Little (silly) Italy

imageImmaginatevi questa scena. State aspettando il bus alla fermata della vostra città quando un’altra persona che sta aspettando con voi vi chiede nome, numero di telefono, indirizzo e vi invita a cena. Non solo ma questa persona pretende che da quel momento in poi siate amici per sempre. La persona era una totale sconosciuta e non avevate niente in comune.

Cosa pensereste? Che la persona sia un pazzo maniaco? “Amico di uno appena conosciuto alla fermata del bus con cui non ho niente in comune? Ma neanche per idea.”

Ora spostate questa scena con le stesse persone in una città straniera. Cosa accadrebbe? Di colpo la persona sconosciuta non viene più vista come un pazzo, non avete alcuna remora a darle tutti i vostri dati personali e ad organizzare una cena insieme. Anzi, c’è la possibilità che i ruoli si invertano e siate voi a fare il primo passo per conoscerla.

Cosa è cambiato? L’unica cosa che è cambiata è il luogo ed è bastato questo a rendere le due situazioni incredibilmente differenti. Ed è quello che succede ogni giorno all’estero tra italiani. Persone che non si sarebbero mai neppure scambiati un “salve” o “buongiorno” in Italia, all’estero diventano immediatamente amiche. Il motivo di questo strambo comportamento – che non avviene tra inglesi, tedeschi o cinesi – è l’istintivo tribalismo italiano. L’appartenenza alla tribù diviene irresistibile quando l’italiano si trova circondato da stranieri fuori dalla sua “comfortable zone”. Sembra incredibile ma spesso quello che due italiani all’estero hanno in comune è solo il passaporto e il fatto che i propri genitori abbiano trombato all’interno di un territorio conquistato da altri uomini cento o più anni prima.

Ogni volta rimango sconcertato da questo comportamento. Essere amico di qualcuno non dovrebbe dipendere dal passaporto ma da una serie di caratteristiche comuni che rendono l’amicizia piacevole. Capisco che per chi sia appena emigrato il fatto di avere qualcuno che parli la stessa lingua sia di aiuto (ci mancherebbe) ma questo comportamento è comune pure tra emigrati navigati da molti anni. “Ma la lingua comune…” Ma la lingua è solo uno strumento per comunicare, non è sinonimo di “comunicazione”. Altrimenti i sordomuti italiani non si sentirebbero italiani.

Insomma ho più cose in comune con il mio amico giapponese che con un casertano incontrato per caso alla fermata del bus. Perché dovrei preferire il secondo al primo? Solo perché parla la mia lingua madre? E la/e lingua/e che ho imparato nel frattempo non sono abbastanza per avere una conversazione?

Oppure queste radunate tipiche tra italiani per me non hanno senso. Sembra di rivedere le associazioni di italiani emigrati all’inizio del 1900 in America, stile ghetto Little Italy. E perché non posso invitare il mio amico greco e quello indiano e fare una bella spaghettata al curry e ouzo? “Ma perché poi non possiamo parlare in italiano.” E perché dovresti se tra di noi ci sono persone che non usano quello strumento di comunicazione?

Per carità, ho sempre incontrato bravissime persone all’estero che provenivano dall’Italia e con cui ancora intrattengo ottimi rapporti di amicizia (alcune veramente straordinarie) ma spesso tutto questo tribalismo pare eccessivo. O forse nasconde una incapacità profonda degli italiani di relazionarsi con il diverso, di imparare un’altra lingua, di accettare il prossimo anche se viene fuori dal proprio paesotto di provincia?

 

 

 

 

 

 

 

4 commenti

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4 risposte a “Little (silly) Italy

  1. Kirbmarc

    Gli spagnoli sono pure peggio di noi, per quanto riguarda il tribalismo. E anche i greci non scherzano, come pure i turchi.

    Per quanto mi riguarda sono stato accostato da pochi italiani all’estero e da nessuno nella circostanze che (iperbolicamente) descrivi probabilmente perchè mi presento sempre come “Andrew”, non ho un aspetto da italiano “tipico” (le origini slave e tedesche dei miei avi si fanno vedere), parlo molto poco in Italiano e non rivelo la mia nazionalità al primo che capita.

  2. se tutto ciò si spiega con l’istintivo tribalismo italiano, io devo avere ereditato geni alieni. All’estero faccio di tutto, persino fingermi una statua, pur di evitare questo genere di approccio indotto dall’appartenenza alla stessa tribù. Saluti

  3. Mi risulta che sulle coste dell’Andalusia, alle Canarie, a Capo Verde, etc. danesi, tedeschi, granbritannici, etc. abbiano addirittura fondato delle neo-polis danesi, tedesche, granbritanniche, etc. .

  4. Quello di cui parlo e’ un comportamento diverso rispetto al concetto di “colonia” di cui parli. Le colonie di nordeuropei sono fatte per una questione di pigrizia mentale, il fatto di avere tutto garantito e perfetto per una vacanza, tutto a portata di mano, il cosiddetto full inclusive. Gli inglesi manco si parlano tra di loro in queste colonie, per farti un esempio. Quando un inglese incontra un altro inglese all’estero magari ci si scambia un breve saluto e un “e lei da dove viene?” ma finisce li.
    Quello di cui parlo e’ la pretesa di incominciare una relazione forzata a lungo termine solo per il fatto di essere della stessa nazionalita’. E questo non avviene tra inglesi. E non ha niente a che vedere con le colonie di vacanzieri

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