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Lo scandaloso stato di abbandono del Museo Archeologico di Cagliari

0081887975567Quando uno dei relatori di una recente conferenza sui giganti di Mont’e Prama a Cagliari (sui giganti ne parlerò più estensivamente nei prossimi giorni) ha raccontato di un episodio in cui un non sardo si meravigliava dell’esistenza della cultura nuragica la platea ha mugugnato in segno di indignazione. Quante volte ho visto l’indignazione sul viso del sardo che con quella smorfia bacchetta il resto del mondo per l’ignoranza sul periodo nuragico. Come può la gente non sapere dell’isola delle 7000 torri di pietra? Come può la storiografia far finta che qui in questa terra in mezzo al Mediterraneo un popolo “fiero e combattivo” viveva e costruiva una civiltà ben 700 anni prima della fondazione di Roma? Un complotto ordito dal continente, evidentemente. Forse io in quella platea sono stato l’unico a non essermi sorpreso. Al contrario tra me e me mi chiedevo come una persona che viene fuori dalla Sardegna (e non sa neppure che esista nelle cartine geografiche) possa sapere della civiltà nuragica. Come si può infatti pretendere che un “continentale” sappia cose che neppure il sardo conosce? Nessuno in quella sala (a parte l’archeologo, ma avrei i miei dubbi anche su questo) avrebbe saputo rispondere correttamente a domande basilari che riguardano il periodo storico in cui la civiltà nuragica si sviluppò, il rapporto con gli altri popoli del Meditarraneo o le divinità che veneravano (giusto per menzionare quelle più facili). In un’isola di opposti estremismi come la Sardegna l’ignoranza del proprio posto nella storia è la norma. Il sardo non sa nulla di se stesso, della sua lingua, della sua cultura. Li adotta e ne va fiero per motivi nazionalistici ma non ne capisce appieno l’importanza e il perché. Il sardo avrebbe potuto ereditare tratti somatici balcanici, parlare una lingua turkmena, adorare divinità indù ma questo non avrebbe fatto alcuna differenza. Li avrebbe adottati comunque senza capire il perché di quel mix così inusuale in mezzo al Mediterraneo. Come ci si può stupire allora dello straniero che non conosce la storia della Sardegna?

Mi dovete scusare per il lungo preambolo “antropologico”, se mi passate il termine, ma mi serviva per introdurre emotivamente (e per caricare il sottoscritto emotivamente) un tema, ahimè, serissimo: il vergognoso stato dell’archeologia isolana, dei suoi musei e delle esibizioni museali. Lo scandalo in particolare riguarda il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Scandaloso perché? Perché dovrebbe essere un gioiello museale da far invidia al mondo per le sue ricchezze e i suoi manufatti ma si trova in condizioni disastrate complice l’indifferenza del mondo accademico isolano e nazionale, la stampa e la politica. Non mi aspetto che un politico o un giornalista riescano a cogliere i problemi della sfera prettamente archeologica ma almeno si rendano conto delle mancanze organizzative. I problemi infatti sono due: il primo riguarda la struttura stessa e i (non) servizi erogati; il secondo le scelte espositive, le imprecisioni e l’anacronismo delle esposizioni soprattutto dopo alcune recenti scoperte. Le due problematiche non sono poi così slegate tra loro visto che sono sintomo di una generale ignoranza di chi prende le decisioni dall’alto in enti pubblici. Un’ignoranza collegata al preambolo di prima, ovvero il sardo non ha alcuna idea di cosa ha a che fare quando si trova in mano la sua storia anche sotto forma di manufatti archeologici.

montiPrama-307019261Primo, struttura e servizi: dopo anni di onorato servizio in uno dei palazzi storici più belli di Castello (ora in rovina e abbandonato) il museo archeologico fu spostato all’interno dell’ex-Regio Arsenale per costituire insieme al MAS e alla Pinacoteca [*] un polo museale unico. Una bella idea non c’è dubbio, ma progettata malissimo. Il Museo archeologico infatti è incastonato tra le mura del bastione nord e si dipana tra scale, scalette tra mille piani, sottopiani e mezzanine che rendono il percorso… impercorribile. Infatti non esiste un inizio e una fine obbligatori ma un labirinto senza senso che forza il visitatore a continui giri su stesso, retromarce e dubbi. I visitatori non sanno dove andare, si chiedono “siamo già passati qui?”, “Ah, questo non l’avevo ancora visto!”. Perfino il sottoscritto che l’ha visitato più volte ha dovuto scervellarsi per trovare le sale e i manufatti che gli interessavano.

Sfortunatamente da questo punto di vista si può fare ben poco anche se una riorganizzazione interna delle sale e degli accessi più logica potrebbe aiutare. Vediamo i (non) servizi. Arriviamo alla biglietteria e un anziano custode che parlava solo italiano ci informa che non esiste una guida (questa infatti deve essere prenotata per gruppi grandi). Questo nonostante sia stata appena allestita una delle mostre archeologiche più attese del decennio a Cagliari e di importanza internazionale: i giganti di Mont’e Prama. Al piccolo ma efficiente museo di Cabras, che ospita metà dei 38 giganti, la guida c’era e il percorso era ottimo e ben organizzato. Vabbé, farò io da guida ai miei ospiti visto che mi appassiona la storia fenicia e quella nuragica. Da qui in poi non abbiamo visto un solo addetto del museo. Nessuno, neppure i soliti guardiani annoiati che si leggono il giornale agli angoli delle sale. Chiunque avrebbe potuto rubare, pasticciare, vandalizzare i manufatti senza che alcuno se ne fosse accorto. Io di telecamere e di sistemi di sicurezza non ne ho visto (ma mi potrei sbagliare).

L’inglese, questa lingua sconosciuta, è inesistente. Non una singola targa è stata tradotta e non esistono descrizioni in lingue diversa da quella italiana. Tutta roba scritta negli anni 80 e inizio anni 90 (lo capisci dal font e dal colorito giallastro) in linguaggio supertecnico spesso incomprensibile a un non addetto ai lavori. Questo fantasma che aleggia nelle sale, l’inglese, è così evanescente che nel libro dei commenti/firme all’uscita i poveri turisti internazionali si chiedevano come fosse possibile che nel 2014 un museo di fama internazionale non avesse la traduzione in inglese. Un commento descriveva alla perfezione la situazione: “I didn’t understand a single thing.”. E lo capisci anche dallo sguardo perso nel vuoto dei visitatori stranieri che passavano da una sala all’altra senza alcun input: vasi, cocci, bronzi, statue. Che significato possono avere senza un contesto, senza una storia dietro? Queste persone dopo essere uscite dal museo non avranno capito nulla e non si porteranno nulla dietro. Chi erano i nuragici? Chi erano i fenici?ThumbServlet-797021170

Bagni? Se non avessi visto una porticina aperta fuori nel cortile (!) da cui si intravedeva un WC non avrei mai visto i bagni, e come me le centinaia di turisti che lo visitano. Pubblicazioni? Cartoline? Idee regalo? Monografie? I musei cadono a pezzi, non abbiamo soldi per i dipendenti ma a nessuno viene in mente di fare uno shop come in tutti i musei del pianeta. Chi volesse avere più informazioni riguardo ai giganti rimarrà deluso. Le cose le potrete sapere dai blog di pochi appassionati su internet senza alcun timbro di ufficialità (poi ci si lamenta degli pseudoarcheologi che tirano fuori Atlantide). Brochure? Per carità! Secondo il sovrintendente in diretta TV alla RAI ci sono stati problemi tecnici nella stampa. Eh già, il toner da cambiare è un problema così difficile da affrontare.

Il secondo problema, più grave, riguarda i curatori del museo. Il museo non è diviso in periodi storici ma in suddivisioni territoriali della Sardegna. E così ti ritrovi nella stessa vetrina manufatti prenuragici, nuragici, fenici, romani e via dicendo senza alcun nesso logico. Questa scellerata scelta organizzativa rende la mostra confusionaria e completamente inutile. Che senso ha associare una freccia prenuragica di bronzo con la dea Tanit e una moneta romana solo perché si trovavano tutti e tre nel territorio del Sarrabus? Il museo è anche, e soprattutto, un luogo di didattica e non si può prescindere da una esposizione che rispetti la logica temporale. Fai un piano con i manufatti nuragici, una con quelli fenici, una con quelli romani. La maggior parte delle persone non ha gli strumenti per capire la differenza tra le tre, soprattutto un turista che non sa nulla della storia del Mediterraneo e dell’isola. I turisti passavano davanti alle vetrine – alcune semivuote! – senza comprendere davanti a cosa stavano camminando. In aclune vetrine al posto di un manufatto facevano bella mostra fogliettini scritti a mano (vedi foto) con su scritto frasi del tipo “Da Pani Loriga sono stati prelevati per foto, 13.0.11.”. Li stanno fotografando da 3 anni. Sicuramente quello era l’unico documento “ufficiale” che attestava il prestito, semmai ritornerà al suo posto. Incredibile.IMG_20140729_171130-588866901

Per fare un elenco dei manufatti più importanti al museo relegati a vetrine di secondo piano, perfino in angoli seminascosti non basterebbero le pagine di questo post ma vi basti sapere che al Museo di Cagliari esiste la Stele di Nora, il documento scritto più antico del Mediterraneo occidentale e uno dei pochi fenici rinvenuti a ovest di Tiro. Non solo ma il più antico documento dove la parola Sardegna in fenicio SRDN, sia mai stata scritta. Ebbene questa stele si trova in un angolo tra due vetrine senza illuminazione, e con un piccolo poster che ne descrive un sunto della sua storia seminascosto dalla stele stessa. Non esiste neppure una traduzione della stele a disposizione nonostante negli ultimi 30 anni siano state avanzate più interpretazioni.

Vogliamo parlare della maschera ghignante (prima foto in alto), simbolo della Sardegna fenicia? Un pezzo, forse, di iconografia assiro-babilonese acquisita dai fenici e che alcuni studiosi pensano sia all’origine del detto “sorriso sardonico”? Questa meravigliosa maschera, uno dei simboli del museo è relegata all’interno di una vetrina semivuota e con una illuminazione penosa e con uno sfondo fatto di compensato. La grande collezione di tophet, seconda solo a quella di Sant’Antioco, sculture di Tanit, due enormi statue di Bes, la collana fenicia in vetro colorato che vedete nella foto del post, gli ori e le pietre preziose egizie di importazione sempre fenicia: tutto questo senza alcun risalto, senza una corretta esposizione (e forse neppure un allarme). Tralasciando i giganti di cui parlerò un altro giorno, ci sono reperti nuragici di una importanza eccezionale (tutti trafugati ai musei locali ma forse era meglio lasciarli ai piccoli musei dei paesi se questo è lo stato in cui devono essere esposti). I bronzetti nuragici, la più grande collezione di bronzetti al mondo, sono ammucchiati alla bell’e meglio su un paio di vetrine ma poiché sono disposti in gruppi, non in file, alcuni nascondono altri e il fatto che siano esposti a livello più basso non aiuta di certo l’osservazione dei particolari. Tra questi l’eroe dai quattro occhi e quattro braccia (qui in foto) è sicuramente il più importante ma di nuovo, invece di essere esposto da solo in primo piano è ammucchiato insieme a tutti gli altri.IMG_20140729_171529417159348

Potrei continuare all’infinito (che dire delle meravigliose statue votive in terracotta con serpente avvolto al corpo del tempio di Esculapio, o le decine di mani in terracotta votive?) ma vorrei che la gente ci andasse al museo di Cagliari per essere coscienti dello scandalo frutto di decisioni mediocri di persone mediocri (e scrivetelo sul libro dei commenti!). E visto che siete lì date uno sguardo verso l’alto tra le varie scalinate e vedrete decine di casse e sculture in pietra ammassate in un piano rialzato. Forse è uno di quei magazzini dove i giganti di Mont’e Prama sono stati buttati per 40 anni senza che nessuno sapesse di questo tesoro.

[*] A dicembre durante la Notte dei Musei entrai a vedere la Pinacoteca. Nonostante fuori ci fossero 15 gradi (l’inverno sardo è notoriamente rigido e miete vittime nelle migliaia) quando vi entrai una vampata di calore e di umidità mi investì. Quando commentai con il bigliettaio che non mi sembrava opportuno tenere temperature e umidità così elevati con tavole e trittici del ‘400 questi fece spallucce dicendo che lui aveva freddo.

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La Sardegna in Svizzera? Perché no!

logo3_1Scozia, Catalogna, Fiandre, Veneto, Sardegna, Crimea. Li unisce una volontà comune al cambiamento, all’autodeterminazione. Ognuna di queste regioni quest’anno ha avuto o avrà la possibilità di diventare indipendente dal paese che in passato l’ha invasa. Non è così spesso che assistiamo a così tanti eventi di importanza planetaria. Scozia e Catalogna si apprestano al referendum per l’indipendenza quest’anno, in Veneto abbiamo avuto un referendum online, che seppure non ufficiale sta creando grossa paura alle istituzioni italiane – vedi l’arresto farsa ad orologeria di quattro gatti indipendentisti, in Crimea c’è stato un referendum per chiedere l’annessione alla Federazione Russa (e a breve capiterà alla Transnistria). E in Sardegna? Nonostante alle elezioni regionali appena concluse i partiti indipendentisti pur divisi in mille sigle abbiano raggiunto per la prima volta dopo anni numeri a due cifre, un indipendentismo moderno fatica veramente a decollare. Legati spesso a logiche ottocentesche di appartenenza etnico-linguistica ormai obsolete la maggior parte dei partiti si è chiusa a riccio senza proporre nulla di veramente rivoluzionario. Ed è proprio per questo motivo che l’idea di annettere la Sardegna come il 27esimo cantone della Confederazione Svizzera portata avanti da Andrea Caruso arriva la momento giusto come una ventata diriflessioni_0 aria fresca. Per chi come me non crede che la mentalita’ sarda sia in grado di affrontare la modernità, diversità e velocità del mondo moderno sapere che la Sardegna possa essere integrata in uno dei sistemi confederati di maggior successo dell’età moderna mi fa sperare per il meglio. Più volte ho parlato di cantonizzazione della Sardegna (un sistema che sarebbe perfetto per la natura frammentata dell’isola) ma non avevo mai pensato alla Sardegna come un cantone facente parte di una realtà piu’ ampia. E’ come quando qualcuno riesce a farti vedere un aspetto da un altro punto di vista a cui non avevi mai pensato prima. Sembra uno scherzo e la gente si mette a ridere quando se ne parla ma l’annessione alla Svizzera sarebbe la salvezza per l’isola. D’altronde quella dell’annessione alla Svizzera è sempre stato sogno anche di altre realtà indipendentiste come in Lombardia.

Quali ragioni possono addurre i contrari alla proposta? Distanza geografica? Pochi sanno che la Sardegna è più vicina all’Africa che all’Italia e la Svizzera sarebbe più vicina di Trieste per dire. Lingua? Intendete l’italiano che è stato imposto negli ultimi 150 anni? Nessun problema, l’italiano è una delle lingue ufficiali della Confederazione Elvetica. Storia comune? A parte per gli ultimi 150 anni la Sardegna ha avuto più storia in comune con la Spagna. Insomma stupidaggini senza senso. I vantaggi per la Sardegna sarebbero enormi, molti più di quelli dell’indipendenza totale: basso carico fiscale, libertà di decisione su tantissimi punti nodali del cantone, investimenti di ricche multinazionali svizzere, adozione del franco svizzero, integrazione all’interno di una confederazione di altri popoli con differenti culture e lingue. Allo stesso tempo per la Svizzera si tratterebbe di avere una gallina dalle uova d’oro: accesso al mare, aumentare il proprio territorio di quasi il doppio, la popolazione crescerebbe di 1.6 milioni di abitanti, ricchezze naturalistiche e minerarie, vacanze a basso costo ecc. La minoranza italiana diventerebbe meglio rappresentata anche se il sardo potrebbe essere inserito come lingua ufficiale insieme alle altre 4 lingue ufficiali (francese, italiano, tedesco e romancio) e, perché no, pure il catalano di Alghero. Le possibilità per la Svizzera e la Sardegna sono infinite e sono lì, pronte per essere prese a braccia aperte. Questa non è quindi una goliardata ma una seria proposta dai contenuti molto ragionati e di buon senso. Vi invito quindi a firmare la petizione online del sito Cantonmarittimo.com, seguire l’iniziativa su Facebook e su Twitter.

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La Sardegna non è italiana neppure geologicamente

 

Da qui.

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Secessione soft per la Sardegna più vicina?

Qualche giorno fa il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato l’ordine del giorno presentato da Partito sardo d’azione, Sel, Udc, Fli, Idv, Api. Contrari PD e Riformatori.

Il Consiglio regionale, preso atto delle ripetute violazioni dei principi di sussidiarietà e di leale collaborazione da parte del Governo e dello Stato italiano nei confronti della Regione Sardegna, delibera di avviare una sessione speciale di lavori, aperta ai rappresentanti della società sarda, per la verifica dei rapporti di lealtà istituzionale, sociale e civile con lo Stato, che dovrebbero essere a fondamento della presenza e della permanenza della regione Sardegna nella repubblica italiana”.

Quello che mi soddisfa di questa prospettiva è che la secessione è neanche tanto velatamente accennata non per i soliti motivi etnici, storici, folkloristici ecc. ma per questioni fiscali.

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Marrano a…

Per commemorare in un modo un po’ diverso il Giorno della Memoria vi racconto di una espressione singolare con significato criptoantisemita che si usa tantissimo in Sardegna (ma se esiste anche in altre regioni vi prego di farmelo sapere) ma di cui pochi conoscono veramente il significato.

“Marrano a farlo!” oppure “Marrano a dirlo!” oppure “Prova a darmi del marrano se hai coraggio.”

Tra bambini (e non solo) in Sardegna si gioca a sfidarsi utilizzando l’espressione “marrano a…” che significa più o meno “ti sfido a fare una cosa e se non lo fai sei un marrano.”

Questa espressione usatissima affonda le sue radici nella persecuzione degli ebrei in Spagna ad opera della monarchia e della Inquisizione Cattolica. Nel 1492 si decise per la “soluzione finale” nei confronti degli ebrei del’impero spagnolo: uccisione, espulsione nei maggiori dei casi e conversione forzata di circa 200.000 ebrei al cattolicesimo (come vedete non c’è nulla di originale in quello che ha fatto Hitler se non l’uso di tecniche ben più sofisticate. L’antisemitismo nazista ha le sue radici nel cattolicesimo ovviamente). Molti ebrei per non venire perseguitati, uccisi o espulsi decisero quindi di convertirsi al cattolicesimo. Questi neoconvertiti, ma di nascosto ancora ebrei nei riti e nelle abitudini, vennero chiamati marranos, che all’epoca in spagnolo designava il maiale. Il termine spregiativo serviva ad indicare quindi quegli ebrei che si convertirono per opportunismo o solo esteriormente per necessità. La Sardegna all’epoca era parte dell’Impero Spagnolo e ospitava una comunità ebraica con una presenza storica risalente ai tempi di Tiberio quando migliaia di ebrei furono deportati nell’isola. Di questo rimangono il ghetto degli ebrei al Castello di Cagliari (la Basilica di Santa Croce vicino alla Torre dell’Elefante era una sinagoga poi convertita in chiesa dopo l’espulsione degli ebrei) e vari paesi del cagliaritano come (si dice) Sinnai che sorge alle pendici di un monte da cui forse il toponimo Sinai di biblica memoria. Non ci metterei la mano sul fuoco ma sono sicuro che l’espressione “marrano a…” esista ancora in alcune zone della Spagna. Se qualcuno ne sa qualcosa vi prego di farmelo sapere nei commenti.

L’uso di marrano nell’accezione odierna deriva da quel contesto storico ma sarebbe assurdo dare delle connotazioni antisemite all’uso odierno. Infatti quasi nessuno in Sardegna conosce il vero significato di marrano e la gente lo usa comunemente pensando che sia una parola sarda. Esiste anche un gruppo Facebook e un sito che celebra in modo scherzoso e infantile questa espressione ma dubito che chi ci scriva sappia del suo vero significato.

Quando allora in Sardegna sentirete o userete (se siete sardi) questa espressione ricordatevi della sua origine spregiativa, antisemita e volgare e ricordatevi dei 200.000 poveri ebrei costretti a convertirsi al cattolicesimo e alle decine di altre migliaia uccise o espulse dai regni cattolici dell’epoca.

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Shame on the entire country

Per settimane ho creduto che i vari giornalisti e commentatori che equiparavano il capitano Schettino all’italiano medio o addirittura all’italiano che vota Berlusconi (sì c’è stato qualcuno che ha fatto paralleli del genere) fossero dei coglioni di primordine. Come si può -mi chiedevo – estrapolare il carattere di 60 milioni di individui dal comportamento di una notte di un uomo al timone di una nave crociera?

Poi, ogni giorno, ho notato che di questi coglioni se ne trovavano anche oltremanica. Colleghi, amici perfino giornalisti dei media UK continuano imperterriti ogni giorno a ridere, sghignazzare “about the italian captain of the cruise ship”. E su quell’ “italian” la gente guarda verso di me e ride come se io fossi un italiano (vero nel passaporto, falso nell’anima e nelle scelte) e fossi legato con un legame di sangue con il signor Schettino. Complice anche il fatto che nessuno all’estero riesce a pronunciare Schettino, l’unico modo per indicare quello che è successo è dire che lo ha fatto un italiano. E ormai sta diventando una frase fatta quando si vuole equiparare il disastro della Concordia con un altro disastro: “stai facendo come il capitano della Concordia.” “questa situazione mi ricorda quella della nave crociera italiana.” Nel bene o nel male Schettino è entrato nella storia e sono sicuro che arriverà pure il momento che entrerà nel dizionario della lingua italiana come sinonimo di “codardia, stupidità ecc.”

Per me, tutto questo è una sofferenza continua. No, il patriottismo non c’entra niente e neppure il signor Schettino di cui penso tutto il male del mondo. Sono due cose le cose che mi fanno arrabbiare: il primo riguarda l’incapacità delle persone di comprendere che siamo individui prima ancora che compatrioti di una nazione e che le responsabilità di una persona non possono ricadere su tutti quelli che si trovano all’interno del confine italiano (mi chiedo se le minoranze etniche e linguistiche dentro il territorio italiano debbano essere considerate responsabili allo stesso tempo dell’incidente con la Concordia?). Secondo, l’incapacità delle persone (soprattutto qui oltremanica) a comprendere che nascere all’interno di uno stato e averne un passaporto non significa essere parte della nazione con il cuore o con la ragione.

“Ah tu sei sardo!” no, non mi considero neppure sardo, ripeto sempre. “Ma allora cosa sei?”, sono io, me stesso, Fabristol e ti basti sapere questo. Dopo questo il cervello della persona di fronte a me implode.

“Ma come: non bevi caffè e non segui il calcio!?” Ogni volta è una delusione per i miei colleghi. Non riescono a catalogarmi, inquadrarmi, hanno bisogno di ancore e punti di riferimento, di stereotipi per interagire con me. E io, purtroppo per loro, non glieli dò.

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Le straordinarie similitudini tra Sardegna e Gran Bretagna

1) sono due isole e fin qui non ci voleva molto.

2) sia inglesi che sardi sono stati invasi e conquistati più volte.

3) sia l’inglese che il sardo derivano dalla stratificazione confusionaria delle lingue degli invasori.

4) sia inglesi che sardi non sanno distinguere il suono delle doppie consonanti dalle singole.

5) inglesi e sardi sanno leggere il gruppo “tz” (solo gli inglesi sanno leggere il mio cognome!).

6) nonostante siano circondati dal mare sia inglesi che sardi hanno come piatto tipico il maiale.

7) nei loro rispettivi altopiani hanno popolazioni che sono state difficilmente conquistate e che mantengono molte delle tradizioni intatte da secoli (scozzesi e barbaricini).

8 ) pensano di essere al centro del mondo e che la loro isola sia la più bella del mondo.

9) non conoscono il mondo.

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