La cura

Mi capita spesso di frequentare i nuovi arrivati, i nuovi immigrati. Non li guardo dall’alto in basso come fanno molti veterani qui, anzi sono sempre felice di aiutarli. Mi considero una sorta di cicerone qui in UK, cerco di metterli sulla strada “mentale” giusta. Cerco di fargli capire che quel comportamento lì esiste per un motivo, che “bisogna relativizzare”, capire, comprendere “loro” (troppi anni all’estero per capire che “loro” e “noi” sono parole vuote ma il neoimmigrato purtroppo vede tutto bianco e nero ed è in un periodo di scoperta ma anche di scontro). Perché lo faccio? Perché mi rispecchio in loro quando ero neoimmigrato pure io, perché ho lo spirito da crocerossina forse. Voglio incanalarli nella mentalità giusta per fargli evitare le ferite più profonde dello scontro che sperimenteranno, per evitare il rigetto. Perché lo scontro è inevitabile, anzi lo scontro è la cura. L’immigrazione è la cura per quella malattia che in molti chiamano nazionalismo, ma che a me piace definire tribalismo o biologicamente parlando imprinting. Imprinting di cui parlavo anche qua. Ma spesso il paziente ha un rigetto per il vaccino (o trapianto?) e il tribalismo diventa ancora più forte e più duro e si trasforma in scorza, guscio, riccio. Ne ho visti tanti qua di italiani che dopo vent’anni hanno creato questo guscio impenetrabile, gli arcitaliani li chiamo. Non hanno assorbito nulla, non hanno imparato nulla, non hanno perso nulla della vita precedente. Sono semplicemente diventati degli arcitaliani, boriosi, biliosi, trasudano di tribù da tutti i pori. Diventano come quelli che definiamo “extracomunitari non integrati” che vivono nelle periferie delle grandi città europee. Gli arcitaliani non vivranno nelle periferie né scenderanno per le strade a mettere a ferro e fuoco tutto quello che vedono, ma rimangono sempre “non integrati”. Ecco che la cura quindi deve essere amministrata bene, altrimenti non funziona. Ed ecco perché ho premura di seguire i neoimmigrati per evitare che mi diventino peggio di quando sono arrivati qui.

Non puoi prendere un neoimmigrato, lasciarlo solo nella zona 5 di Londra in una stanza di un metro quadro a condividere una cucina sudicia con un cinese, un indiano e un pakistano, in una catapecchia costruita nell’800 e mai ristrutturata. Non diventa più un incontro, diventa uno scontro che genera rigetto. E quando parlo con i neoimmigrati mi sembra di vedere me allo specchio. E’ incredibile come diciamo sempre le solite cose, ci lamentiamo delle stesse cose all’infinito. Ogni volta che ne incontro uno so già cosa dirà e a volte faccio scommesse su quale sarà la prima lamentela: sarà il rubinetto? La moquette? La guida a destra? La lingua incomprensibile? O la grammatica che “questi qua non studiano, non sanno niente, l’altro giorno ho corretto un mio collega che non sapeva fare lo spelling di X”? Il cibo “che fa schifo”? Il cappuccino bevuto a pranzo!? L’alcool? I sabati sera con gli ubriachi in strada? La pizza senza la vera mozzarella di bufala? E via dicendo.

Tutte queste cose le abbiamo odiate, discusse dalla A alla Z e non mi aspetto che un neoimmigrato riesca a digerirle in pochi mesi ma arriva il momento in cui bisogna trovare un equilibrio. Arriva un momento in cui guardi più a fondo o se vuoi da una posizione più neutrale – come se volassi sopra la folla e potessi vedere il mondo da un’altra prospettiva – e comprendi il perché di certi comportamenti, il motivo per cui in quest’isola si fanno certe cose e altre no. Non c’è bisogno di incorporarle, integrarsi non significa affatto diventare come le persone che ti ospitano, integrarsi significa accettare l’altro, nonostante non sia d’accordo, nonostante quella scelta o quel comportamento non vengano considerati giusti. Accettarlo per quello che è, non tirannicamente e razzisticamente considerarlo inferiore o deforme o pazzo. Perché a guardare bene – sempre con quel volo d’uccello sopra la folla – ti accorgi che le stesse critiche valgono per milioni di altri comportamenti italiani o spagnoli o francesi o indiani. E allora ti rendi conto che non c’è alcun motivo per odiare questo o quello, basta solo scegliere ciò che è bene per te e rifiutare ciò che non lo è. Che a volte un comportamento assurdo qui si controbilancia con un comportamento assurdo nella madrepatria e allora bisogna trovare un compromesso e bisogna razionalmente mettersi delle priorità nella vita. E con questa mentalità aperta si possono raccogliere tanti di quei semi in giro per il mondo per poi farli crescere dentro di sé e diventare migliore. Ecco la cura, ovvero l’immigrazione, la diluizione di questo imprinting che ci è stato affisso con forza dalla nascita può essere uno strumento per migliorarsi. O quando somministrato male può farti diventare un bruto, o a seconda dei punti di vista un bambino che si rifugia nell’utero della patria per paura di affrontare il diverso.

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18 commenti

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18 risposte a “La cura

  1. questo è un post da applaudire fino al sangue alla mani. E oltre. Leggevo e ad ogni riga ripetevo “esattamente”, “ecco”, “da incorniciare”. Dopo 6 anni all’estero mi ritrovo nelle stesse situazioni e pensieri. Chapeau.

  2. post molto bello. Mi ha fatto venire in mente la differenza, che leggevo sull’Economist, tra l’essere bilingui e “biculturali”. Ecco, forse i tuoi italiani dopo vent’anni saranno anche bilingui ma non sono certo biculturali. A coloro che si lamentano, oltre che ad aiutarli come fai lodevolmente tu, bisogna proprio ricordare che il Regno Unito, con tutti i suoi difetti, è quello che accoglie meglio gli immigrati, e che la qualità della vita è alta e c’è un livello accettabile di giustizia sociale.

  3. per andima

    non avevo dubbi che tu avresti apprezzato questo post 🙂

    per doze

    benvenuto. esatto bilinguismo non significa poi bicultura. e bicultura non significa necessariamente bilinguismo.

  4. Come forse già sai, quand’ero giovane ho fatto solo un anno e mezzo all’estero.
    Per superare molte delle difficoltà che descrivi in maniera eccelsa nel tuo post, ho preferito andare a vivere in un piccolo centro di provincia, piuttosto che in una grande metropoli.
    Tuttavia, mi sono integrato solo dopo che ho cominciato a “pensare” esattamente come i miei ospiti.
    Invero, si trattava di America Latina, certo tutt’altra cosa rispetto a un paese sassone.

  5. Marco

    Bellissimo post 🙂 Mutatis mutandis vale anche il discorso inverso, per chi è nel proprio paese e deve imparare ad aprirsi alle diversità culturali degli immigrati (aspetto per cui in Italia siamo molto carenti). In entrambi i casi tutti questi apporti sono sempre fonte di arricchimento personale e sociale per entrambe la parti.

  6. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 12.11.13 | alcuni aneddoti dal mio futuro

  7. Kirbmarc

    La cosa piu’ importante e’ avere un certo senso dell’umorismo. Lo shock culturale avviene sempre, ma prendere le cose alla leggera aiuta. La mia esperienza dopo un anno e mezzo mi ha permesso di ridere e scherzare sulle mie abitudini “italiane” e su quelle “inglesi”.

    Certo, ho avuto la fortuna di capire bene e parlare bene la lingua e di non essere “fussy” sul cibo (c’e’ una bella traduzione italiana per “fussy”? Mi viene in mente “esigente” ma non mi sembra abbastanza espressivo). Ma quello che mi ha aiutato e’ stato il sense of humor.

    Le piccole difficolta’ vanno accettate con calma e pazienza. La guida a destra, per esempio, e’ piuttosto difficile da accettare perche’ interferisce con la nostra memoria meccanica, che parte in automatico ogni volta che anche solo cerchi di attraversare la strada.

    La grammatica gli inglesi non la studiano perche’ serve a poco. La lingua Inglese e’ una lingua viva e in continua variazione, come tutte le lingue, ma a differenza dell’ Italiano non ha regole fisse stabilite da accademici della crusca.

  8. Stefano

    E’ maledettamente difficile uscire dallo stereotipo loro-noi sia per l’immigrato che la nazione ospitante. La pigrizia mentale uccide l’integrazione in entrambe le direzioni, per via di stereotipi e perversi positive feedback.

    Personalmente ho avuto un esperienza opposta alla tua molto positiva all’inizio poi una lunga fase di spaesamento (senza per forza vedere l’Italia come una soluzione). La vivevo come ora che ho lasciato quella che doveva essere la “mia nazione” perche’ dovrei restare qui in UK e non spostarmi ancora. Il concetto di nazione, come dicevi tu, perde significato. Ora la vedo in maniera radicalmente diversa, ovunque viva nel mondo mi faro’ la “nazione” che voglio attorno a me. Meno nazione c’e’ nel posto in cui vivo piu’ nazione personale riesco a ricrearmi.

  9. “Perché lo scontro è inevitabile, anzi lo scontro è la cura. L’immigrazione è la cura per quella malattia che in molti chiamano nazionalismo,”

    Da incorniciare!

  10. wow grazie mille per i feedback postitivi da parte di tutti. in realtà pensavo che questo post avrebbe attirato un mare di critiche.

  11. Emanuele

    Mi verrebbe da dire che i feedback positivi sono dovuti al processo di selezione dei commentatori. In pratica nel tempo si è formata una tibù di persone che continuano a seguieri e la pensano come te su argomenti come questo.

  12. P.S. al mio commento del 12/11/2013 alle 07:33

    Il brutto è stato quando son tornato a casa. Per un gran bel periodo non riuscivo più a sopportare gli italiani e la loro smania d’apparire anziché essere.

  13. Queste sono tutte intuizioni a cui sono arrivato in un modo o nell’altro nel corso degli anni, ma mai sarei riuscito a porle in forma scritta con tanta eleganza e passione. Come dicono gli anglofoni, thanks for sharing, Fabrizio!

  14. Cla

    Bellissimo post! Accettare le diversita’ del paese che ti ospita e’ il primo passo per iniziare poi, quasi inconsapevolmente, ad apprezzarne alcune, tutte ovviamente e’ impossibile. Nel mio caso l’unica di cui proprio non riuscivo a farmi una ragione era il rubinetto!

  15. Grazie ancora a tutti. 😉

    Per Emanuele

    non è sempre così. A volte ricevo critiche su alcuni argomenti controversi.

  16. Beh, personalmente ho sempre preferito le critiche al plauso.
    Magari urtano un po’ l’amor proprio, ma ci fanno valutare aspetti che non avevamo preso in considerazione, contribuendo alla nostra crescita.
    Il plauso appiattisce e rischia di trasformarci in tanti Berlusconi, stupidamente pieno di sé e sempre circondato da leccaculo.

  17. Emanuele

    Lo so, io sono uno di quelli che ti ha criticato spesso. Ma la tendenza di un blog personale è di attirare chi ha una visione più o meno simile a quella dell’autore, si crea una specie di comunità che condivide certi valori e che finisce in genere per parlare tra sé. I contestatori, a meno che non si tratti di blog frequentatissimi o gestiti da personaggi famosi che avranno sempre grande seguito pro o contro, difficilmente continuano a commentare in questi casi, un po’ perché finiscono spesso per trovarsi contro più o meno tutti e alla fine si stancano, un po’ perché il gestore del blog è sempre libero di non pubblicare tutti i commenti negativi. Un po’ magari perché non hanno lo stesso interesse di chi segue sempre il blog per i diversi argomenti e sono intervenuti solo in un caso particolare.
    E’ un fenomeno che ho visto spessisimo in questi anni. Ora è ancora più evidente perché con i social network i blog sono sempre meno frequentati (purtroppo).

  18. Per Emanuele,

    scusa se ti rispondo solo adesso ma avevo ospiti a casa per tutta la settimana. 😉
    In realtà mi piace avere un po’ di “pepe” sul blog così si alimentano le discussioni, si scambiano opinioni diverse e soprattutto si impara. Ho imparato molto anche e soprattutto dalle critiche su questo blog. Anzi senza quelle questo blog non sarebbe mai rimasto lo stesso. Il modo di interagire con i lettori, le tematiche, lo stile della scrittura, insomma senza il feedback dei lettori anche critici il blog sarebbe morto. Non riuscirei mai a gestire un blog senza commenti perché mi mancherebbe il feedback. Sono estremamente sensibile alle critiche, ma sempre in modo costruttivo. Rimugino continuamente su quello che le persone mi contestano (blog o vita reale) e cerco di capire se sono io o loro che sbagliano. Non sarò mai un politico (e non vorrei esserlo). 😉

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