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Cargo (2009) – recensione (e proposta per il nome di un nuovo genere)

Cargo è un film di fantascienza di produzione svizzera in lingua tedesca del 2009. Questo sci-fi thriller in salsa elvetica è sicuramente una delle novità più interessanti del cinema indipendente degli ultimi anni. Per prima cosa è sorprendente che un piccolo paese, con così poca esperienza cinematografica (soprattutto fantascientifica), abbia potuto produrre un film di così alta qualità. Significa che le buone idee sommate al talento possono ancora creare opere da fare invidia ai film hollywoodiani dai budget milionari. Secondo, ci troviamo di fronte ad un ottimo film, una buona sceneggiatura e regia e con degli attori talentuosi. Cargo però ha un difetto più generale: è forse troppo di nicchia, raggiunge solo il target degli appassionati e difficilmente potrebbe appassionare un pubblico di cinema generico. Ma questo è il prezzo che spesso bisogna pagare per avere un film di qualità.

Incomincio coi difetti. Cargo è lento, ha suspense che cresce esponenzialmente ma senza eccitare troppo gli animi. Ha delle buone scene thriller (nel senso originale del termine to thrill, che fa venire i brividi) ma in certe parti cala di tono. Il finale non convince abbastanza e la scelta di uno dei protagonisti è veramente incomprensibile.

I pregi però, a mio parere, surclassano i difetti. Cargo ha una grafica veramente eccezionale. La città-stazione orbitante sulla Terra rimarrà nella storia del cinema di fantascienza, con i palazzi che crescono nella superficie interna  dei suoi anelli rotanti. Gli interni della nave sono costruiti artigianalmente con poca o nulla CGI, come ai vecchi tempi di Alien. Ricordiamoci che questo è un film di hard sci-fi (per i non addetti trattasi di fantascienza caratterizzata da una enfasi sui dettagli scientifici e tecnici che danno un taglio di accuratezza e realismo). Nello spazio non ci sono suoni; le comunicazioni arrivano dopo anni tra una stazione spaziale e l’altra; le navi impiegano anni e anni per raggiungere le destinazioni.

La storia in breve (ma senza spoilerare) racconta di una Terra inospitale e di una umanità derelitta che cerca di scappare verso un nuovo pianeta appena terraformato, ovvero Rhea. Nel frattempo una organizzazione terroristica sta seminando il panico nelle stazioni orbitali con azioni di sabotaggio. La storia si focalizza su Laura Portmann, un medico di bordo che vuole guadagnare abbastanza soldi per andare su Rhea per ricongiungersi con la sorella. Si imbarca in un cargo merci, la Kassandra, che ha come destinazione la stazione 42. Ma, mentre è il suo turno di “stare sveglia” mentre tutti gli altri sono in criostasi, qualcosa succede nel cargo. Misteriosi suoni, omicidi inspiegabili e soprattutto il misterioso carico di merci che la Kassandra sta portando alla stazione. Non si può dire altro purtroppo perché si rovinerebbe il film.

La pellicola merita un 7 a causa di un giusto bilanciamento tra pro e contro. Ma l’importante è averci provato, l’importante è mostrare che l’Europa può fare molto anche senza budget milionari o attori superfamosi.

E’ ormai da qualche tempo che il cinema di fantascienza non hollywoodiano sta producendo pellicole di ottimo livello. Il britannico Moon (2009) ci ha spiazzato per la genialità del suo script e l’interpretazione di Sam Rockwell.

L’horror-sci-fi tedesco Pandorum fu una piacevole sorpresa l’anno scorso e questo nuovo Cargo supera l’esame per la buona tecnica, le idee e gli attori. Quello che impressiona è la straordinaria vicinanza di temi, tecnica e trama di questi tre film europei: thriller o horror, claustrofobici, hard sci-fi, esistenzialisti, nichilisti, lontani anni luce dalla (in)sensibilità hollywoodiana.

Questi tre film hanno così tante caratteristiche in comune da farmi azzardare la nascita di un nuovo filone che chiamerei new european hard sci-fi thriller. Ehi critici internazionali, ho coniato un nuovo filone di fantascienza cinematografica! Ricordatevelo quando scriverete sul Meneghetti! 😀


Per comprare Cargo potete andare qui.

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Alice in wonderland in quattro parole

Brutto ma proprio brutto.

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Solomon Kane e Predators

Ho scritto una recensione (la mia prima recensione di un film su un sito diverso dal mio) sul nuovo film Solomon Kane, tratto dai racconti di Robert Howard (il nome Conan il barbaro vi ricorda qualcosa?) su Fantasy Magazine.

E alcune notizie con un succoso trailer del nuovo capitolo della saga Predator (no, Alien vs Predator e AVP2 non fanno parte della saga ufficiale, tranquilli) su Fantascienza.com. Dalle sparute notizie quesot nuovo film promette molto bene.

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The daybreakers – recensione

A scanso di equivoci diciamo fin dall’inizio che questo film sui vampiri non fa parte di quel nuovo filone romantico à la Twilight, New Moon o True Blood che sta andando tanto di moda in questi anni. Nessuna storia d’amore tra giovani vampiri, nessuna fanciulla desnuda. The daybreakers non ha quindi un target adolescenziale e possiamo ascriverlo ad un genere fantascientifico-horror con alcune parti decisamente splatter e gory che non dispiaceranno al palato di alcuni cultori del genere. La storia è ambientata nel vicino 2019 dopo che un misterioso virus epidemico che tramuta in vampiri ha contagiato il 95% della popolazione mondiale. Il contagio avviene tramite morso ovviamente e molti umani si “fanno contagiare” volontariamente per sfuggire alla morte: il virus vampiresco dà infatti l’immortalità. Il resto degli umani che ha deciso di non diventare vampiri viene utilizzato come fonte di sangue nelle “blood farms” (letteralmente fattorie del sangue). Edward Dalton interpretato da Ethan Hawke, lavora proprio nella più grande compagnia che produce sangue come capo ematologo. Il suo compito è trovare un sostituto artificiale al sangue “munto” dagli umani, perché questi ultimi stanno scomparendo, le scorte mondiali stanno finendo e il mondo dei vampiri sta andando in crisi. La penuria di sangue poi, trasforma i civili e pacifici cittadini  vampiri in bestie semi-intelligenti assettate di sangue, incapaci di vivere in una società organizzata. Infatti la società dei vampiri descritta nel film è del tutto simile a quella umana a parte che vive di notte (la luce solare li uccide) e si nutre esclusivamente di sangue umano. Questo rende sicuramente il film affascinante e lo differenzia rispetto ad altri tentativi di descrivere una società vampiresca che soppianta l’umanità. Vedi alla voce Io sono leggenda di Matheson. Dopo una dettagliata descrizione della società vampiresca il film si sposta sulla tematica centrale: utilizzare gli esseri umani come vacche da mungere è etico? Edward ha dei dubbi e viene contattato da alcuni umani, tra i pochi sopravvissuti al contagio e alla schiavitù del sangue. Esiste una cura per tornare umani e loro la conoscono. Ma tutto si scontra con l’aggressività di Charles Bromley (intepretato da un malvagio Sam Neill) capo della più grande multinazionale del sangue dove Edward lavorava, che farà di tutto per evitare di far conoscere la cura. The daybreakers in definitiva è un buon film che riprende tematiche vecchie ma in un contesto originale, amalgamando atmosfere futuristiche a tematiche vampiresche. E’ solo per un caso sfortunato che venga proiettato dopo il successo di Twilight, e questo influirà forse negativamente sul pubblico a causa di un’indigestione di pellicole vampiresche, ma come ci ricorda lo stesso Hawke lui firmò nel 2007 e lo script fu completato nel lontano 2004, ben prima che uscisse il tormentone Twilight. Il cast è di eccellente livello e oltre ai già citati Hawke e Neill ricordiamo un ottimo Willem Dafoe. La presenza poi di pochissimi effetti speciali in CGI, preferendo il classico make-up e ottime scenografie naturali, rende il film convincente e iperrealistico. Venendo al plot la storia incomincia molto bene e scorre lentamente (difficilmente annoverabile ad un classico film d’azione visti i tempi e la tensione dettata dalle tematiche) ma senza annoiare; ma non possiamo però non rimanere delusi da un finale sotto tono, di certo non al livello dei primi 3/4 del film. Un finale tra l’altro che si lascia andare ad uno splatter eccessivo non in linea col resto del film. Da aggiungere anche l’ambiguità di scelte della natura vampiresca. Per tutto il film la vampirizzazione viene spiegata in termini razionali come data da un virus e si respira un’aria di plausibilità scientifica difficilmente riscontrabile in altre pellicole vampiresche, ma da metà del film in poi i vampiri esplodono se trafitti da paletti sul cuore scomparendo nell’aria, senza contare il cliché dell’impossibilità di vedersi allo specchio.

E’ un peccato perché The daybreakers sarebbe potuto diventare un ottimo film intelligente di fantascienza con tematiche horror che non strizza un occhio alle tempeste ormonali dei teenager, ma fallisce nel portare avanti un lavoro completo e coerente.

Un buon lavoro per i fratelli australiani Spierig (che si cimentarono con il precedente horror Undead) ma hanno ancora molta strada da fare. Li seguiremo da vicino.

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Avatar – Recensione

Ho visto Avatar 3D in anteprima il 17 Dicembre, circa 15 ore prima che lo proiettassero nelle sale del New England statunitensi. E circa 30 giorni prima dell’uscita nelle sale italiane. Non nego di essere stato eccitato come un bambino la prima volta al cinema. Un film atteso, attesissimo, 15 anni di lavoro certosino e di annunci e preview centellinate negli anni da uno dei registi più acclamati degli ultimi anni, James Cameron.

Come sono uscito dal cinema? Soddisfatto, felice ma non completamente e razionalmente convinto di quello che avevo visto. Se dovessi descrivere Avatar con due parole: eccezionale ma banale.

Incominciamo col banale. Avatar ha una trama semplice e lineare (e questo non guasta soprattutto negli ultimi tempi dove Hollywood si è buttata in film cervellotici che non dicono niente se non il caos che vogliono trasmettere), ma è banalissima. Un soldato occidentale vive tra gli indigeni di una tribù primitiva. Si innamora della nativa principessa, si divide tra la fedeltà alla sua vecchia civiltà e alla nuova che lo ha accolto, alla fine decide di stare con gli indigeni e combatte contro i cattivoni occidentali che vogliono distruggere la loro civiltà primordiale. Quanti ne abbiamo visto di film così? Balla coi lupi, Pocahontas, L’ultimo samurai per nominarne solo tre. (e in un certo senso perfino Dune). Ecco, Avatar è un Balla coi lupi fantascientifico, niente di più, niente di meno. Ma non solo la trama è banale, è perfino scontata. Sappiamo fin dal principio come andrà a finire, sappiamo cosa accadrà, chi vincerà, chi perderà. Non esiste un elemento sorpresa. Il film va da A a B senza problemi. Ripeto, la semplicità non è un fattore negativo e alla fine il film scorre piacevolmente però ci saremmo aspettati qualcosa di più complesso da uno script durato 15 anni.

Ecco un altro elemento che fa pensare: 15 anni sono giustificabili per questo film? O Cameron è molto lento o ha avuto problemi finanziari. Gli effetti speciali è vero sono molto curati e con milioni di dettagli, ma niente di particolare dal punto di vista qualitativo se confrontato per esempio con un low-budget film come District 9. Si vede ancora che gli alieni e gli animali sono fatti al computer. Mmm non so, forse se non avessi visto District 9 quest’anno avrei urlato al miracolo per gli effetti di Avatar. Chissà. Sta di fatto che un programmatore di videogiochi oggi riesce a dare un prodotto qualitativamente migliore e in minor tempo. Forse è arrivato il momento di scritturare i programmatori di videogiochi come registi.

Davvero, non capisco dov’è la rivoluzione tecnologica e storica di Avatar rispetto al nostro presente cinematografico e videoludico. Ho visto il film proiettato in 3D ma, a parte qualche dettaglio qua e là non si nota nessuna tridimensionalità. Invece i trailer dei film prima di Avatar erano veramente 3D e più volte sono saltato sulla sedia perché mi sembrava che gli oggetti mi arrivassero addosso. Ma se la Pixar riesce a fare i film 3D in modo efficace da anni cos’ha Avatar di tanto speciale? Mi verrete a dire allora che questo film è stato fatto solo per l’IMAX, cioè per un mercato mondiale dello 0.0005% della popolazione?

Veniamo alla eccezionalità. Avatar è imperdibile, è un must sia per gli amanti della fantascienza che per i “turisti della fantascienza” (insomma anche per quelli che “Star Wars è quello dove c’è il tipo con le orecchie a punta, vero?”). Avatar è eccezionale (nel senso letterale del termine: è un’eccezione nel panorama cinematografico odierno) per due motivi fondamenteli: la cura maniacale per i dettagli e il giusto bilanciamento tra scene d’azione e pause di riflessione. Ci sono dei momenti in cui lo spettatore è costretto a riflettere, fare una pausa tra un’azione e l’altra e rimanere a bocca aperta di fronte alle meraviglie del pianeta Pandora. I dettagli sono maniacali e molto realistici (ad un livello simile a quello di un videogioco moderno). Si rimane colpiti dalla descrizione della biologia aliena del pianeta: veramente impressionante la carrellata di specie animali e vegetali descritte, come in un documentario. Ma proprio in questo eccesso di zelo nei dettagli si nasconde l’insidia più grande per Avatar. La popolazione indigena di Pandora, i Na’vì, sono umanoidi in tutto e per tutto simili agli uomini. E tutto questo stona col resto della biologia del pianeta. Su Pandora vedrete che tutte le creature condividono l’esapodia, la fotoluminescenza, la presenza di antenne, e spesso la presenza di due paia di occhi, di narici pettorali o nel collo. Ebbene i Na’vì sono semplicemente degli Homo sapiens blu. Sono degli alieni nel loro pianeta natio. Le femmine hanno persino i seni e la protagonista principale, intepretata sa Zoe Saldana, è una bellissima aliena. Insomma mi ricorda un po’ le tavole di Frazetta degli anni ’50 quando i film o i romanzi di fantascienza ambientati in pianeti esotici finivano sempre per essere una scusa per mostrarci donne aliene in vesti succinte.

Il film dura molto ma non fa pesare lo spettatore. Anzi, si vorrebbe sapere di più dalla trama che spesso lascia volutamente qualche buco.

Io credo che il problema di Avatar sia che è un film con idee vecchie fatto uscire nel momento sbagliato. Uno script che 15 anni fa si riallacciava ad un filone in voga come quello degli eroi noglobal un po’ new age che combattono contro i dominatori cattivi: Balla coi lupi, Pocahontas, Braveheart , L’ultimo samurai e via dicendo. Un filone morto trito e ritrito. Non solo ma mentre Cameron si scervellava a trovare soluzioni tecnologiche innovative i ragazzini di 12 anni stavano già giocando a capolavori di grafica e storia come Bioshock, Fallout 3 o Dead Space. Insomma un film uscito al momento sbagliato a causa del perfezionismo e dell’amore per il dettaglio del regista. Ma i tempi sono cambiati: il mercato è veloce e il pubblico si assuefà alle novità in maniera incredibile.

Il cast è ottimo: una sempre brava Sigourney Weaver, un ottimo Sam Worthington e un fantastico Stephen Lang nei panni del cattivo generale. Quando uscirà in Italia andate sicuramente a vederlo. E’ imperdibile, ma vi prego non andate a dire che è il più bel film dell’anno o che marca un’altra tappa della storia del cinema moderno.

Nota: se volete comprare il DVD o il Blu-ray potete andare qui.

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Pandorum- recensione

Pandorum è un horror-fantascientifico appena uscito nei cinema e diretto da un regista tedesco, tale Christian Alvart. Il titolo potrebbe innescare risate incontrollabili in Italia, soprattutto nel periodo natalizio, quindi mi aspetto un titolo inventato che non c’entra niente oppure un titolo spoiler (Non ho ancora capito se questo film è uscito in Italia oppure no. E se non è uscito quando uscirà? Misteri della distribuzione italiana. Vedi anche qua.) Ma veniamo al dunque.

Una delle cose positive quando qualcuno ti parla male di un film è che le tue aspettative sono basse e te lo godi molto di più. Sono state dette varie cose su questo film, positive e negative, forse più negative, soprattutto oltreoceano. Questa volta però non riesco davvero a capire dove le critiche negative vogliano andare a parare. Si dice che questo film prenda a piene mani da Alien, Event Horizon e Dead Space, ed è vero. Ma è sempre un fatto negativo rifarsi a film seminali quando si gira un film? E soprattutto, si sarebbe potuto fare altrimenti? Voglio dire, Alien ha già detto tutto sull’horror-fantascientifico ambientato nello spazio. Non si può non fare i conti con Alien quando ci troviamo di fronte ad un incubo nello spazio. Così come Alien non poteva fare a meno di rifarsi a Lovecraft (oddio davvero esistono pellicole o libri fantascientifici che non possono fare a meno dei padri fondatori del proprio genere?). Non solo ma è anche una questione basilare: la nave spaziale ha quegli spazi angusti, ha quei problemi (motori, ibernazione, traiettorie, equipaggio ecc.), lo spazio tra le stelle non può essere rappresentato in modo diverso. Insomma gli elementi sono pochi e sono sempre gli stessi. E il fatto che li abbia usati Alien non significa che altri non lo possano fare in futuro.

Detto questo, il film parla di un risveglio dall’ipersonno di un paio di membri dell’equipaggio della Esylium, una nave colonica diretta verso un nuovo pianeta. A causa del sonno durato più di 900 anni i loro ricordi affiorano lentamente e i protagonisti riescono a ricostruire la storia lungo tutto il film. Una sorta di viaggio interiore fino al gran finale dove tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto. Ma ora veniamo all’incubo: qualcosa è successo durante la traversata dello spazio. Delle creature antropomorfe si aggirano per la nave uccidendo e mangiando i membri dell’equipaggio che mano a mano si risvegliano dall’ipersonno. I protagonisti devono fuggire dalla morte e allo stesso tempo ritrovare le chiavi del loro passato.

Ci sono alcune ingenuità e alcuni cliché, ma nel complesso il film è strutturato bene, è credibile e sta molte spanne al di sopra di qualsiasi film medio hollywoodiano. Si sente e si vede che c’è un regista europeo dietro la cinepresa: non ci sono esplosioni né scene di sesso infatti. E’ un film horror-fantascientifico godibile e soprattutto senza pretese. Una nota particolare è rivolta alle ambientazioni veramente eccezionali. Un lavoro certosino di artigiani e artisti che hanno concepito centinaia di metri quadri di interni senza alcun uso di CGI. Ambientazioni che non si vedevano dai tempi di Alien (appunto). E ben vengano film che sappiano risuscitare quelle atmosfere claustrofobiche, quei ritmi serrati, quei momenti di silenzio che abbiamo perso negli ultimi anni con usi massicci di CGI, esplosioni e macho-men.

Un consiglio: leggetevi tutte le recensioni negative, guardatevelo con spirito costruttivo e lasciatevi trasportare dentro l’incubo. Non ne rimarrete delusi.

 

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District 9 -recensione

District9_000Il film l’ho visto circa 3 settimane fa. Vediamo di fare mente locale. Diciamo che è un bene che si scriva una recensione dopo alcune settimane. La percezione è maturata e il giudizio è meno emotivo. A dire il vero a tre settimane di distanza i ricordi sono ancora vividi, e posso dire con estrema certezza che l’esperienza che ho avuto è stata shockante. Ecco, ho avuto uno shock. District 9 ti teletrasporta dentro lo schermo, tra le slums di Johannesburg e ti agita lo stomaco. Guts shaker. E’ un film che soddisfa il sistema nervoso centrale e allo stesso tempo solletica le viscere. L’intuizione del film non è nuovissima ma nella marea di pellicole fantascientifiche tutte uguali odierne è una perla nel fango. Neill Blomkamp (autore di corti e videoclips) è bravissimo a dosare varie tecniche cinematografiche: dallo stile documentarista-giornalista alla telecamera a la “Blair witch project” fino alla classica ripresa cinematografica. E’ un film girato in più fasi distinte, e guardarlo è come aprire un pacco a più strati: non sai mai cosa trovi nel prossimo strato. Il climax crescente è calibrato ottimamente e si arriva soddisfatti ad un ottimo finale. Un film non facile da produrre, ma soprattutto non adatto ad un pubblico medio americano. La storia è infatti ambientata in Sud Africa, non ci sono attori famosi e non ci sono gnocche, il personaggio principale non è macho e pare un perdente fin dall’inizio. Peter Jackson ha voluto scommettere per un prodotto di nicchia ma che poi si è rivelato uno dei migliori titoli di questo 2009, in termini di incassi. Non ci si può lamentare quindi.Immag177

Della trama dico solo (è uno di quei film in cui è meglio non sapere niente) che si tratta di uno sbarco alieno in Sud Africa andato male. Gli alieni vengono mantenuti in ghetti (o slums) e vengono perseguitati e maltrattati dagli umani. La traccia politica è che i neri che hanno sofferto l’apartheid trattano gli alieni allo stesso modo dei bianchi decenni prima.

Una nota sugli effetti speciali: non ho mai visto effetti da computer grafica così perfettamente integrati come in questo film. Sono veramente incredibili.

District 9 è il film più riuscito dell’anno? La mia opinione è sì. Geniale, eccentrico, fuori dall’ordinario, un must see dell’anno. Volete la solita noiosa nota sulla traduzione? Eccovela qua: come cacchio faranno i traduttori a rendere in italiano l’afrikaans e il clicking language degli Zulù è un mistero.

P.S.

La seconda foto l’ho scattata a Londra che in quel periodo era tappezzata di cartelli pubblicitari di District 9 nello stesso stile.

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The city and the city- China Miéville

city-and-the-city-fcHo scritto una piccola recensione sul nuovo romanzo di China Miéville, non ancora uscito in Italia, su Fantasy Magazine. China è sicuramente uno dei miei autori preferiti anche se quest’ultima sua opera ha delle pecche. China è uno di quegli autori che è un piacere leggere al di là della trama del libro che spesso può essere secondaria. Ha una prosa eccezionale e in poche righe può passare da uno stile barocco ad uno diretto. Lo consiglio anche a tutti quelli che vogliono cimentarsi con un inglese più ricercato.

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Inglourious basterds – recensione

Inglourious_Basterds_posterChe meraviglia. Che goduria per gli occhi, le orecchie ma soprattutto per il cervello. Una perla in un mare di mediocrità creativa. Merito di Tarantino ovviamente, e della piccola e poco conosciuta casa di produzione Weinstein Company. Solo un genio come Tarantino e una major minore potevano sfornare un film che diventerà ben presto un classico della cinematografia moderna. Ho parlato di genio? Sì. Tranquilli, non sono un fanatico di Pulp Fiction o di Kill Bill, anche se li ho apprezzati, quindi non posso essere tacciato di partigianeria. Tarantino rompe le regole del cinema americano pur rimanendo saldamente attaccato ai suoi binari come sempre. Ma nel caso di Inglourious basterds ci troviamo di fronte ad un film ambientato in Europa, con attori europei, storie europee, lingue europee che probabilmente non sarebbe piaciuto al pubblico americano. Alla Weinstein Company hanno tirato però un sospiro di sollievo perché il film ha sfondato nel primo weekend di proiezione. Hanno vinto insieme a Tarantino una scommessa non facile.

La storia parla di un gruppo di ebreo-americani arruolati in una brigata nonI B Teaser 1-Sht. ufficiale il cui compito è di infiltrarsi in Europa e uccidere il maggior numero di nazisti possibile. Metodi non ortodossi, al di fuori delle regole di guerra e delle leggi marziali e armi non convenzionali come mazze da baseball hanno il loro effetto. La fama li precede e i nazisti tremano al solo sentirli nominare. Lo stesso Hitler, alle cui orecchie è arrivata la fama della Jew Brigade, focalizza le sue risorse sulla caccia a questi evanescenti “basterds”.

Non è facile rivisitare la seconda guerra mondiale e parlare di ebrei senza fare i conti con Olocausto, deportazioni e lager. In questo senso Tarantino ha rotto un tabù lungo 50 anni. Gli ebrei possono essere vendicativi e cattivi tanto quanto i nazisti e la cosa più incredibile è che si può ridere di questo. Una pungente ironia pervade l’intero film soprattutto nelle scene più cruente o splatter.

Il cast è prevalentemente europeo, misconosciuto ma proprio per questo eccezionale.

Un Brad Pitt, come suo solito bravissimo, nei panni di un ufficiale americano dall’accento e dai modi esageratamente del sud. Spiace di deludere ma il protagonista principale è Christoph Waltz, attore austriaco premiato a Cannes come miglior attore maschile. Waltz è un ufficiale delle SS perfetto. Il suo viso passa dall’ironia alla malvagità in un batter d’occhio, ma non ci troviamo di fronte al solito malvagio stereotipato dei film. Il suo personaggio è complesso e ci riserverà molte sorprese. Va un applauso a questo Waltz che recita con arte e passione, che parla fluentemente (nel film) francese, inglese, italiano e la sua lingua madre il tedesco. Diane Kruger e Mélanie Laurent bravissime, nei panni la prima di un’attrice tedesca votata alla resistenza, la seconda di un’ebrea francese sfuggita al massacro della sua famiglia.

Un film dalle ambientazioni e dall’afflato europei impossibile da produrre in Europa. Bravo Tarantino, continua a stupirci e a rompere le regole.

P.S.

Le solite note sul doppiaggio. Inglourious Basterds è praticamente impossibile da doppiare a meno che non lo si rovini. Più della metà del film è in tedesco e francese sottotitolati. E il film gioca proprio su questo: sulla differenza di lingua e sul piacere di ascoltare diverse lingue. Un piacere incomprensibile ad un italiano medio. Voglio proprio vedere chi sceglieranno per doppiare Waltz quando incomincerà a parlare in italiano!  E quale doppiatore saprà parlare fluentemente tedesco, inglese e francese? E come renderanno la voce di Brad Pitt quando ad un certo punto del film parlerà in italiano. Ho il sospetto che si inventeranno qualche cazzata, tipo che l’italiano diventerà spagnolo o forse inseriranno qualche regionalismo tipo siciliano.

Incredibilmente il titolo italiano è rimasto fedele all’originale, pur avendo un sottotitolo inutile in italiano, ma con un dettaglio non trascurabile. In Italia il film verrà conosciuto come Inglorious bastards e non basterds. Motivazioni? Sconosciute se non la volontà di storpiare qualsiasi cosa, solo per il gusto di farlo. Tarantino ha scelto quella “e” per differenziarlo dall’originale distrbuzione americana del filmQuel maledetto treno blindato di Enzo Castellari, da cui ha tratto idee e spunti per il film.

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Terminator Salvation – recensione

terminator4Volete sapere come rovinare un film con una buona trama, un ottimo budget e tanta azione? Basta mettere nel cast Christian Bale e il gioco è fatto. Bale è un po’ come Pippo Baudo o Mastella: tutti li odiano, non hanno alcuna qualità, sono veramente antipatici ma continuano ad avere parti da protagonista. Misteri. Bale ha una sola espressione (quella della foto), ha grossi problemi alle corde vocali (Armstrong in confronto raggiunge acuti da usignolo), ha la sindrome Rockyana alla “Adriaaanaaaa!”, ha la faccia da sborone, ma così sborone che in confronto Corona sembra il Teletubbies gay.

Il film, nonostante Bale, è molto interessante. La trama prima di tutto ha dei buoni colpi di scena anche se poi tutto viene rovinato nel finale. Sembra che il film si risolva negli ultimi 5 minuti, come se non avessero avuto tempo o denaro per spiegare punto per punto. La tensione rimane sempre alta, come è tipico dei film del 2000. Nessuna pausa di riflessione, il cuore all’uscita vi batte a mille. Avete assistito alle montagne russe, non ad un film. O tempora o mores.TerminatorSalvation_BaleCloseup-thumb-550x279-12676

Il film ha due parti in due differenti locations: una dark notturna ed una solare diurna. La parte migliore del film è quella alla luce del sole, in un set alla Mad Max con inseguimenti e scene veramente spettacolari.

Diciamoci la verità: ci siamo rotti gli zebedei di questi film a tinte dark, finto-gotici, con colori falsi alla Matrix dove a malapena si vedono i visi dei protagonisti.

Le parti diurne e solari sono quelle con il vero protagonista del film: Sam Worthington. Una nuova stella di Hollywood che vedremo nei prossimi Avatar e Clash of the titans (re-make). Molto bravo, molto bello ma sopratutto con un personaggio accattivante e non scontato che eclissa completamente quello che sarebbe dovuto essere il vero protagonista, John Connor (Bale appunto). Mi ricorda The Dark Knight, dove il vero protagonista è il Joker e non Batman. Bale riesce a cambiare trama ai film, o forse idee ai registi dopo che vedono che scarsità di attore si ritrovano a gestire.

Il film ha anche delle novità dal punto di vista delle fotografia (la scena dell’elicottero) e degli effetti speciali (robot così perfetti non si erano mai visti neppure in Star Wars) e in questi termini può essere definito seminale. Poi pur avendo un canone hollywoodiano (la bona inutile, il nero inutile ecc.) se ne distacca per alcuni colpi di scena decisamente non lineari per i gusti del pubblico demente americano.

Consiglio a tutti di vederlo, soprattutto se siete appassionati della saga di Terminator. Ignorate Bale, inutile per la trama del film. Concentratevi su Markus e il gioco è fatto. Buona visione.

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