La morte dei blog (di nuovo)

blogger1Con la fine del blog di Malvino se ne va una delle ultime colonne portanti della blogosfera italiana. Che vi piaccia il suo stile tagliente o no è innegabile che Malvino sia stata una delle penne più influenti di quella che chiamiamo blogosfera italiana. Ora, sulla morte dei blog è stato detto tanto negli anni passati, soprattutto dagli ultimi blogger rimasti in vita (compreso il sottoscritto), ma credo che oggi nel 2015 e a pochi mesi dall’inizio del 2016 si abbia un’idea più precisa di quello che sia successo. In passato per esempio ci siamo sempre lamentati del fatto che i blogger si siano spostati sui socialmedia perché erano più immediati, semplici e con un feedback più gratificante a discapito della perdita dell’anonimato e dell’effemerità. E’ vero, tutto giusto ma i contenuti commentati sui social media continuano ad essere prodotti il più delle volte da blogger prestati a siti “corporativi” più grandi come Huffington Post, Linkiesta o per il campo scientifico Le Scienze. In pratica i blog sono morti ma i blogger esistono ancora ma questa volta lavorano per qualcun altro.

E tutti gli altri? Quelli che non scrivono per lavoro hanno abbandonato i blog o, come il sottoscritto, resistono ancora. Penso che il blog continuerà ad esistere fintanto che ci saranno persone come me che hanno voglia di scrivere. E i lettori? I lettori fanno finta di essere emigrati sui socialmedia ma sanno benissimo che se vogliono contenuti di cui (s)parlare sui socialmedia devono sempre passare di qui, dai blog. Sui socialmedia non possono essere prodotti perché chi ci prova a farlo si accorge immediatamente che non ne vale la pena. La presenza del contenuto dura un paio di ore (normalmente per la pausa pranzo) e quindi è l’effemerità che non permette la creazione di contenuti stabili che possano essere commentati. In pratica i blog rappresentano la sostanza di cui spesso i socialmedia si nutrono. In parole povere la parte social dei blog, ovvero i commenti, i link, i reblog ecc., si sono spostati su altre piattaforme.

E questo vale perfino per i cosiddetti “millennials”, ovvero le persone che sono nate dopo il 2000, che nonostante “today, teens are about as likely to start a blog (over instagramming or snapchatting) as they are to buy a music CD. Blogs are for 40-somethings with kids” [gli adolescenti] continuano a commentare, magari senza saperlo, contenuti scritti da 40enni con figli che scrivono ancora in questa forma di scrittura obsoleta che si chiama(va) blog.

15 commenti

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15 risposte a “La morte dei blog (di nuovo)

  1. Francamente, non capisco il tuo crucciarti.
    Tu scrivi per tuo piacere, gratificazione, passione e interesse personale o… perché sono in tanti o almeno il tot per cento a farlo?
    Il fatto che centinaia di milioni persone “comunicano” informazioni vuote e lo facciano in forma di reti sociali non saprei come definire? banali? banalizzanti? ha dato a loro l’opportunità di condividere qualcosa con altri simili.
    Ciò non ha nulla a che fare con il fatto di dedicarsi ad un diario personale in cui le pagine abbiano dei contenuti.
    Insomma, ci sarà anche qualche pianista o musicista che si tedia perché ora c’è una applicazione con la quale si può “suonare il piano” sui furbofoni, ma direi che può evitare di preoccuparsi per la faccenda.
    Musicisti e pianisti saranno sempre lo zero.zerozero per mille di quelli che cosano il furbofono per emettere dei rumori.

  2. Io scrivo per piacere di comunicare il mio pensiero in generale ma anche e soprattutto per comunicare con altri blogger. Un tempo esisteva una rete di blog che parlavano tra di loro, certo a volte un po’ autoreferenzialmente, ma era una comunita’ e che ora non esiste piu’. La gratificazione arriva dallo scambio di opinioni con altri eguali. Non avrei alcun piacere nello scrivere se fossi l’ultimo essere umano sul pianeta. Scrivere non da’ alcun piacere se non c’e’ un lettore che poi legge quello che hai scritto. Nonostante la scrittura sia di per se stessa una delle forme piu’ solitarie, individuali di espressione e’ sempre rivolta ad un pubblico. Senza pubblico la scrittura non esisterebbe. L’ultimo uomo sulla terra non sara’ mai uno scrittore.

  3. Certo, esiste un piacere nell’avere un pubblico, indubbiamente.
    Altrettanto certamente esiste anche un dilemma, non risolvibile, tra quantità e qualità.
    Infine, da un punto di vista personale, anche non avere troppi lettori / commenti è una sorta di esercizio spirituale, mette alla prova la tua costanza e misura la tua determinazione.
    Insomma, non tutto così male.🙂

  4. Io son migrato su Medium https://medium.com/ e lo consiglio (ma per il momento riciclo cose vecchie, per le nuove non ci ho tempo né voglia)

  5. LorenzoC

    “La gratificazione arriva dallo scambio di opinioni con altri eguali.”
    E’ un concetto catastrofico.
    Primo, se hai lo scopo di scambiare opinioni con gli “eguali” non è il blog lo strumento adatto, in quanto semplice pagina accessibile da Internet ma ti serve un “ring”, cioè una cerchia ristretta, un club ad invito. Il motivo è che o scrivi cose assolutamente banali, oppure gli “eguali” sono una minoranza dei possibili lettori, che non ti gratificano.
    Secondo, che si faccia una cosa perché è gratificante è cosa abbastanza infantile, fosse cosi io dovrei fare la cacca ovunque mi piaccia. Ma non succede perché c’è anche la categoria delle cose che si fanno o non si fanno perché è “giusto/sbagliato”. Certo, se uno usa il blog come un diario e scrive se la mattina l’ha fatta dura o molle, può avere lo stesso scopo di uno che scrive un diario in generale, cioè uno che parla a se stesso, da cui implicazione onanistica.

    I “millennials” sono semplicemente per la maggior parte persone che non sanno nulla. In precedenza ti veniva richiesto di sforzarti e di imparare per accedere a livelli via via superiori dei “misteri” tecnologici. Adesso è tutto piatto, orizzontale e spesso un micron, tutti possono fare le quattro scemenze consentite dai “social network” (neologismo privo di senso come “società civile”), usando strumenti da scimmia col touch screen. Non è questione di scelta, di stile. E’ semplicemente il minimo comune denominatore che fa comodo agli apparati che in qualche maniera dalla coglionaggine dell’umanità devono trarre un profitto. I “social network” non sono gratis, si pagano per esempio con la pubblicità. La pubblicità per sua natura necesse il minimo comune denominatore, basta guardare gli spot delle telefoniche.

    Comunque la categoria più ridicola è quella dei “blogger professionali”.

  6. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 31.08.15 | alcuni aneddoti dal mio futuro

  7. @Peppe

    non conoscevo medium, sembrauna sorta di Tumblr?

  8. @Lorenzo

    Per chiarire: per eguali intendo altri blogger. Leggi scrittori, pittori, scultori mettici quello che vuoi. Non intendo eguali nel senso di persone che la pensano allo stesso modo. Dire che faccio una cosa perche’ e’ gratificante non e’ infantile, e’ umano. Alla fine quello che cerchiamo e’ il piacere, come Epicuro avrebbe detto.

  9. Per la cronaca questo post e’ stato condiviso su Facebook, Twitter e Tumblr e la gente vi sta commentando piu’ in questi posti che qui. La mia teoria e’ quindi esatta.😉
    p.s.
    C’e’ gente che a volte commenta a proposito dei commenti del blog sui socialmedia invece che sul blog stesso, roba da pazzi.

  10. @fabristol è una piattaforma di pubblicazione abbastanza evoluta che include alcuni degli strumenti tipici dei social (puoi seguire ed essere seguito, commentare rapidamente, etc.). Questa è la Guida https://medium.com/guida-a-medium

  11. > C’e’ gente che a volte commenta […] invece che sul blog stesso,

    Sarò cinico e misantropo, ma lettori così io preferisco perderli che averli.
    Le reti sociali hanno anche la funzione di discarica virtuale.

  12. Ti ringrazio del pensiero e delle belle parole, che in ogni caso – credimi, non lo dico per falsa modestia – credo immeritate. Vuoi un segno di quanto poco io avessi a che fare con la blogosfera? A parlare della chiusura di Malvino siete stati solo in tre: tu, diciottobrumaio ed alterlucas. Altro discorso per i lettori: chiudere il blog è servito a scoprirne alcuni affezionati, che neppure sapevo esistessero, perché, pur leggendomi da anni, non avevano mai commentato un post. Tutto sommato, tuttavia, ho constatato che non sarà una gran perdita, e questo, a dispetto della vanità che inevitabilmente coltiva chi rende pubblica la propria scrittura, poco importa se per professione o a gratis, non mi dà alcun cruccio, d’altronde è per questo che ho deciso di chiudere Malvino in agosto, quando i blogger si prendono una pausa: come morire nel sonno, senza chiassose agonie, con un «ciao» invece che con un «addio». Non credo di essere riuscito a spiegare bene il perché della mia decisione, ma anche questo, tutto sommato, ha poca importanza. Se approfitto del tuo post per cercare di chiarirle meglio, è per commentare implicitamente e, come vedrai, molto indirettamente alcune tue affermazioni. In breve: la mia scrittura (sia quella pubblica, sia quella privata: la differenza tra le due sta solo in qualche garbo in più che si è imposta la prima) mi è sempre servita solo a dare ordine al flusso dei pensieri, un ordine che era ed è impartito ad essi da regole che sono state imperative fino a ieri, e che oggi hanno perso ogni autorità. Parlo della logica che informa la retta argomentazione, oggi pressoché irrilevante nel foro pubblico. Sia chiaro che non sono così stupido da ignorare che la persuasione si è sempre servita di strumenti truffaldini per la conquista del foro pubblico: dico solo che la logica oggi ha perso ogni speranza di poterli dimostrare tali per aver ragione su di essi, sicché non vale nemmeno più la pena di metterle una toga addosso e darle la parola. C’è un parallelismo (sul cui nesso casuale non starò qui a discutere) tra la crisi della democrazia, ridotta a un mero guscio formale, e l’irrilevanza degli imperativi che informavano la retorica, intesa come dominio della ragione, oggi depravata a mero esercizio di reclutamento delle coscienze: guardo alla chiusura di Malvino come alla decisione di non votare più. Non ci sono più le condizioni per un discorso pubblico, tutt’al più per la vuota ciancia imparentata all’intrattenimento e alle cieche e brute dinamiche dalle quali le masse sono agite. Forse non c’erano neppure 12 anni fa, queste consizioni, solo che oggi ne prendo piena presa d’atto. D’un tratto il blog m’appare uno sterile alibi di testimonianza, e allora preferisco affidare la mia riflessione ai taccuini che riempivo prima di postare in rete. Perché a star lì in posa di San Sebastiano, trafitto da sberleffi e minacce, mi sentivo ridicolo. Ciao, Fabristol, e attento a ciò che scrivi ché continuo a leggerti.

  13. Caro Luigi, puoi vederla anche da un altro punto di vista: siamo stati solo in 3 perché siamo rimasti solo in… 3. Come hai visto dai commenti al tuo penultimo post avevi un seguito “silenzioso”. Forse il tuo errore è stato quello di specializzarti troppo con un blog politico, una sorta di pulpito virtuale che potesse fare da surrogato di quello reale. Così, con la “crisi della democrazia” come la chiami tu, è arrivata la crisi dei blog politici.
    Dal mio punto di vista non esiste una crisi della democrazia nel 2015, la democrazia è sempre stata in crisi solo che adesso abbiamo gli strumenti per poterlo vedere. Il re è sempre stato nudo ma solo ora alcuni riescono a vederlo. E il re nudo non è un bello spettacolo da vedere, te lo posso assicurare. Meglio guardare da un’altra parte.

  14. Non mi par vero di poter leggere un ragionamento di Malvino. Ho ascoltato una volta Lucio Russo sostenere, esplicitamente a titolo speculativo, che nella Grecia antica si fosse realizzato il seguente iter di cause ed effetti: democrazia -> retorica -> logica formale. La necessità di dover “convincere” una determinata collettività di un certo fatto, con le sole proprie argomentazioni, obbligò i creatori di movimenti di pensiero ad imparare l’arte della retta argomentazione; in un secondo momento, la logica formale nacque come tentativo di estrarre le regole ineludibili del flusso di pensiero razionale dall’analisi dei passaggi efficaci presenti all’interno di quei discorsi: solo i passaggi logici inattaccabili venivano selezionati per assurgere al rango di regola.

    Come mai allora oggi la deomcrazia sembra portarci nella direzione opposta? Mi vengono in mente alcune possibili spiegazioni. La prima, che la democrazia ateniese fosse una deomcrazia d’elite: non vi era necessità di convincere davvero tutti i cittadini, ma maggiormente quelli mediamente più in grado di ricevere un certo grado di complessità nel discorso. La seconda, che la nostra deomcrazia sia appunto un “guscio formale”. Integrerei questa ipotesi con la seconda/bis: il meccanismo (il nesso tra deomcrazia e buona argomentazione) si inceppa per merito dell’azione incessante degli intermediari, vuoi perché agiscano in nome di un interesse particolare, vuoi perché ormai del tutto convinti che la retorica rionale faccia numeri e quindi soldi (ritenendosi che al fruitore costi troppa fatica accendere il cervello e quindi che egli preferisca una minestra di inchiostro all’onere di seguire una ricetta per preparare un piatto commestibile).
    Eppure ciò che la mia vita personale sta a testimoniare va nella direzione opposta: il più delle volte, quando mi trovo a parlare con persone semplici come estrazione culturale, ottengo notevole successo nel rappresentare fallacie e rette argomentazioni. In altre parole, le regole della buona retorica sembrano esserci abbastanza innate e soffrono più di ogni altra cosa del non venire espresse ed esplicitate, più che del venire in seguito scartate. La difficoltà di produrre un’argomentazione rigorosa è molto maggiore del saperla riconoscere quando presentata (il fatto che un contendente diretto non sappia ammetterlo, per motivi che hanno più a che fare con la psiche che altro, non vuol dire che non lo percepiscano gli altri ascoltatori).

    In linea con queste divagazioni prive di dimostrazione formale, io mi azzarderei a dire che un certo numero di blog costituiscano l’unico argine a questa imperante (volontaria?) tendenza degli intermediari di massa a cercare di smantellare le regole della logica e della retorica. Mi vengono in mente i vari blog antibufala o quello di Bressanini sull’alimentazione. Rivolgendomi a Malvino, gli farei in ogni caso notare che il ruolo di un blogger come lui può anche essere stato quello di tutore: se non di altri blogger, almeno di individui che nel loro quotidiano abbiano cominciato ad interrogarsi sui propri argomenti e a censurare quegli pericolanti degli altri.

    Io sono tra i blogger che non hanno commentato sulla chiusura, ma forse lo farò. Sicuramente l’ho pensato mille volte. Il problema è mio, perché lo aggiorno molto raramente: non volevo nemmeno aprirlo il blog, inizialmente, e lo feci per tutt’altri motivi che quello di creare contenuti. Ma adesso terrò conto dell’implicito rimbrotto (anche se so che era una constatazione a sostegno del ragionamento).

  15. Caro Fabri, concordo. Diciamo che parli come un libro stampato.

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