Purtroppo c’è vita

La notizia della scoperta del Sistema Trappist-1 a pochi (si fa per dire) anni luce dalla Terra ha riaperto le discussioni sulla possibilità che uno dei suoi pianeti possa ospitare la vita. E la possibilità che Marte abbia ospitato vita è ormai parte della lista quotidiana di notizie della rubrica scientifica di qualunque giornale. E però, con tutti gli esperti intervistati non ho ancora sentito nessuno che invece dica la sacrosanta verità, ovvero che se dovessimo scoprire vita su Marte o su qualsiasi altro pianeta sarebbe la fine dei nostri sogni colonizzatori su questi pianeti. Fatemelo dire chiaro e tondo: scoprire la vita su un altro pianeta non è una bella notizia per vari motivi. Il primo è che non potremmo colonizzare quei pianeti, pena la contaminazione degli esploratori e futuri coloni; la seconda è che dovremmo mettere in quarantena chiunque abbia toccato suolo alieno, pena la contaminazione della vita terrestre. Non c’è niente di romantico nello studiare vita aliena. Per gli astrobiologi si tratta di un doloroso conflitto interno: studiano e amano il loro campo di studi ma poi se mai dovessero trovarsi di fronte alla vita aliena non potrebbero studiarla direttamente se non con l’ausilio di robot o dall’orbita. Il pericolo di contaminazione è tale che se qualcuno venisse a contatto con vita aliena e volesse tornare sulla Terra l’ONU potrebbe seriamente acconsentire alla quarantena totale in orbita terrestre, che significherebbe la morte per gli sfortunati contaminati. E qualsiasi tentativo di rientro non autorizzato verrebbe giustamente considerato come una minaccia tale che l’abbattimento della navicella spaziale sarebbe giustificabile.

 

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4 commenti

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4 risposte a “Purtroppo c’è vita

  1. LorenzoC

    Quando gli Europei scoprirono le Americhe non si fecero particolari problemi per l’ecosistema locale. Pare che riportassero indietro la sifilide ma che sterminassero i locali con morbillo, vaiolo, tubercolosi.

    Comunque, la contaminazione si può aggirare con i sistemi tradizionali, interponendo tra la terra e l’esopianeta una stazione di quarantena. E’ stato fatto in maniera approssimativa (non esistendo all’epoca stazioni orbitali) con gli astronauti tornati dalla Luna.

    Sempre imparando dalla Storia, il problema più grande non è la contaminazione diretta inter-specie, cioè l’agente patogeno ma l’accidentale importazione di animali, piante, funghi, batteri, o come passeggeri clandestini di una nave (esempio i ratti con il loro ecosistema di parassiti e morbi) oppure sotto forma di uova, spore, eccetera nascosti dentro un cavallo di troia, per esempio un campione di terreno (vedi Filossera). Questo non rappresenta una minaccia diretta ma sussiste il problema della proliferazione di organismi alieni in mancanza dei fattori limitanti naturali.

  2. @lorenzoC
    “Comunque, la contaminazione si può aggirare con i sistemi tradizionali, interponendo tra la terra e l’esopianeta una stazione di quarantena. E’ stato fatto in maniera approssimativa (non esistendo all’epoca stazioni orbitali) con gli astronauti tornati dalla Luna.”

    Non credo che la quarantena sia abbastanza. Microbi terrestri resistono allo spazio siderale e a condizioni estreme (temperature e pH che potremmo pensare proibitivi per la vita). E’ possibile che la vita aliena sia altrettanto se non piu’ resistente. non conosciamo la loro biologia, non conosciamo i loro periodi e metodi di incubazione, quiescenza, letargia.

  3. LorenzoC

    La quarantena non serve per i “microbi”, serve per le persone. Il principio semplice è che se un “microbo” non attacca l’organismo umano entro un certo periodo, non lo farà mai. Dato che il corpo umano si rinnova in un certo numero di giorni, è estremamente improbabile che un patogeno rimanga “silente”.

    Per altro, si potrebbe anche sperimentare sugli animali come cavie, per esempio sui maiali o sui primati, esponendoli all’ecosistema alieno per vedere che effetto fa. Idem per l’eventuale produzione di vaccini (il termine viene dalle vacche che si ammalavano di vaiolo ma non morivano e da li si realizzò il primo vaccino).

    I “microbi” di per se stessi, cioè non come patogeni ma come esseri viventi, rientrano nella casistica che dicevo delle forme viventi invasive, come i ratti i l’insetto della filossera. Nessuno dei due attacca direttamente l’uomo ma il primo porta parassiti (i parassiti portano la peste) e il secondo attacca la vite. Un caso recente è il batterio della Xilella che dalle Americhe ha infettato gli Olivi italiani (e siccome le piante non sono state eradicate subito, adesso è endemico). Ci sono mille mila complicazioni, per esempio ci sono dei parassiti che non infettano l’uomo se non in presenza di un animale che faccia da intermediario, quindi presi di perse sono innocui ma in.combinazione con una certa catena di “vettori” sono pericolosi.

    Bisogna dire che un patogeno potrebbe anche tornare indietro da una colonia su un pianeta senza vita indigena. Una mutazione qualsiasi, dato un tempo sufficientemente lungo di isolamento della colonia, potrebbe fabbricare un patogeno per il quale non esiste immunità sulla Terra, cosi come gli Americani non avevano immunità verso le malattie europee.

    Comunque, io dico che è improbabile che, scoperto un pianeta abitabile, si decida di non colonizzarlo per non correre rischi.

  4. Per poter raggiungere un pianeta con vita aliena dobbiamo fare ancora moltissima strada nello sviluppo scientifico e tecnologico. E’ probabile che quando avremo a disposizione i mezzi per raggiungere uno di questi pianeti saremo anche in grado di controllare i fenomeni microbiologici in modo da poter prevenire i problemi di contaminazione.

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