Divisione del lavoro- differenze tra cultura anglosassone e mediterranea

ludwig_von_mises_poster_2009-p228318981584473913qzz0_400Se c’è una cosa che la filosofia libertaria mi ha insegnato è che la divisione del lavoro è “one of the great basic principles of cosmic becoming and evolutionary change.”, nelle parole di Mises.

Quando nella società umana i singoli individui si sono specializzati in un lavoro e hanno capito che questo rendeva la società più produttiva, quello è stato il momento in cui si è passati dal “buon selvaggio” alla civilizzazione. Questa divisione dei compiti all’interno della società parte da alcune basi biologiche e geografiche/naturali importanti: non siamo tutti uguali e le risorse non sono equamente distribuite sul pianeta. Se fossimo tutti uguali e le risorse fossero equamente distribuite sul pianeta non ci sarebbe interazione, né mercato quindi neanche bisogno di una società. Tutti sarebbero autosufficienti e vivremmo come eremiti. O come Mises dice su Human Action:

“If and as far as labor under the division of labor is more productive than isolated labor, and if and as far as man is able to realize this fact, human action itself tends toward cooperation and association; man becomes a social being not in sacrificing his own concerns for the sake of a mythical Moloch, society, but in aiming at an improvement in his own welfare. Experience teaches that this condition — higher productivity achieved under the division of labor — is present because its cause — the inborn inequality of men and the inequality in the geographical distribution of the natural factors of production — is real. Thus we are in a position to comprehend the course of social evolution.”

Questo mi serve da spunto per un argomento che mi sta a cuore: la differenza tra cultura anglosassone e mediterranea. Per anni ho pensato quale fosse il segreto dell’efficienza anglosassone nel mercato globalizzato e forse credo di aver capito qualcosa. Forse.

Prendiamo una tipica azienda italiana medio-piccola. C’è il proprietario, poi ci sono i dipendenti. Ma c’è anche un’altra cosa di mezzo: la famiglia. L’azienda tipica italiana è fatta di padre, moglie e figli. Spesso questi familiari hanno le conoscenze adatte per far andare avanti l’azienda, altre volte no. La moglie che risponde al telefono, fa i conti dell’azienda, impacchetta le cose ecc. Segretaria, commercialista, dipendente ecc. Il figlio che smanetta sul computer fa il marketing casereccio, fa il dipendente, impacchetta ecc. Marketing, IT, dipendente, operaio ecc. Il proprietario ancora peggio: ordini delle commesse, lavoro manuale, conti ecc. E così via con tutto il resto di parenti e amici. La cosa funziona anche se la famiglia non è inclusa nell’azienda: stesso tipo di struttura anche con perfetti sconosciuti.

La cosa funziona così: tutti devono essere in grado fare tutto e tutti devono avere il tempo di fare un po’ di tutto. In questa tipica azienda italiana, ma anche mediterranea, non esiste divisione del lavoro efficiente. Non esistono squadre, team, manager di un dipartimento. Non esistono responsabili, non esistono piani né strategie a lungo termine. La specializzazione è quasi inesistente.

Ora analizziamo una tipica azienda anglosassone. Il manager divide l’azienda in dipartimenti, ognuno con un compito specifico. Ogni dipartimento fa solo e soltanto quella cosa; può essere marketing, IT, produzione, design ecc. Se chiedi ad uno del marketing di aiutarti a impacchettare i prodotti da spedire ti ride in faccia e ti dice che nel suo contratto non c’è nulla del genere.

Ogni dipartimento poi ha il suo responsabile che poi riporta al manager director. Così il manager director può controllare in modo efficiente ciò che sta succedendo nella sua azienda.

Ora, esistono anche altre cose come il peso del fisco e della burocrazia, la nazionale pigrizia a rispondere a e-mail, telefonate o richieste entro 24 ore, mancanza di infrastrutture e servizi nazionali ecc. Ma credo che la divisione del lavoro e la sua specializzazione, sia fondamentale nel capire la differenza tra i due sistemi.

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9 commenti

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9 risposte a “Divisione del lavoro- differenze tra cultura anglosassone e mediterranea

  1. ciao Fabristol, te la butto là solo come ipotesi di lavoro e non certo per “insegnarti” niente; te lo chiedo soltanto come esercizio intellettuale: prova a leggere (o rileggere) Karl Marx svincolato da tutta l’ideologia di partito, cercando di portarlo all’oggi, per tentare di compiere una sorta di “sintesi moderna” tra filosofia marxista e libertaria.
    Per restare al tema che proponi, penso che tu abbia ragione, che non siamo tutti uguali e che ogni egualitarismo coatto sia una (s)tortura. Tuttavia, penso altresì che la divisione del lavoro troverebbe la sua migliore applicazione allorquando fossero strappati di mano ai capitalisti i mezzi di produzione. E con capitalisti non intendo i “piccoli imprenditori”, ma coloro che sfruttano il lavoro altrui, spremendo plusvalore alla classe dei lavoratori.

  2. @–>Fabristol

    Tuttavia, ti assicuro che, prima dell’inizio della grande crisi, gli anglossassoni (compresi gli statunitensi) venivano – soprattutto nel Nordest – a studiare la c.d. “flessibilità” delle piccole e medie aziende italiane, rispetto alla rigidità delle loro. Non a caso lo chiamavano “il secondo miracolo iatliano”.

    @–>Un tal Lucas

    Non mi stancherò mai di ripeterlo. Karl Marx e i marxisti in genere, hanno sempre fatto un’enorme confusione tra il momento della produzione del reddito e quello della sua distribuzione. L’assunto dogmatico di Marx, mai sconfessato dai suoi epigoni, è che il lavoro abbia un valore in sè, a prescindere dalla sua collocazione nel contesto degli altri mezzi di produzione. In realtà, come ogni altra risorsa, il lavoro vale in relazione alla sua scarsità. Si tratta d’un dato relativo e mai assoluto, ossia un “prezzo” e mai un “valore”.
    Quando vedo dei disoccupati urlare contro il governo che deve garantire loro il posto, perché il lavoro è “un diritto”, “intellettualmente” mi vien da sorridere per la loro ingenuità, anche se “umanamente” soffro per la condizione di quegli sfortunati.

  3. Per Luca

    purtroppo la mia conoscenza di Marx si limita ai pochi testi che ho studiato alle superiori per filosofia. Quello che posso dirti però è che ci sono molti più collegamenti col libertarismo di quanto tu possa immaginare. Non sul valore del lavoro (su questo sono d’accordo con Lector e i libertari hanno dimostrato questo errore enorme di Marx) ma sull’analisi della società divisa tra parassiti e parassitati. Le conclusioni però a cui si arriva sono diverse nelle due scuole di pensiero.

    Per Lector

    Sì però era agli inizi del secolo, quando il tipo di azienda era per forza a livello familiare e il mercato non era globalizzato.

  4. tuttavia le piccole e medie imprese venete a carattere familiare sono molto globalizzate. io conosco quelle del mio settore delle materie plastiche. Oltre ai partner storici tedeschi, esportano letteralmente in tutto il mondo e una buona parte ha un grado di innovazione che sembrerebbe inimmaginabile. D’altronde, se così non fosse, avrebbero già chiuso tutte da tempo. Quelle che soffrono di più sono quelle che si rivolgono solo al mercato italiano

  5. @–>Yoshi

    Esatto. Sono perfettamente d’accordo.
    La forza di queste imprese è tuttora il loro enorme grado di flessibilità rispetto ai colossi super burocratizzati con i quali sono in concorrenza, che permette alle stesse di adattarsi molto più velocemente a cambiamenti nella situazione dei mercati, operando variazioni di offerta inimmaginabili per le multinazionali “stricto sensu”.
    Di converso, la loro debolezza risiede nell’incapacità di fare squadra e nell’eccessivo individualismo e frammentazione, che impedisce l’attuazione di politiche incisive e coordinate di penetrazione dei mercati e d’accesso al grande credito internazionale, lì dove questo sia necessario.

  6. @Yoshi: volevo anch’io fare un commento simile. La conduzione familiare ha i suoi svantaggi e anche i suoi vantaggi; basti pensare al successo che nel mondo anglosassone hanno avuto le imprese di questo tipo possedute da immigrati (un tempo ebrei dell’Europa orientale, oggi dell’estremo oriente o del subcontinenete indiano).

  7. Sì ok, poi voglio vedere i loro website, se rispondono entro 48 ore, se spediscono in tempo ecc. ecc. Nella mia esperienza le aziende italiane hanno pessimi servizi di marketing, siti, tempistica ecc. Poi possono vendere quanto e dove vogliono ma vendono forse solo il 20% del loro reale potenziale. Parlo di aziende come Amazon, Apple, Microsoft, roba del genere non potrebbe sopravivere un solo giorno nel mercato globalizzato.

  8. claud_rm

    concordo nell’analisi iniziale di frabristol per esperienza diretta; il capitalismo familiare italiano , senza specializzazione, con scarsa valutazione del merito, clientelismo e pressapochismo, perde sempre pù colpi sullo scenario intrnazionale, e andrà sempre peggio. Senza scomodare Marx, io penso che la problematica italiana sia sociologica e di retaggio storico; si uniscono gli aspetti peggiori del capitalismo con i peggiori di una società clericale/burocratica/pre-industriale.
    in ogni caso spero di non lavorare per tutta la vita in Italia; qando mio figlio, se Dio vuole, andrà a fare l’università nel nord Europa (magari UK) spero di avere la forza di tentare una nuova avventura oltre confine.
    Se la competizione e la concorrenza sono il motore del nostro mondo , per quanto non condivida questi valori, che almeno lo siano davvero, senza inquinamenti familaristici e clientelistici.

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