Veli sugli occhi

Ho avuto i brividi sulla schiena quando ho visto la primo ministro della Nuova Zelanda Jacinda Ardern indossare il velo islamico in supporto alle vittime dell’attentato terroristico a Christchurch. E non per l’emozione, come molti sui social hanno detto, ma per il ribrezzo.  Mentre migliaia di neozelandesi si mettevano un velo in testa nell’altro emisfero c’erano letteralmente altre centinaia di migliaia di donne che se lo volevano togliere e venivano punite, arrestate, ostracizzate per questo. Il velo non è il simbolo dell’Islam. È il simbolo dell’umiliazione quotidiana che una parte della popolazione islamica deve subire fin dalla pubertà.

Come sia potuta venire in mente una cosa del genere dopo un attentato terroristico nel 2019? Come si è arrivati a questo punto? Come può la psiche umana arrivare a tali abissi di assurdità? Per capirlo dobbiamo tornare indietro di qualche anno e guardare alla politica americana dell’ultimo decennio. Dopo l’11 Settembre 2001 i neocon americani attaccano Afghanistan e Iraq, due paesi a prevalenza musulmani, il terrorismo islamico dilaga nel mondo e fa migliaia di vittime. I neocon americani individuano nell’Islam radicale il loro nemico. I liberal americani incominciano a muoversi in questo nuovo mondo. Devono fare opposizione, ovvio, ma la via più semplice è quella di fare l’esatto contrario dei repubblicani. Se i repubblicani sono contro l’Islam i democratici diventano i paladini dell’Islam. La metamorfosi è lenta ma progressiva. Tra le femministe vicine al partito democratico viene individuato il velo come simbolo di femminilità e di orgoglio femminile (parlano di modesty, la modestia che le donne di centinaia di anni fa avrebbero dovuto seguire in società patriarcali dominate da religioni abramitiche e assolutistiche). Pura bestemmia per i movimenti femministi degli anni 60 e 70. Nel frattempo, la metamorfosi continua. Arriva Trump e la cosa si amplifica perché ora si delineano due campi contrapposti: i sovranisti di destra che vogliono difendere l’Occidente cristiano (il loro cavallo di battaglia da secoli) e i liberal/di sinistra che si ritrovano a dover fare il contrario. Difendere l’Islam a tal punto da farne parte. A tal punto da rinnegare in Europa la divisione tra stato e chiesa. Il velo diventa un simbolo di protesta tanto da campeggiare in poster politici del Partito Democratico come simbolo progressista. Donne islamiche velate diventano campionesse di diritti delle donne per il movimento Me Too, alcune vengono elette proprio per il loro velo.

Cosa ci insegna tutto questo? Che il cervello umano è incapace di uscire fuori dalle dicotomie mentali del NOI-VOI, bianco-nero. Se una parte politica adotta un’idea l’altra deve per forza adottare l’opposto, perché il nemico del mio nemico è mio amico. Quello che però fa pensare di più è che i cavalli di battaglia di certa sinistra, come la laicità, la separazione stato-chiesa, l’avanzamento dei diritti delle donne e di altre minoranze non sono principi basilari della propria appartenenza politica ma semplicemente strumenti di lotta contro i propri avversari. Che cambiano a seconda del proprio avversario. Siamo passati dall’opposizione alla chiesa per difendere le classi operaie (ve lo ricordate l’oppio dei popoli?) all’opposizione all’occidente per difendere l’Islam. Chiunque commenti contro l’Islam come struttura ideologica, come strumento di oppressione delle masse e delle minoranze viene additato a islamofobo, xenofobo e razzista. La classe operaia si è trasmutata nell’Islam. Dalla falce al martello al velo islamico. Dal pugno alzato all’indice alzato urlando Allah Akhbar. Dall’anticlericalesimo al filosalafismo. Gli islamici diventano una minoranza da difendere (nonostante siano tanti quanto i cristiani e siano maggioranza in molti paesi: maggioranza che opprime le minoranze), sono una razza da difendere (ormai si usa il termine razzista al posto di islamofobo, un modo per zittire l’avversario su un tema tabù come la razza), l’Islam una religione oppressa e fiera, simbolo di “libertà” perché molti territori in cui è presente furono colonizzati (terzomondismo e antioccidentalismo riciclati in un contesto religioso).

Di tutte queste ginnastiche mentali, istinti primordiali e veri e propri problemi psichiatrici le sinistre mondiali non si rendono conto ovviamente. Lo chiamano progresso, la chiamano lotta contro i bianchi oppressori, contro il nazifascismo in crescita in Occidente. Ma non si rendono conto che si può e si deve essere contro gli oppressori e il nazifascismo senza ripudiare le lotte che sono state combattute per secoli contro l’opprimente religione, l’oppio dei popoli e strumento dei potenti usato contro le minoranze. Ma nel 2019 forse sto parlando al vento…

 

 

2 commenti

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2 risposte a “Veli sugli occhi

  1. Kirbmarc

    Commento che approvo al 100%.

    Il tribalismo funziona anche per la sinistra liberal purtroppo, solo che la tribù nemica per i liberal non è lo straniero ma la destra, e quindi tutto ciò che il nemico odia diventa qualcosa da difendere.

    I principi coerenti sono roba per i liberi pensatori, per chi non fa parte di gruppi o associazioni.

    Spero che una volta che Trump se ne andrà si abbasseranno i toni. Ma non ci conto molto.

  2. m

    Questo mi ricorda quando gli ebrei si offendono se critichi Israele e gridano all’antisemitismo e ti dicono pure che sei nazista. E allora se dici che opprimono i palestinesi, ma precisi che sei anche contro l’integralismo religioso di tanti musulmani, altri ti saltano addosso e ti spiegano che in realtà ce l’hai con gli arabi perché sei razzista.
    Dura la vita degli atei.

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