ogni giorno a ridere, sghignazzare “about the italian captain of the cruise ship”. E su quell’ “italian” la gente guarda verso di me e ride come se io fossi un italiano (vero nel passaporto, falso nell’anima e nelle scelte) e fossi legato con un legame di sangue con il signor Schettino. Complice anche il fatto che nessuno all’estero riesce a pronunciare Schettino, l’unico modo per indicare quello che è successo è dire che lo ha fatto un italiano. E ormai sta diventando una frase fatta quando si vuole equiparare il disastro della Concordia con un altro disastro: “stai facendo come il capitano della Concordia.” “questa situazione mi ricorda quella della nave crociera italiana.” Nel bene o nel male Schettino è entrato nella storia e sono sicuro che arriverà pure il momento che entrerà nel dizionario della lingua italiana come sinonimo di “codardia, stupidità ecc.”

Per me, tutto questo è una sofferenza continua. No, il patriottismo non c’entra niente e neppure il signor Schettino di cui penso tutto il male del mondo. Sono due cose le cose che mi fanno arrabbiare: il primo riguarda l’incapacità delle persone di comprendere che siamo individui prima ancora che compatrioti di una nazione e che le responsabilità di una persona non possono ricadere su tutti quelli che si trovano all’interno del confine italiano (mi chiedo se le minoranze etniche e linguistiche dentro il territorio italiano debbano essere considerate responsabili allo stesso tempo dell’incidente con la Concordia?). Secondo, l’incapacità delle persone (soprattutto qui oltremanica) a comprendere che nascere all’interno di uno stato e averne un passaporto non significa essere parte della nazione con il cuore o con la ragione.

“Ah tu sei sardo!” no, non mi considero neppure sardo, ripeto sempre. “Ma allora cosa sei?”, sono io, me stesso, Fabristol e ti basti sapere questo. Dopo questo il cervello della persona di fronte a me implode.

“Ma come: non bevi caffè e non segui il calcio!?” Ogni volta è una delusione per i miei colleghi. Non riescono a catalogarmi, inquadrarmi, hanno bisogno di ancore e punti di riferimento, di stereotipi per interagire con me. E io, purtroppo per loro, non glieli dò.

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21 commenti

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21 risposte a “Shame on the entire country

  1. Io convivo con il fatto che mi dicano continuamente che “non sono italiano” oppure che non sono il “tipico italiano”. Solo perché, come il 90% degli italiani, non sono una macchietta che gesticola e nella vita lavoro e faccio tutte le cose normali che la gente in tutto il mondo fa.

    È una delle difficoltà di vivere all’estero, temo.

  2. io invece ai zucchini (svizzero-tedeschi) che mi chiedono se vengo dall’Italia dico che sono Veneter 🙂 ci rimangono malissimo quando scoprono che neanche io seguo il calcio o che non me ne frega un cazzo della Ferrari, di Berlusconi o di Monti.
    poi parlando con i ticinesi invece mi accorgo che conosco di più io la storia svizzera che loro 🙂 alcuni neanche sanno quanti sono i cantoni svizzeri…

  3. .. a me chiedevano come mai non mangiassi pane e cipolla, perché a tutti gli italiani piace pane e cipolla.
    Non te cruccià. Ho un caro amico tedesco che è oggetto di continuo sfottò ogniqualvolta salta fuori la parola “forno” (per via dei forni crematori).
    Tutto il mondo è paese: sbeffeggiare gli scheletri altrui serve ad esorcizzare i nostri.

  4. Ho un caro amico tedesco che è oggetto di continuo sfottò ogniqualvolta salta fuori la parola “forno”

    Cavolo, le grasse risate ogni volta proprio. Poveraccio 🙂

  5. matteo

    Da una parte penso tu abbia ragione, siamo individui e come tali, diversi uno dall’altro. D’altro canto però le nazionalità sono più influenti di quanto di solito si riesca a notare. Probabilmente non essere un tipico italiano è uno dei motivi per cui non vivi in italia. Ma ogni volta che ti appioppano un “tipica caratteristica dell’italiano” fai una statistica tra le persone che ti circondavano in italia e penso che tanto lontano non si sia andati. Probabilmente, nel caso tu viva a londra, ti sei fermato in piccadilly 10 minuti e avrai saputo individuare tutti i turisti italiani intorno a te, indipendentemente dal sentirli parlare, questo anche perchè le persone in vacanza, a quanto pare, danno il meglio . Qui a mosca di turisti non ce ne sono tanti, e forse per questo i russi non hanno tanti luoghi comuni (conoscono gli italiani in italia, mentre loro sono in vacanza), ma basta aspettare fuori dall’hard rock cafe per trovarli tutti, l’italiano rimane particolarmente riconoscibile e non solo perchè parla la sua lingua alle commesse pretendendo di essere capito.
    Quella dei forni è veramente orribile, come facevate i falò coi preti senza ricordare l’inquisizione?
    Passando a schettino, dovresti sempre ricordare che l’italia al mondo non è solo pizza, pasta e gesticolazione; l’italia è l’armistizio del 43 e questo non rende giustizia ovviamente ai migliaia di italiani che hanno tenuto fede alle proprie convinzioni (giuste o sbagliate che esse fossero) ma nelle memorie, l’italiano medio è quello che scappa in vista delle difficoltà e il comandante è la conferma.

  6. Per Matteo

    sul fatto che esistano dei comportamenti molto comuni in tutte le nazionalità non ho dubbi. E io sono il primo ad ammetterlo perché riconoscere le nazionalità per strada per me è un hobby e modestamente sono un campione. Riconosco quasi tutti solo dalla faccia o da come si vestono… italiani e spagnolo sono terribilmente riconoscibili per esempio da chilometri di distanza.
    Ma una cosa è vedere che esiste un “pattern” di comportamenti comune a tante persone di un dato territorio (su questo non c’è dubbio), altra cosa è associare il comportamento di un singolo a tutta una nazione. La cosa è molto diversa perché da una parte abbiamo un minimo comune denominatore di un gruppo di persone, dall’altra il singolo comportamento di un singolo uomo associato a tutti gli altri. Come scienziato posso dire di avere trovato delle caratteristiche comuni ad una serie di cellule del mio preferito ma non mi azzarderei mai a dire che la caratteristica di una cellula in un certo momento è sicuramente la stessa per tutti gli altri.

  7. Engine

    Mi sembra tu commetta gli stessi errori che imputi ad altri, Fabristol.
    Ti chiedi – a mio parere giustamente – come sia possibile estrapolare le personalita’ di 60 milioni di individui dal comportamento di uno. E poi dichiari che sei italiano nel passaporto, ma non nell’animo e nelle scelte.

    Cosa vorrebbe dire quest’ultima frase? Che esiste una metafisica italianita’ che porta alcuni individui a compiere determinate scelte ed avere una certa disposizione d’animo senza la quale non possono dirsi compiutamente italiani?

    Invochi per te un giudizio individuale, ma mi sembra che tu commetta l’errore di assegnare un giudizio collettivo ad altri 60 milioni di individui. Essere italiani significa essere nati in Italia, niente piu’ e niente meno: se desideri non essere giudicato attraverso stereotipi non veicolarne tu stesso, suggerendo che non ti consideri italiano come l’origine geografica avesse piu’ importanza del colore dei capelli.
    Ecco, per me dire “non mi considero italiano” (o sardo) e’ la stessa cosa che dire “non mi considero biondo” (pur essendolo).

  8. Per Engine

    non so se ho capito bene il tuo commento ma cercherò di risponderti per quanto ho capito. 😉

    “Cosa vorrebbe dire quest’ultima frase?”

    Per esempio dell’italianità non accetto i confini nazionali e la sua storia cioè non li considero fondativi della mia identità. Non mi interessa l’unità del paese anche perché non vedo alcuna unità; la vedo solo nelle mappe geografiche politiche e nella bocca di Napolitano. Quando muoiono soldati italiani soo dispiaciuto per la loro morte (anceh se aborro i loro valori) come persone allo stesso modo della morte di un soldato portoghese o uruguayano. Non vedo alcuna “missione” del paese né destino collettivo a cui dovremmo aspirare.
    Non mi piacciono alcuni riti nazionali che la maggior parte della popolazione onora e non mi piace essere associato agli stereotipi che all’estero sono associati all’italiano medio.

  9. Engine

    Puoi non riconoscere i confini nazionali dell’Italia, ma ha rilevanza? Italia e’ il nome che attualmente viene dato ad una specifica regione geografica, cosi’ come in passato una certa regione geografica poteva esser chiamata Tracia o Etruria.
    Come detto, per me essere italiano ha lo stesso valore dell’essere biondo: mi sembra – forse sbaglio – che tu rivesta l’italianita’ di piu’ importanza di quanta effettivamente ne abbia, validando indirettamente gli stereotipi secondo cui non vorresti essere giudicato.

  10. Ma Engine, io le dò importanza per due ragioni: la prima è che sono all’estero; la seconda è che gli altri vedono in me quella italianità che non accetto. Non ci posso fare nulla.
    E inoltre una terza ragione è che un tempo mi consideravo italiano, quindi è ovvio che sento che c’è stato un cambiamento in me. E’ un po’ come quando si accusano i no credenti di pensare sempre alle religioni: così come vivere in un mondo di religioni ti costringe a confrontarti continuamente con la religioni, così in un mondo di nazionalità si è costretti a pensare continuamente a queste identità per me fittizie.
    Per dire, a me piacerebbe di più dire di essere un razionalista o libertarian piuttosto che italiano, perché sono queste categorie che mi appartengono.

  11. matteo

    è ovvio che questo discorso finirà ben lontano da dove è cominciato. Credo comunque che esista una base italiana in noi a prescindere dalle individualità. Probabilmente la televisione ha aiutato, insieme a delle tradizioni che restano confinate all’interno del paese, a creare memorie e automatismi che ci contraddistinguono (ovviamente con diversa intensità e consapevolezza) dal resto del mondo. Del resto, se tra il 1830 e il 1861, personaggi, ora ricordati come patrioti, si sono immolati (pisacane o i fratelli bandiera per fare due esempi disperati) o hanno vissuto (mazzini) per l’italia, quando questa era solo un’espressione geografica, non vedo perchè noi non si possa riconoscere una certa somiglianza contingenziale dovuta più che altro a circostanze simili.
    Pensavo a quando l’aereo atterra e ci sono gli applausi, che a me, come persona ed ex-pilota mi paiono assolutamente ridicoli, ma come italiano mi imbarazzano tantissimo, nonostante il fatto che non abbia mai nemmeno pensato di farlo io stesso.
    Poi pensavo anche a quando guardi un documentario sull’occupazione italiana nel sud della francia, dove in effetti le truppe difendevano la popolazione ebrea dai nostri stessi alleate che fa ripetere allo speaker il mito di “italiani buona gente”, che tu sai in quel momento il comando tedesco in grecia intimava al governo italiano di controllare gli eccessi dei propri uomini o che fino a pochi anni prima si gasavano i villaggi delle colonie, ma nonostante tutto ti fa sentire un po’ migliore.
    Penso sia complicato comprendere esattamente cos’è e quanto senso abbia il sentimento nazionale, ma secondo me stare lontani da dove si è nati un poco aiuta.

  12. > “E inoltre una terza ragione è che un tempo mi consideravo italiano, quindi è ovvio che sento che c’è stato un cambiamento in me. E’ un po’ come quando si accusano i no credenti di pensare sempre alle religioni: così come vivere in un mondo di religioni ti costringe a confrontarti continuamente con la religioni, così in un mondo di nazionalità si è costretti a pensare continuamente a queste identità per me fittizie.”

    quoto in todo! è un sentimento continuo di lotta interiore, confronto e studio, di sé, della propria cultura e della propria cultura attraverso gli altri, che all’estero ovviamente si enfatizza ed apre nuove finestre su mondi che prima erano lì ma si ignoravano. La patria è un’educazione, niente più, sono italiano perché sono cresciuto in Italia (e non perché vi sono nato o perché i miei genitori erano italiani, anche se ovviamente ha la sua influenza) e ho avuto un’educazione italiana, in casa, con gli amici, per strada, a scuola, etc, che mi ha reso italiano. Se mi avessero rubato dalla culla e mi avessero portato in una famiglia portoghese, oggi sarei portoghese. Tutto qui, un’educazione. Ma un’educazione si cambia, evolve, si può contraddire. Andando all’estero, per esempio, dopo diversi anni quell’educazione sarà cambiata, quell’essere italiano piuttosto che portoghese piuttosto che lillipuzziano sarà “inquinato” da altro che ne avrà in qualche modo già compromesso la sua “purezza” al 100%, e allora non sei più italiano, sei tu, con la tua educazione. Un limbo? Per nulla, sei solamente tu, con la tua cultura di base italiana (che non puoi annullare o almeno non in poco tempo, dopo 25 anni in Germania mio zio sì che è tedesco, ha “smesso” di essere italiano, senza traumi, ma per educazione ed abitudini).
    Ovviamente però bisogna combattere con gli stereotipi e tutti i mostri ivi compresi. Lo so, ho usato ivi, sto esagerando.

  13. Valerio

    Io sono italiano, io sono romano, e sono FIERO delle mie origini… e non mi vergognerei se mi dicessero che sono come Schettino, piuttosto mi arrabbierei e gli risponderei che è loro intelligenza ad avere grosse difficoltà: non si fa di tutta l’erba un fascio di un popolo se un comandante di una nave italiano compie un gesto assurdo e dopo uno codardo, oppure se il presidente del Consiglio è un puttaniere mafioso… Gli americani non sono tutti stupidi come Bush o i Cileni sono tutti Pinochet, i Norvegesi non sono tutti Breivik, oppure gli spagnoli non sono tutti toreri… Io resto fiero di essere italiano e romano, fiero delle mie origini e anzi provo pena per chi si definisce non italiano e per chi fa sempre di tutta l’erba un fascio…

  14. Post amaro ma immensamente vero.
    E forse per questo ancora più amaro.

  15. Il fatto è che secondo me l’individualismo è un’astrazione come il nazionalismo. La coscienza è individuale, ma l’unità biologica della specie umana non è certo il singolo esemplare (che non può riprodursi e difficilmente può sopravvivere, visto che siamo primati e non escherichia coli), per cui è evidente che evoluzionisticamente ragioniamo spesso e volentieri in termini di gruppo.

    La nazione è l’ultima arrivata, o quasi, del pensiero collettivistico. In alcuni casi è totalmente artificiosa (basti pensare ai confini tracciati a tavolino degli stati africani, che dividono o uniscono arbitariamente decine di diverse etnie), in alcuni casi rappresenta secoli di sostanziale unità linguistica e culturale (come in Giappone, eccezion fatta per sparute minoranze bistrattate come gli Ainu). L’Italia è un caso un po’ particolare. Come idea (o sogno) risale quanto meno ai tempi di Dante. Come realtà è molto più tarda ma è difficile negare che le persone che hanno meno di sessant’anni nel nostro paese condividono una storia e una lingua e una cultura (sia “alta” che “bassa”) che sono in grande percentuale unitarie.

  16. teogarno

    Da parte mia, sfrutto le debolezze degli americani. Quando il mio collega stava per accennare a Schettino (“hai letto sul giornale di quell’italiano…”), l’ho interrotto: “this is racism”. È sbiancato!!! Qui sono mooolto suscettibili sull’argomento e per un’accusa del genere potrebbe facilmente perdere il posto. In un’altra occasione, mi sarei messo a ragionare e spiegare che non tutti gli italiani etc. etc. ma mi si raffreddava il caffè.
    La generalizzazione è cosa umana, noi ragionamo per categorie. Non c’è niente di male e non mi offendo. Ma se qualcuno implica che ‘io’ sia un uomo schettino, allora spetta a me difendermi.

    Matteo (non quello degli altri commenti).

  17. PEr Valerio

    ti capisco benissimo ma ho una cura per te: vieni qui in UK per 5 anni e vedrai che guarirai. 😉

  18. “in alcuni casi rappresenta secoli di sostanziale unità linguistica e culturale (come in Giappone, eccezion fatta per sparute minoranze bistrattate come gli Ainu)”
    ERRRRR no 🙂 i giapponesi non sono per nulla omogenei. i coreani sì, i giapponesi proprio no 🙂

  19. nihilcredo

    Sono passato anch’io per la fase “no, io non sono italiano”, ma devo dire che col tempo (e col vivere all’estero) ho concluso che mi sbagliavo.

    È vero che non so una mazza di calcio, mangio pasta una volta al mese, mi dà fastidio violare la più piccola delle regole e sono perfettamente capace di restare in silenzio per ore se non ho nulla da dire. Ma se queste e altre cose del genere mi facevano sentire un po’ a disagio in Italia, francamente impallidiscono al confronto del gran numero di tratti che prima non notavo neppure ma qui in Svezia mi rendono cosciente della mia educazione (sono perfettamente d’accordo con Andima al riguardo): il cinismo politico, la concezione delle regole sociali e della privacy, l’atteggiamento verso la Storia, i rapporti di coppia e di famiglia. Per non parlare poi della semplice quantità di nozioni e riferimenti culturali accumulati durante l’infanzia e adolescenza, per cui so riconoscere molti più brani di Vivaldi che di Bellman, e la satira di Guareschi trova più appigli in me che quella di Engström. Dai tuoi post, Fabristol, si evince chiaramente che sei in una situazione molto simile.

    Tutti questi elementi che compongono la mia persona sono direttamente imputabili ad una sola cosa: l’aver passato i primi vent’anni della mia vita in Italia. Per quanto possa fare figo, trovo che sia intellettualmente difficile negare la mia italianità sulla base di quegli elementi che ho rigettato, ignorando invece tutti quelli che ho fatto miei.

    (Parentesi diretta a Yoshi: non c’è contraddizione fra l’essere veneti ed essere italiani, come non ce n’è fra l’essere italiani ed essere europei. Certamente le storie di Goldoni mi suonano più vicine di quelle di Verga, ma al liceo ho studiato anche il secondo, e ormai fa anch’esso parte di me, rendendomi così un pochettino più “italiano” (e infinitesimalmente più “siciliano”). Poi dichiarandomi veneto do senza dubbio un’immagine più accurata che dichiarandomi italiano, non si discute; c’è però la seccatura che presentarsi con “jag är venetisk” non dice quasi nulla all’interlocutore e richiede ulteriori spiegazioni, per cui lo faccio di rado, mentre “jag är italiensk” qualcosa lo indica e si può andare avanti con la conversazione.)

  20. Filopaolo

    Per aiutarvi a ricollocare al loro giusto posto alcuni aspetti del problema dei tratti identitari, suggerisco (a coloro che ancora non la conoscono)
    http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_memi_%28antropologia%29
    Spero vi sia utile come lo è stata per me.
    Saluti

  21. Io penso che il problema principale non è sull’ italianità, o su come sono fatti gli italiani e i loro stereotipi ma, a chi viene dato il “comando” in Italia (per questo i parallelismi con Berlusconi si sono sprecati). Spesso da noi chi comanda non è all’ altezza della situazione; al contrario di tantissime persone umili che portano avanti gli eventi della quotidianità, come sulla Concordia: le persone più semplici che si sono impegnate per salvare gli altri (e qualcuno forse ci ha rimesso anche la vita). Ma hai presente il colloquio telefonico fra il comandante Schettino e il capo della capitaneria della capitaneria di porto: “…risalga sulla nave è un ordine! …è! stà buio! … come mai è sulla scialuppa! …ce sò cascato! ” . Sembravano la commedie di Alvaro Vitali.
    Volevo rubarti un po’ di spazio per raccontarti un aneddoto personale che mi è capitato dove attualmente lavoro. Anni fa ci fu una grossa nevicata (in questa azienda c’erano dei turni sovrapposti che iniziavano alle 5 del mattino e finivano a mezzanotte e facciamo un prodotto deperibile che deve essere confezionato nella giornata stessa di produzione) e la persone che arrivarono con non poche difficoltà alle cinque del mattino, telefonarono subito al direttore per sapere se caricare tutta la produzione (con quella nevicata c’era il pericolo che non tutti venissero a lavorare). Ma lui con fare dispotico ordinò di preparare come previsto, e così fecero. Morale, quel giorno quasi tutti vennero a lavorare nonostante le mille difficoltà. Io stesso (che ruppi una catena, la quale ruppe il giunto del freno) che facevo l’ ultimo turno finii quel giorno alle tre di notte e arrivai a casa alle cinque del mattino. Ebbene, mi ripeto, quasi tutti vennero a lavorare, meno uno, indovina chi: “il Direttore”, si proprio lui. disse che la protezione civile l’ aveva bloccato e altre balle del genere, tanto per dimostrare che gli “ultimi”, quel giorno, portarono avanti il tutto, e ci riuscirono. Noi siamo stati fessi e lui “furbo”, non lo so. Io so che ci sono tanti italiani che fanno enormi sacrifici, e tanti italiani che comandano che non li fanno per niente… è questa la differenza
    Scusa sa mi sono dilunganto

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