Come il linguaggio possa influenzare la nostra percezione del mondo

Sono sempre rimasto affascinato dal legame tra lingua e percezione del mondo. Può l’uso di una particolae lingua influire su come vediamo il mondo? E se sì, quali lingue sono più adatte a descriverlo?

Recentemente ho avuto modo di pensare molto a questo argomento: soffro di un problema di circolazione alle estremità. D’inverno mani e piedi diventano blocchi di ghiaccio. Inutile utilizzare guanti, le mani rimangono congelate lo stesso. E la cosa è più che ovvia: se il sangue non circola, il calore prodotto dal mio corpo non arriva alle mani. L’utilizzo di un tessuto al massimo protegge dal freddo ma di certo non “crea calore”. L’unico modo è attaccarsi ad una fonte di calore di modo che passi ai tessuti della mia mano. Ecco, questa spiegazione semplice di fisica a molti italiani non entra in testa. Ogni volta è sempre la stessa storia: copriti, mettiti questo che “fa caldo”. In italiano si usa questa espressione, sbagliata dal punto di vista fisico, che condiziona perfino il modo di vedere il mondo. Gli oggetti come cappotti, coperte e quant’altro non fanno caldo, ma trattengono il calore del proprio corpo. Se coprite un cadavere con una coperta rimarrà sempre freddo. Nel mio caso specifico quindi se ho mani cadaveriche un cappotto che “fa caldo” non farà alcuna differenza. Discussioni lunghissime per spiegare questa cosa ma si torna al punto di partenza: fa caldo, scalda quindi. Ecco in Inghilterra questa incapacità di comprendere questo effetto non esiste. Motivo? Penso (o mi piace pensare così) che sia per il fatto che non esista un equivalente di “fa caldo”. Molto usato è “keep you warm”, ovvero mantenere il calore. Wear this coat so it can keep you warm. In poche parole gli anglosassoni usano un termine corretto anche dal punto di vista fisico e quindi in questo caso descrivono meglio la realtà. Ovviamente ci sono decine di casi del contrario, ogni lingua ha i suoi pro e contro.

Tutto questo mi fa pensare molto perché potrebbe anche essere che alcune lingue siano privilegiate nella descrizione di alcune realtà piuttosto che altre. Esistono lingue adatte alla scienza, altre alla poesia? Se fosse così alcuni popoli sono in grado di comprendere certe realtà meglio di altri. Basti pensare ad alcune tribù amerinde che non hanno nella propria lingua delle parole per descrivere numeri superiori a 10. Pessimi matematici!

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10 commenti

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10 risposte a “Come il linguaggio possa influenzare la nostra percezione del mondo

  1. Antonio

    Beh però anche in italiano si usa dire “il cappotto tiene caldo” (analogo a “keeps you warm”), “mettiti il cappotto, che ti tiene caldo”, mentre non ho mai sentito dire “il cappotto fa caldo” o “il cappotto ti fa caldo”…

  2. Un attimo: dalla regia mi dicono che si tratta di un regionalismo di cui non ero al corrente. Contrordine compagni… comunque il succo del discorso non cambia più di tanto. La questione si sposta dall’italiano al dialetto o dialetti (da quale altri parti d’Italia si dice “far caldo”?).

  3. Io sento dire spesso “questo fa caldo”, ma penso che nemmeno le nonnine centenarie credano davvero che un vestito faccia caldo di per sé. In generale si usa dire ad esempio “la lana fa più caldo del cotone” non perché si creda che generi davvero calore, ma perché per esperienza si sa che lo trattiene meglio (vuoi per materiale, densità, spessore o quant’altro). In ogni caso il corpo tende a mantenere caldo in primis il torace, dunque è vero che le mani e i piedi possono raffreddarsi se non si è abbastanza coperti. Poi che tu abbia un problema e le mani ti si raffreddino a prescindere da quanto sei coperto è un altro discorso, ma se la gente ti dice di coprirti di più, non è perché pensa che il vestito “faccia caldo”, ma perché in generale il principio è valido.

  4. purtroppo di devo contraddire perché mi sono scontrato più volte con persone di una certa età su questo punto.

  5. Ahaha a posto allora 😀

  6. leppie

    Ciao da un “lurker” che commenta raramente…
    Ti consiglio di leggere “Through the language glass”, di Guy Deutscher. È un libro molto affascinante sull’influenza che hanno le lingue e loro strutture nella vita di tutti i giorni e anche nel modo di vedere il mondo.

  7. Linguaggio e realtà possono procedere su strade completamente diverse. Il legame tra i due è convenzionale, non necessariamente logico. Se un italiano capisce che la lana trattiene il calore e non lo genera, non necessariamente questo cambierà la lingua, che è fatta di convenzioni e di abitudini. Viceversa, un inglese potrebbe credere che la lana genera calore anche se la sua lingua suggerisce il contrario.
    Ci sono tante espressioni che non solo non corrispondono alla realtà, ma sono anche logicamente impossibili. Vedi la doppia negazione (non vedo nulla, non ho mai detto, presente anche in altre lingue e in certi dialetti inglesi), e forme come “con tutta probabilità” (una probabilità non si concilia con l’idea di completezza).
    Ma ci sono anche parole che cambiano completamente significato senza che siano percepite come incoerenti. Ad esempio, lo spagnolo llegar (arrivare) deriva dal latino plicare. Plicare significa piegare. Come mai ha assunto un significato completamente diverso? Perché è un termine marinaresco. Quando la nave arrivava in porto i marinai piegavano le vele.
    Quanto alle popolazioni amerinde che avrebbero numeri fino a dieci, probabilmente non hanno bisogno degli altri numeri, o ricorrono a costrutti linguistici del tipo due volte dieci e cinque per dire venticinque. Nella Divina Commedia c’è qualcosa di simile: cinquecento diece e cinque.

    Enrico
    ——————————————
    http://pulgarias.wordpress.com

  8. A prescindere dall’esempio del cappotto che “fa caldo” (ti consiglio una visita medica per la circolazione sanguigna. Ho avuto un problema analogo: mi si congelavano le mani, a volte anche solo singole dita, era la circolazione a livello del polso), credo d’aver compreso il senso del tuo post.
    Desidero perciò portarti un altro esempio: il romanzo c.d. “tecnologico”, vero e proprio genere avente una piena dignità letteraria nei paesi anglosassoni, praticamente inesistente e snobbato sia dai vari premi (Strega, Campiello, ecc.) che dal Gotha culturale in genere nel nostro paese. Parlo di Crichton, Clancy, Follet, Deaver, Robinson, Rollins, Schatzing e tanti altri. Questi libri sono scritti con una tecnica che mescola tranquillamente un linguaggio “scientifico”, peraltro sempre oggetto ci accurata ricerca preliminare da parte dell’autore che spesso è anche uno specialista della materia, con l’avventura, l’azione, il dramma.
    Da noi questo genere viene completamente snobbato e costituisce una letteratura di serie B, un sottoprodotto. Nei paesi anglosassoni, invece, se questo tipo di romanzo è scritto “letterariamente” bene, nulla preclude che venga considerato al pari dei generi c.d. “classici”. Tipico l’esempio di Herbert che, in alcuni stati USA, viene adottato quale libro di lettura nelle scuole, come da noi il Manzoni.
    Credo che questo sia proprio uno dei motivi che fanno la diversità tra la mentalità “italiota” e quella anglosassone e determinanti per la posizione dell’Italia nella classifica dei paesi dove è più semplice avviare un’impresa: 83° posto, dopo Trinidad e Tobago.
    In fondo è anche per ciò che rimaniamo sempre il paese della pizza, della pasta e del mandolino e non certo quello dei microchips, delle staminali e delle nanotecnologie, che da noi costituiscono sempre e solo parole totalmente avulse dal quotidiano sia delle gente comune che – e questo è assai peggio – di quelli che si reputano i nostri “maitre a penser”.
    Con grande beneficio della Chiesa che nell’ignoranza “tecnica” della gente ci prospera, senza timore di essere smentita.
    Infatti, come diceva Artur C. Clarke, “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia” ed è per questo che in Italia (così come in Congo, Lesotho, Sierra Leone e nel Burkina Faso) la Chiesa Cattolica Apostolica Romana ha gioco facile nel far credere alla gente che certi progressi scientifici siano in realtà opera del Demonio.

  9. Grazie a tutti per i consigli. Leppie mi intriga molto quel libro che citi. Sembra fatto per il mio post. 😉

  10. E’ chiaro che ogni lingua privilegi alcuni aspetti della realtà anzichè altri. Pensiamo all’eschimese (se non erro) in cui ci sono centinaia di modi per descrivere la neve; o ad alcune tribù africane, in cui azzurro e verde sono percepiti praticamente come lo stesso colore.
    A tale proposito, è famosa una frase di Carlo V, secono cui “Il tedesco serve per parlare ai cavalli, il francese agli uomini e l’italiano alle donne”. 😉

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