Alcuni pensieri sulle api domestiche e sul loro recente declino

Negli ultimi anni ho seguito con interesse il caso del declino delle colonie di api domestiche (colony collapse disorder, CCD) per alcuni motivi: mi interessa seguire i casi di sensazionalismo giornalistico/mediatico soprattutto quando si tratta di temi che riguardano la biologia e l’ambientalismo; la cosa mi ha puzzato di marcio fin dall’inizio. Ora vorrei  cercare di costruire alcuni ragionamenti in questo post insieme a voi per dimostrare come questa psicosi abbia delle basi sbagliate, premettendo che non sono un esperto di apicoltura (nonostante mi interessi di entomologia).

In breve, per chi non lo sapesse il numero di colonie di api domestiche negli ultimi anni è calato vertiginosamente in tutto il mondo creando le solite psicosi da fine del mondo, imputando la loro morte alle più disparate attività umane: dagli insetticidi ai campi magnetici dei cellulari, dall’inquinamento al global warming ecc. (nominate un’attività umana a caso e questa verrà indicata come la causa del declino delle api). Pare che finalmente si sia scoperto che la morte delle colonie sia derivata da una serie di fattori che se presenti nella stessa colonia possono distruggerla: questi fattori sono un virus (IIV-6) e un fungo parassita, Nosema cerenae.

Ma quello su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione è sulla storia delle api, cosicché possiate contestualizzare ciò che è successo. Di specie di api ne esistono a decine di migliaia (oltre 20.000) in tutto il mondo ma solo alcune producono miele e solo alcune di queste vengono addomesticate dall’uomo. La più famosa e più usata è Apis mellifera o ape europea. A. mellifera è originaria del continente euroasiatico e si è spostata in altri continenti come le americhe e l’Australia insieme agli esseri umani (esatto, l’orso Yogi che mangia il miele nel Parco di Yellowstone può farlo solo grazie all’introduzione umana del genere Apis nel 1600), come ratti, gatti, piccioni e tutti i simbionti e parassiti che ci portiamo dietro da decine di migliaia di anni in qualsiasi posto andiamo. Ora A. mellifera è diventata un po’ come Canis lupus familiaris, ovvero il cane: cioè è una specie addomesticata che occasionalmente può anche diventare selvatica quando l’attività umana è meno pressante (per esempio colonie di api selvatiche esistono in natura solo in quei territori dove non ci sono attività umane; questo a causa della competizione con le colonie addomesticate). Quindi le api vivono e si riproducono grazie a noi e la simbiosi è così forte che senza l’uomo A. mellifera in molte zone del pianeta probabilmente si estinguerebbe a causa della competizione di altri insetti impollinatori, a causa della mancanza di alveari artificiali, di cure farmacologiche, e soprattutto a causa dell’assenza del loro cibo preferito: i fiori delle piante domestiche piantate dagli uomini.

Di fatto le api da miele hanno seguito la colonizzazione umana del pianeta muovendosi verso nord dopo la fine dell’ultima glaciazione e verso i nuovi continenti. Sono quindi un prodotto dell’attività umana e come tale dipendono dalla nostra attività. Infatti si pensa che più di un terzo delle coltivazioni umane dipendano dall’attività di A. mellifera. E più si coltiva più colonie vengono create dagli uomini. [*] Come potete vedere si tratta di un mondo totalmente artificiale dove non c’è alcuno spazio per i sogni bucolici degli ambientalisti della domenica. Quello che viene dipinto come disastro naturale, come fine del mondo, come “apocalisse del regno della natura che ha perso la battaglia contro i cattivi umani” si rivela nient’altro che un semplice errore di management dei padroni del pianeta, cioè gli esseri umani.

In questo mondo artificiale (che gli ambientalisti credono vergine e primigenio) plasmato dagli esseri umani da centinaia di migliaia di anni (il nostro giardino) qualcosa è andato storto: il crescente numero di coltivazioni intensive ha fatto aumentare il numero di alveari in maniera sproporzionata ed “innaturale” (per me questa parola non ha senso) aumentando di fatto la possibilità di epidemie. Più una popolazione aumenta e più è addomesticata più aumenta la probabilità di epidemie. Quindi paradossalmente il declino nel numero delle colonie di api domestiche è da imputare al numero troppo alto di colonie. Un numero spropositato che dovrà passare attraverso la scure ciclica delle pandemie.

Dal punto di vista di un ambientalista puro e duro la presenza di A. mellifera nel pianeta dovrebbe essere considerata come un disastro ecologico: è un animale semiaddomesticato che è stato introdotto in tutti i continenti dall’uomo e ha soppiantato le specie di api autoctone. Il loro numero poi è un pericolo per tutti gli altri insetti impollinatori perché rappresentano una competizione per le poche risorse presenti in natura.

[*] quando alcuni mesi fa sono andato in Trentino nella Val di non sono rimasto shockato dalla quantità di alveari posizionati in punti strategici tra le piantagioni di meli. Centinaia di alveari posizionati dappertutto con milioni di api intente ad impollinare decine di migliaia di meli.

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6 commenti

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6 risposte a “Alcuni pensieri sulle api domestiche e sul loro recente declino

  1. Gran bell’articolo.
    Una “lectio magistralis” sulla necessità di accendere il cervello prima di aprire la bocca per parlare di qualsiasi argomento.

  2. Io faccio l’apicoltore da quasi vent’anni, e che il mio essere apicoltore non sia un fake risulta piuttosto chiaramente dal mio blog.
    Sono stato colpito anch’io dalla morìa delle api, passando nel giro di un anno da trentacinque alveari a sette. Le famiglie si spopolavano, e soprattutto era impossibile far nascere nuove regine per rimpiazzare le famiglie che l’avevano persa o che erano morte. Semplicemente, le regine non tornavano a casa. Un incubo.
    La morìa è stata massima nelle zone di pianura, dove l’agricoltura è fortemente industrializzata, e minima nelle zone di collina-montagna.
    I principali indiziati della moria di api sono i neonicotinoidi, un insetticida di nuova generazione (beh, nuova…oramai si parla di cinque anni almeno). Quando l’uso di questo insetticida è stato bandito (temporaneamente) dalla concia di semi di mais e girasoli, le morie si sono praticamente arrestate: infatti al momento è in corso una grossa campagna da parte degli apicoltori (con l’assistenza della lobby dei frutticoltori) per rendere il divieto permanente, campagna a cui si oppongono le industrie di produzione dei semi (e delle relative conce). Da notare il “praticamente”: infatti l’uso dei pesticidi in questione in altri contesti provoca comunque danni, se pure meno intensi.
    L’apicoltura è gravata da numerosissimi problemi, primo tra tutti in pianura la scarsa varietà di piante mellifere. In molte zone gravate dalla monocoltura è praticamente impossibile tenere gli alveari per tutto l’anno, perchè non raccolgono abbastanza cibo per l’inverno nè hanno una dieta sufficientemente variegata.
    L’altro grande problema dell’apicoltura è la varroa, un acaro parassita importato dall’estremo oriente, che le cure sempre più forti hanno reso sempre più resistente: è stato dimostrato e so per esperienza personale che apiari isolati trattati in modo blando riescono nel giro di pochi anni a trovare un equilibrio accettabile con l’acaro: ma il rendimento economico dell’arnia diminuisce e gli apicoltori industriali non se lo possono permettere. Quindi anche questo problema è generato da un approcio industrialista all’agricoltura ed all’apicoltura.
    Un ambiente naturale non monocolturale può sostenere una densità di api altissima. Chiaro, più alta di quello che sarebbe in natura: perchè provvedere arnie alle api (ossia rifugi dove sia per loro facile superare l’inverno), sostituire frequentemente i telaini (in modo da evitare l’accumulo di batteri e spore), sostituire le api regine quando non sono più sufficientemente feconde, sono attività che aumentano la sopravvivenza delle famiglie alle condizioni che in natura per esse sarebbero fatali. La frase “Quindi paradossalmente il declino nel numero delle colonie di api domestiche è da imputare al numero troppo alto di colonie” è sbagliata.
    Anche le frasi “Dal punto di vista di un ambientalista puro e duro la presenza di A. mellifera nel pianeta dovrebbe essere considerata come un disastro ecologico: è un animale semiaddomesticato che è stato introdotto in tutti i continenti dall’uomo e ha soppiantato le specie di api autoctone. Il loro numero poi è un pericolo per tutti gli altri insetti impollinatori perché rappresentano una competizione per le poche risorse presenti in natura.” sono assai discutibili.
    Le api non sostituiscono le altre specie di api selvatiche: la realtà è che gli alberi e le erbe producono quantità di polline molto più alte di quelle che gli impollinatori presenti in natura riescono a sfruttare. La prova è data dal fatto che se così non fosse, non sarebbe necessario portare la api ad impollinare le coltivazioni di melo e di pesco. Vicino al mio apiario osservo spessissimo api selvatiche di diversissime fatture. Perchè le api selvatiche venissero sostituite dall’apis mellifera, servirebbe sovrasaturare l’ambiente di quest’ultima, in modo che questa si accaparrasse tutte le risorse disponibili: un’eventualità che non si dà praticamente mai.
    Guarda caso però il mio apiario si trova vicino ad una zona boscosa, da cui presumo provengano le api selvatiche. Nella zona dove abitano i miei genitori, in piena pianura ad agricoltura intensiva, api selvatiche non ne osservo. Eppure lì in giro apiari ce ne sono ben pochi, a parte sei miei alveari che ho lasciato lì per impollinare gli alberi da frutto del giardino dei miei: alveari che fanno fatica a tirare avanti, che già in questa stagione non trovano praticamente più cibo e a cui devo fornire cibo integrativo se voglio che sopravvivano, perchè chilometri e chilometri coltivati a mais e soia non sono un ecosistema, ma un’industria estensiva dove pochissimi animali riescono a sopravvivere.

  3. Mi permetto di aggiungere due considerazioni.
    Perchè un animale immesso dall’esterno sostituisca una specie autoctona devono darsi diversi fattori: ad esempio una maggiore aggressività (e l’apis mellifera è particolarmente docile), e/o una maggiore rapidità di riproduzione (e come si è detto l’apis mellifera allo stato di natura non si moltiplica a dismisura, anzi tende ad estinguersi) e/o l’afferenza alla stessa nicchia ecologica con conseguente sovrasfruttamento delle risorse (cose che di per sè, se non è unita ad uno dei due punti precedenti, non implica il soppiantare ma al limite l’accostare): ebbene, le api selvatiche utilizzano spesso e volentieri nicchie ecologiche a cui le api mellifere non hanno accesso: fiori più piccoli, di conformazione diversa, o con quantità di polline troppo scarsa per le api mellifere che essendo in genere più grandi (un centimetro e mezzo contro pochi millimetri, con l’eccezione di poche specie) non riescono a sfruttare, ad esempio, il polline delle graminacee.

    Secondo: “assenza del loro cibo preferito: i fiori delle piante domestiche piantate dagli uomini.”
    Scartando l’ipotesi che l’autore si riferisse alle piante da giardino, la cui produzione nettarifera è trascurabile, immagino che l’autore parlasse di meli, peri, susini, albicocchi, mandorli, girasoli etc.
    Orbene, questi non sono affatto i cibi preferiti delle api, al punto che i melicoltori che portano alveari nei propri impianti per l’impollinazione devono provvedere a sfalciare l’erba sotto gli alberi, o le api trascurerebbero i fiori di melo a favore dei fiori selvatici, più nettariferi. Produzioni quali: miele di pero, di susino, di ciliegio, di pesco, sono rarissime, e perfino in trentino il miele di melo si produce solo di tanto in tanto, ma anzi bisogna spesso dare alle api nutrizione stimolante zuccherina durante l’impollinazione, cosa che non accadrebbe se l’erba sotto i meli venisse sfalciata (ma allora i meli non verrebbero impollinati). Fanno eccezione il miele di girasole (soprattutto nelle pianure monocolturali) di colza (se la fioritura non è concomitante alla robinia), e di marasca (ossia cilieglio SELVATICO, che invece è molto mellifero).

  4. Ultimissimo, so di essere insistente ma se uno non conosce l’apicoltura in prima persona può essere utile il parere di chi invece la pratica, no?

    “virus (IIV-6) e un fungo parassita, Nosema cerenae”
    All’interno delle arnie vi è una quantità enorme di batteri patogeni costantemente presenti, tra cui ad esempio il batterio della peste americana. La peste americana, quando diventa sintomatica, è letale nel 100% dei casi. Eppure il batterio è sempre presente all’interno dell’arnia! Il punto è che si tratta di batteri approfittatori: famiglie forti, con una alimentazione equilibrata e varia (ossia non in zone monoculturali, di nuovo) sono in grado di resistere all’attacco dei batteri suddetti. Il nosema apis, parente stretto del nosema ceranae, è anch’esso presente in tutti gli alveari.
    Non so molto sul virus IIV-6, ma nè lui nè il nosema ceranae sono stati rilevati nel 100% degli alveari colpiti da sindrome di spopolamento della colonia (CCD): questo esclude che ne possano essere la causa. Quello che è più probabile è che una famiglia colpita da CCD presenti caratteristiche favorevoli allo sviluppo di questi batteri e virus oppurtunisti. Ripeto: tolti i neonicotinoidi da mais e girasoli, le morie cessano. In montagna la CCD colpisce pochissimo. Eppure si tenta ancora di dare la colpa a dei batteri che con ogni probabilità sono onnipresenti. C’è qualcosa che non va.

    Saluti,

    Scialuppe

  5. Per Scialuppe

    l’ultimo indiziato per la moria delle colonie è questo virus: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2950847/?tool=pmcentrez

    Se ne parla anche qui: http://www.nytimes.com/2010/10/07/science/07bees.html?_r=1

    Che poi i neonicotinoidi possano fare lo stesso non lo metto in dubbio ma il punto del mio post non era capire cosa o chi abbia creato quest’apocalisse – probabilmente è un insieme di fattori- ma contestare la psicosi da fine del mondo giornalistica e del mondo ambientalista.
    Molti fattori indicano proprio nell’addomesticamento, nella sovrappopolazione e nell’uso intensivo di cure umane una delle cause del declino.
    Acari, virus e funghi si trasmettono a causa della attività umana che sposta gli alveari da regione a regione del globo (come l’acaro dell’estremo oriente di cui parlavi) per fare le stagioni. Gli apicoltori come ben sai affittano gli alveari per la stagione in cui le piante stanno fiorendo. Usano antibiotici, li aiutano a passare l’inverno, uccidono (fortunatamente non tutti ma ne conosco un paio che lo fanno) i gruccioni, principali predatori. In questo modo hanno creato una specie addomesitcata debole, che appena viene infettata da un virus o fungo si ammala e la pandemia si sposta in tutto il globo.

    In definitiva quello che succede fa parte del “mismanagement” dei padroni delle api, ovvero gli uomini. E’ un disastro commerciale, non ecologico.

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