Figli del linguaggio

electric-fish-signal-waves-language-scienceQuasi una settimana ad una conferenza di neuroscienze. Un bel po’ di cose interessanti come sempre tra i talks. Ma le chicche più interessanti le trovo sempre tra i poster. Spesso a queste conferenze la gente si sofferma troppo sui grandi nomi e sulle big lectures ma si dimentica dei poster. Ai poster si trovano cose strepitose, si ha la possibilità di parlare direttamente col ricercatore che ha fatto la ricerca, si possono dare feedback, si fa networking e possono nascere collaborazioni etc. Insomma due mondi distinti: il primo è a senso unico e ha struttura gerarchica, il secondo è incredibilmente accessibile e antigerarchico.

Dicevo, ero a questa conferenza e uno dei poster che mi ha più incuriosito è stato quello di questi neuroetologi tedeschi che se ne sono andati a Panama, in mezzo alla giungla, per una settimana a piantare elettrodi nel letto di un fiume. Direte: che cavolo c’è da misurare sul letto di un fiume?  Di giorno ci sono poche correnti ma la notte si scatena una tempesta elettrica stupefacente. Decine di pesci elettrici sono in attività frenetica per accoppiarsi e hanno un curioso modo per corteggiare le femmine: scariche elettriche. Queste si propagano nell’acqua e a seconda di frequenza e amperaggio possono cambiare il senso di quello che viene “detto”. Accoppiarsi su un letto del fiume per un pesce è un “tricky business”. La femmina deve deporre le uova, il maschio deve fecondarle immediatamente prima che la corrente le porti via e tutto questo deve essere fatto in maniera assolutamente sincronizzata, altrimenti il maschio non fa centro (e via di battute a sfondo sessuale su questi poveretti figli, loro malgrado, di Onan; se pensate che eiaculatio precox sia un problema sulla terra ferma figuratevi su un fiume in piena!).

Comunque a parte le battute, la cosa è seria: come fa la femmina a dire al maschio che sta per deporre le uova? Comunicando con le scariche elettriche per l’appunto. Ora, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: vuoi vedere che la capacità di utilizzare l’elettricità in questi pesci è nata prima come linguaggio e poi come sottoprodotto per difesa o attacco (e non il contrario)? Il ricercatore mi ha detto che è molto probabile che sia così. Se veramente è andata così questo è l’ennesimo caso nell’evoluzione di un uso di un organo nato per un motivo ma la cui utilità poi si è allargata ad altre funzioni.

E la mia mente ha cominciato a cavalcare: se potessimo fare un parallelismo con il genere Homo forse il nostro linguaggio nato per ovvi motivi di coordinazione sociale per la caccia, la difesa e altro ci ha poi permesso di sviluppare la coscienza. Potremmo essere coscienti di noi stessi senza il linguaggio? Forse no. OK, dobbiamo definire cosa è coscienza e questo potrebbe portarci a discutere per decenni. Quella che io considero coscienza è la capacità di un organismo di essere cosciente di se stesso, di essere capace di rappresentare se stesso in un’azione passata, presente e futura.

Un neonato non è cosciente di se stesso se non dopo il 18esimo mese quando riesce a guardarsi allo specchio e capire che quello di fronte a se è se stesso, in poche parole che esiste. Stessa cosa vale per molti primati, delfini, corvidi e elefanti (e questo apre la discussione su altri fronti: poiché il cervello dei mammiferi differisce considerevolmente rispetto a quello degli uccelli forse la coscienza si è evoluta più volte nella storia e non nasce da una regione anatomica specifica, ad esempio un’area “magica” del cervello mammaliano). Possiamo essere coscienti di noi stessi senza sentire quella voce (o il gracchiare nel caso dei corvidi) interna? Quando descriviamo l’ambiente che ci circonda ad altri consimili stiamo facendo qualcosa di straordinario: stiamo dicendo che il nostro corpo si trova in un ambiente, stiamo definendo lo spazio-tempo nel quale il nostro corpo sta “galleggiando”. La cosa forse più interessante è che il linguaggio è nato appunto per motivi basilari e di sopravvivenza come la comunicazione per la caccia in un gruppo. Un cacciatore torna al suo clan e deve spiegare di essere stato in un posto dove c’era una carcassa di un animale. Deve descrivere se stesso, spostare l’idea di se stesso in un altro luogo e tempo. Questa sorta di disembodiment è alla base del cosiddetto “languageC4-consciousness-image-web-550x367 displacement” ovvero la capacità di proiettare se stessi in un altro luogo e tempo. Ora questa caratteristica è necessaria per l’evoluzione della coscienza ma non è l’unica caratteristica della coscienza. Infatti api e formiche sono in grado di comunicare con language displacement. Le api e le formiche scout comunicano la posizione della fonte del cibo alle proprie compagne. Stessa cosa fanno molti corvidi. Ma nel caso delle api e delle formiche queste possono comunicare la posizione della fonte del cibo che hanno appena visitato, non riescono a proiettare se stesse nel passato remoto o nel futuro. Il linguaggio in poche parole nasce per permettere di liberarci dalle catene del presente e di proiettare la nostra mente in altri mondi e in altri tempi. E così la coscienza nasce dal disembodiment in funzione spazio-temporale (e forse è da questa sensazione che nasce l’idea della nostra anima/coscienza che è separata dal corpo; ma in realtà è solo una illusione il cui unico scopo era comunicare la fonte di cibo agli altri compagni del gruppo; che ironia che una idea così nobile come l’anima in realtà sia più correlata con bisogni più basilari come il mangiare, e le carcasse in mezzo alla savana). Ed ecco che uno strumento evoluto per uno scopo è riuscito a sviluppare una delle qualità più rare della vita sulla Terra. Non “cogito ergo sum” ma “dico ergo sum”.

E grazie a questo il mio cervello è riuscito a fare l’audace accostamento tra l’eiaculazione di un pesce e la coscienza umana! E poi dicono che la scienza è noiosa.

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11 commenti

Archiviato in scienza

11 risposte a “Figli del linguaggio

  1. Ma del resto, si può pensare senza il linguaggio? E si può avere un linguaggio senza una capacità di pensiero (strutturato)? Sono solo le prime domande che mi vengono in mente e forse per uno scienziato sono banalissime. Ma la scienza difficilmente è noiosa, noioso può essere (spesso è) il modo in cui è insegnata… come l’inglese del resto 🙂
    Un saluto
    Alexandra

  2. Julio, una giardia a pois

    A proposito di coscienza, l’altro ieri ho assistito a questa lezione. A onor del vero, non mi era piaciuta un granché perché mi sembrava non dire nulla di nuovo, ma la vera delusione è stata tornare a casa e vedere che era una lecture già fatta tempo fa (in pratica, pago 2100 eurozzi di tasse universitarie, per avere qualcosa che c’era già su youtube 😉 )

  3. Julio, una giardia a pois

    PS. Fab, è sempre un piacere leggere il tuo blog.

  4. Grazie infinite per questo post.

    Roberta

  5. @ intempestivoviandante

    Pensare senza il linguaggio? dipende come definiamo il verbo pensare. Per esempio un cane può “pensare” al cibo o alla possibilità di fare una passeggiata. Può desiderare un qualcosa che sa che accadrà nell’immediato futuro. Quando sogna “pensa”. Ma il suo pensare è rappresentato da immagini e suoni nella sua mente, non con il linguaggio.

  6. @ julio

    Eh! ormai con internet non si scampa. Se si copia si viene beccati subito. 🙂

    @ julio e Roberta

    grazie per i complimenti. Sono anche questi che mi fanno andare avanti con il blog. Avere un feedback è importante per me 😉

  7. Se il feedback è importante allora lascio una traccia del mio passaggio (e del mio apprezzamento) 🙂

  8. Yet Another Feedback!

  9. grazie mille ragazzi! 🙂

  10. Kirbmarc

    Scene da una società di pesci elettrici senzienti.

    “Senti quella che scariche che da’” “Cavolo, saranno un 10 volt, tu che dici?” 10? Anche 20!” “Voi parlate e basta ma io depongo”

    Mentre le femmine:

    “Hai visto che squame? E che coda! Io gli lancio una scarica come non ne ha mai sentite!”

    XD

    A parte gli scherzi è un post veramente interessante. L’idea che il dualismo anima-corpo (o mente-corpo) sia un’illusione dovuta al linguaggio è una riflessione geniale anche se non mi era nuova. Del resto ormai il dualismo è scientificamente insostenibile: non esiste un confine fra mente e corpo, tutte le ricerche non fanno che confermare che non solo le modifiche al cervello modificano il comportamento ma anche le modifiche al comportamento modificano il cervello stesso. (Fuck yeah neuroplasticity!)

    Insomma è solo grazie alla capacità di riflessione linguistica che ci possiamo sentire “altro” da noi stessi (anche solo rispetto al nostro passato e futuro immediato).

  11. Mmm… ma sì, carino, il post.

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