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La mitologia moderna

Sono rimasto positivamente colpito da una recente intervista concessa da Tom Hiddleston, l’attore britannico che impersona Loki in The Avengers e prima di questo in Thor. Riporto in inglese e poi tradotte alcune sue parole:

“[…] But superhero films offer a shared, faithless, modern mythology, through which these truths can be explored. In our increasingly secular society, with so many disparate gods and different faiths, superhero films present a unique canvas upon which our shared hopes, dreams and apocalyptic nightmares can be projected and played out. Ancient societies had anthropomorphic gods: a huge pantheon expanding into centuries of dynastic drama; fathers and sons, martyred heroes, star-crossed lovers, the deaths of kings – stories that taught us of the danger of hubris and the primacy of humility. It’s the everyday stuff of every man’s life, and we love it. It sounds cliched, but superheroes can be lonely, vain, arrogant and proud. Often they overcome these human frailties for the greater good. The possibility of redemption is right around the corner, but we have to earn it.”

“I film sui supereroi offrono una moderna mitologia condivisa e senza fede attraverso la quale queste verità possono essere esplorate. Nella nostra società sempre più secolarizzata con così tante dèi e differenti fedi disparate, i film dei supereroi presentano una tela unica sulla quale le nostre speranze, i nostri sogni e i nostri incubi apocalittici possono essere proiettati e rappresentati. Le società antiche avevano divinità antropomorfiche: un immenso panteon che si espandeva per secoli di dramma dinastico; padri e figli, eroi martirizzati, amanti sfortunati, le morti dei re – storie che ci insegnavano i pericoli dell’hubris e del primato dell’umilità. Sono le cose di ogni giorno della vita di ogni uomo e amiamo tutto questo. Suona un po’ cliché ma i supereroi possono essere soli, vanitosi, arroganti e orgogliosi. Spesso riescono a vincere queste fragilità umane per fare del bene. La possibilità della redenzione è giusto dietro l’angolo ma dobbiamo conquistarcela.”

Il cristianesimo negli ultimi 2000 anni ci ha negato queste figure così simili a noi per la nostra educazione, per la nostra formazione per distinguere tra bene e male, tra umanità e bestialità. Per capire dove risieda il confine tra hubris e umiltà. Gli dèi antichi erano così simili a noi, non erano altro che punti di riferimento, fari, ammonimenti e guide allo stesso tempo. Duemila anni di un dio evanescente, onniscente, onnipresente, trascendente e mai immanente se non nella forma di un uomo della Giudea senza difetti e quasi assente di sentimenti umani basilari come la rabbia, l’odio, l’attrazione sessuale, la vendetta hanno creato un buco enorme della nostra crescita individuale. Gusci che non ci danno la possibilità di rispecchiarci in alcun modello antropomorfico.

Ora – con l’arretramento della cultura cristiana- ci siamo riappropriati di tutto questo attraverso un medium non religioso: il cinema e prima di questo i fumetti. La mitologia moderna passa attraverso la cultura pop. Un tempo gli umani si rispecchiavano negli dèi, oggi possiamo finalmente ricominciare a farlo attraverso i supereroi.

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Vengo dalla luna

E’ un momento di totale straniamento per me col resto degli esseri umani. Non riesco più a sincronizzarmi con gli altri della mia specie sia per quanto riguarda la logica che per le questioni etiche. Mi sembra di essere un eretico in Arabia Saudita circondato da gente che applaude alle esecuzioni pubbliche e che non fa altro che annuire alle più strampalate leggi basate sulla Sharia.

Non capisco perché due adulti non si possano accordare liberamente sullo scambio che vogliono fare: lavoro in cambio di denaro. E non possano concludere questo accordo pacificamente senza l’intervento di una divinità che tutto vede e provvede.

Non capisco perché il datore di lavoro debba pagare un’indennità ad una persona che ha licenziato, non importa per quale motivo sono fatti suoi. La compagnia è sua ed è lui la fonte della ricchezza e solo lui può prendere decisioni a riguardo. Lo dico da lavoratore dipendente: se mi dovessero licenziare accetterei la cosa senza chiedere l’intervento dei picciotti di turno. Il mio diritto allo stipendio decade nel momento in cui il datore di lavoro non mi accetta più. Allo stesso modo di come il mio diritto all’affetto coniugale decade nel momento in cui mia moglie mi dovesse chiedere il divorzio.

Non capisco perché siamo maturati abbastanza per accettare la dissoluzione dei contratti matrimoniali ma non per quelli lavorativi.

Se mi dovessero licenziare non accetterei mai i soldi rubati ad altri individui con la forza, andrebbe contro la mia morale. Elemosina, furto, violenza per me sono tutti atti immorali. Una società basata sul furto e sulla violenza contro gli innocenti è immorale e dovrebbe far parte della storia barbarica che ci saremmo dovuti lasciare alle spalle insieme alla schiavitù e al genocidio.

Non sono un idealista e non penso che questa società da un giorno all’altro possa cambiare ma almeno vorrei seminare il dubbio sulla coscienza degli altri. Ormai da anni per ogni decisione che prendo penso sempre: quanta violenza è stata compiuta per farmi avere questo “servizio” o “diritto”? Quanti innocenti sono stati derubati per darmi questo? A volte non si può fare altro che accettare certe cose perché si è parte integrante del sistema e non si ha scelta ma a mio parere è giusto fare i conti con la propria coscienza ogni volta.

Siamo riusciti a costruire questi processi mentali di causa-effetto per molte cose: dalla guerra (se compro questo oggetto da questa compagnia che produce mine avrò sulla coscienza la morte di innocenti?) all’ambientalismo (se butto l’olio usato nel fiume quelli a valle avranno acqua inquinata?), dal vegetarianismo (se mangio carne accetto che altri esseri soffrano per me) alla nostra salute (se fumo o bevo troppo alcool posso ammalarmi) ma non siamo ancora riusciti a farlo per la tassazione (usando questo servizio accetto che tutti gli altri vengano derubati del loro lavoro). Che rimane ancora un tabù, un dogma della fede per cui chi lo contesta viene messo alla pubblica gogna o incarcerato.

Non esistono pasti gratis, non esistono diritti gratis, c’è sempre qualcuno che paga per i capricci o i privilegi che chiediamo. I diritti positivi sono delle illusioni che derivano dalla cieca fede alla religione a cui tutti siamo stati educati fin da bambini.

E sono disgustato dalle persone che superficialmente mi accusano di essere un orco, io che non alzerei le mani contro nessun altro essere umano, io che non ruberei dalle tasche degli altri neppure con la scusa che sono stati altri a farlo per me. Le stesse persone che fanno finta di niente mentre milioni di persone ogni giorno vengono schiavizzate, munte e uccise dalla minoranza di turno. Chi è l’orco, quello che dice agli scagnozzi di fare violenza contro gli altri o quello che non torcerebbe un capello al proprio vicino?

E’ giunto il momento di fare una rivoluzione delle coscienze: non possiamo continuare a vivere in queste condizioni usando lo stato per aggredire le persone, non possiamo più permettercelo. Lo dobbiamo alle nostre coscienze prima di tutto, altrimenti non ci possiamo arrogare il diritto di definirci diversi dagli altri animali di questo pianeta.

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John Carter – Recensione

E’ da un bel po’ che non andavo al cinema (viva Lovefilm!) e che non scrivevo una bella recensione sul blog. Eccoci qua quindi a recensire uno dei film più belli di quest’anno cinematografico, almeno dal mio solitario punto di vista. Quella che leggerete infatti è una delle poche recensioni (ultra)positive del film, devastato dai commenti antecedenti (a volte anche due mesi prima) alla sua uscita nei cinema, associato alla parola flop costantemente e considerato “dalla trama confusionaria”. Sembra incredibile ma i critici avevano già deciso che il film sarebbe stato un disastro perfino prima di averlo visto.

John Carter (da Marte è stato tolto dal titolo originale perché sarebbe potuto sembrare l’ennesimo film flop con la parola Marte nel titolo) è una megaproduzione dell’accoppiata Disney-Pixar (Nemo e Wall-E) che è costata 250 milioni di dollari e un paio di anni di riprese. Tratto da una serie di famosi romanzi di Edgar Rice Burroughs (quello che ha inventato Tarzan) diventati popolari attraverso i pulp magazine degli anni 30. La gestazione è stata lunga e travagliata e se consideriamo che la Disney deteneva i diritti dal lontano 1937 per produrre un film d’animazione, possiamo dire che questo è il film dalla produzione più lunga della storia del cinema mondiale. John Carter sarebbe dovuto essere il primo lungometraggio della Disney prima di Biancaneve e i Sette Nani.

Ma non fatevi sviare dalla parola Disney: questo è un film corposo per adulti, con scene di violenza, decapitazioni, (un po’) di sangue e quant’altro. E’ infatti il terzo film della Disney ad avere il bollino PG13 della sua storia. Inoltre c’è il marchio Pixar che si vede. Oddio se si vede! Non ho particolarmente a cuore gli effetti speciali in un film ma in questo caso quelli che ho visto io sono i più magnifici, spettacolari e ben integrati con gli umani in carne e ossa che abbia mai visto in vita mia. L’interazione tra alieni in CGI e attori umani è forse la più avanzata che abbia mai visto. I colori soprattutto sono stupendi anche grazie al fatto che lo sfondo è vero, il deserto dello Utah. Al contrario di Avatar e Star Wars dove gli sfondi sono finti. Roba da far impallidire George Lucas.

Lasciando da parte i commenti sulla CGI (sono sicuro che gli avvocati di Avatar sono in agguato per contestarmi) andiamo alla trama che secondo i suoi detrattori risulta confusionaria. Qui dissento fortemente: trattasi di una trama estratta da un romanzo (anzi serie di romanzi) con una sua complessità resa nel migliore dei modi sullo schermo. Capisco che la gente sia ormai abituata a trame semplici dove si possano individuare facilmente buoni e cattivi (qualcuno dalla regia mi dice Avatar…) ma addirittura considerare la trama di questo film come la parte peggiore del film ce ne passa. In John Carter ci sono differenti livelli, differenti stratificazioni e ci sono diversi personaggi comprimari che rendono il mondo di John Carter complesso, completo e realistico.

Trama. John Carter è un ex-capitano della cavalleria dell’esercito confederato che abbandona il mondo civile dopo la morte della moglie e figlia per cercare oro in una miniera dell’Arizona. Mentre scappa dai nordisti si ritrova in una grotta dove vi sono vari simboli alieni. Non voglio rovinarvi la sorpresa ma vi posso solo dire che John si ritrova catapultato su Marte dove è in atto una sanguinosa battaglia tra differenti fazioni per il controllo del pianeta. Controllo che in realtà è gestito dai Thern, degli esseri sovraumani che controllano il destino dei pianeti come fossero degli dèi. La trama si infittisce perché John viene in contatto con una tribù di alieni con quattro braccia, i Thask, i quali sono loro malgrado risucchiati nella guerra civile aliena. Qui vi è una sottotrama che riguarda i rapporti familiari tra i Thask e varie vicissitudini tragicomiche (no, niente Jar Jar Binx please). Entra in gioco la principessa di Helium, la bellissima e bravissima Collins che come ormai nei neocanoni disneyani odierni è principessa, bella, intelligentissima e abilissima (femminismo tascabile). Non so come fosse nell’originale di Burroughs ma conoscendo i pulp magazine dell’epoca credo proprio che la principessa nella trama ci fosse solo per mettere le tette in copertina. La principessa, dicevo, non vuole sposare il capo dell’altra fazione per far finire la guerra e scappa. Ma attenzione, quella che segue non è la solita storia d’amore disneyana. John vuole utilizzare la conoscenza di Dejah per tornare sulla Terra mentre Dejah vuole utilizzare John per i propri fini, ovvero scappare dal matrimonio concordato. Come potete vedere i due personaggi principali hanno scopi diversi, morali individualiste e solo alla fine scoppierà l’amore tra i due.

Ma, ripeto, non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederlo.

Nello specifico quindi abbiamo il tema della guerra civile americana trasferito su Marte, un John Carter che non vuole sacrificarsi o sacrificare altri per la causa dei governi (nello specifico potete leggere quello che ho scritto qui), un cattivo che non è cattivo ma semplicemente è guidato da forze sovraumane, una donna pronta a tutto pur di evitare di perdere la sua indipendenza, una specie di alieni che segue regole tradizionali ma che John Carter riesce a “contaminare” che si avvicina molto ai nativi americani. E tanto tanto sense of wonder tipico di quella prima corrente di fantascienza.

Se questo non è un bel film di fantascienza non so che dire. Forse non appartengo alla stessa specie con cui condivido il 99% dei miei geni, la stessa specie che era entrata in estasi per Avatar quando io invece ne avevo evidenziati i più grandi difetti della trama.

I media, i critici avevano deciso che Avatar era il film più bello della storia del cinema già prima che uscisse nelle sale; per John Carter avevano già deciso che sarebbe stato il flop più grande della storia del cinema. E probabilmente lo sarà vista la campagna di demolizione operata per mesi. A voi l’ardua sentenza, andate a vederlo senza pregiudizi (per quanto possibile) e poi mi direte.

p.s.

Ah, questo è il primo film che vedo dopo decenni che non ha un attore afroamericano inutile nel cast. Incredibile ma vero.

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10 motivi per andare all’estero

Copia-incollo un bellissimo post di Andima. Al contrario di quello che però scrive lui nel titolo io penso che siano 10 motivi PER andare all’estero. 😉

Periodicamente si torna a parlare di brain drain, per dichiarazioni discutibili di politici di turno o perché le statistiche vanno aggiornate e così le conclusioni spremute dai loro risultati. Andiamo allora controcorrente e proviamo a riportare un decalogo del perché andare all’estero potrebbe non essere la scelta ottimale:

1. La lingua. Altrove si parla un’altra lingua, che per quanto possiate parlare (o credere di parlare) bene, rimane comunque una lingua straniera. Se vi sentite pronti ad affrontare i primi colloqui o le prime avventure tra accenti maldestri e verbi mal coniugati, provate a pensarvi la prima settimana in un ospedale, perché qualcosa del genere può sempre succedere nelle coincidenze incaute della vita, e pensate a dover descrivere le parti del corpo che vi fanno male (quelle per cui non è facile risolvere tutto in un qui, , questa cosa) o i sintomi (vi brucia? vi preme? vi tira?). Certo oggi è tutto più facile, ma bisogna anche avere fortuna, siete pronti?
2. Lo shock culturale. Un altro paese è un altro paese, altri modi di fare, di essere, di vivere, e questi modi vi potrebbero sembrare tutti sbagliati, vittime dello shock culturale, quando si perdono i punti di riferimento e dopo un periodo estasiante da foglio bianco dovuto al cambio, vi potreste ritrovare in un umori grigi tra rifiuti e lamenti, rigettando il diverso che vi circonda all’estero. Ci vuole comprensione, autocritica e voglia di capire. Pronti?
3. Le reti sociali. E non quelle virtuali, ma di amicizie e conoscenze reali. In un paese straniero le reti sociali sono da ricostruire totalmente e se non si hanno già degli amici sul posto, non sempre è facilissimo crearsi un proprio gruppo, soprattutto con i locali, già impegnati nelle proprie reti sociali come voi lo sareste in patria, o con i colleghi, spesso non coetanei e magari restii a rapporti extra-lavorativi. Corsi di lingua, vita mondana, coincidenze, possono aiutare, con un po’ di fortuna, pazienza, voglia di conoscere. Siete pronti?
4. Il tuo paese, visto da fuori. Uscire e vedersi da fuori non è semplice e non sempre l’effetto fa piacere. Sgretolare convinzioni secolari, punti fermi figli di educazione nazionale o propaganda unilaterale, può lasciare un senso di smarrimento ma anche difesa, avendo l’impressione che un attacco, una critica o un commento non siano diretti al paese ma a voi. Ci saranno differenze tra il paese reale e quello percepito e non reagire sempre a spada tratta non è facile. Siete pronti a voler conoscere un altro paese, il vostro?
5. Gli stereotipi. Ritrovarsi a rappresentare l’Italia tutta, tu, in una sola persona, in conversazioni o rapporti con stranieri, significa anche avere una certa responsabilità, nel confermare o contraddire gli stereotipi con cui gli italiani sono visti dagli occhi altrui e diventare una finestra su un paese che attraverso voi non sarà sicuramente pizza, sole e mandolino, ma non sarà neanche quello reale, perché voi non siete l’Italia tutta né probabilmente la conoscete tutta, voi siete voi, solo che gli altri spesso non lo sanno e vi confondono con un italiano. Siete pronti anche voi a muovere la testa e non solo il corpo?
6. Il lamento. Potreste trasformarvi in un lamento continuo, perché il clima non è ideale, perché i trasporti non sono come immaginati, perché il lavoro è un compromesso, perché il cibo non vi piace, perché non c’è mamma a cucinarvi e perché fuori anche le piccole cose, quelle una volta etichettate come insignificanti, possono avere un peso nella bilancia quotidiana quando si rompono gli schemi e con essi le abitudini e bisogna ricostruire un po’ tutto. E se il lamento non viene da voi, potrebbe venire da vostri connazionali all’estero. Ci vuole resistenza, pazienza e serenità. Pronti?
7. I ritorni a casa. Tornando a casa ci sarà una voce che prima non esisteva nella testa, quella del confronto. Tutto sarà un confronto, nuovo, perché finalmente si ha un termine di paragone. I ritorni a casa, insomma, non saranno mai più gli stessi, rimettendo in discussione molto di quello che precedentemente rappresentava il vostro intorno abituale in un equilibrio oramai rotto. E le vacanze non saranno mai vacanze. Pronti a non sentirvi a vostro agio a casa?
8. I commenti. Diventare italiano all’estero significa anche portarsi dietro una certa lista di etichette, a cui bene o male ci si può abituare con risposte pronte o spallucce veloci. Ci sarà sempre il genio di turno a commentarvi come vigliacco, perché è facile partire e lasciare tutto, è facile criticare il proprio paese da fuori, perché (d’improvviso) non si conosce più il paese non vivendoci realmente o a denigrare il paese da cui venite ed una qualità di vita che non può, in nessun modo, essere superiore a quella italiana. E tante altre storielle che ritroverete puntualmente tra ritorni e chat. Sinceramente, chi ve lo fa fare?
9. Le mancanze. Ci sarà sempre quel momento, quello in cui manca una piazza, una panchina, il sorriso di un amico, la carezza della famiglia o il piatto della nonna, è il problema dell’emigrante, e con esso la voglia di ritornare, il rimorso di non aver fatto quello anziché questo. E ancora, ci sarà la mancanza di quel passato comune di voi verso gli altri e viceversa, quello che solo una cultura comune può costruire e che non troverete in amici stranieri e potrebbe portare rapporti sociali non più lontano di un certo limite. Ve la sentite?
10. Il limbo. Partire è un po’ morire, dicono, e infatti qualcosa muore mentre altro nasce. Partire significa perdere qualcosa della propria nazionalità e guadagnarne un’altra, di cosa, che non ha nazionalità, o le ha tutte. Diventare uno straniero ovunque può però avere effetti collaterali, come non sentir nessun luogo proprio, sentirsi a disagio nell’intorno natio o cadere nella voglia di voler cambiar luogo ogni anno, continuamente, alla ricerca di se stessi quando il signor Se stessi è con voi, basta solo fermarsi ed ascoltarlo. Sicuri di voler iniziare?

Detto questo, la felicità è soprattutto dove vivi. Appena (e se) potete però, fate la valigia e andate via, almeno per un po’, male non vi farà.

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Ucronie torinesi

Ho sempre avuto una grande ammirazione per i piemontesi e per i torinesi in particolare. Per esperienza personale i piemontesi mi sono sempre sembrati persone flemmatiche e calme per gli standard italiani. Li ho sempre definiti gli inglesi d’Italia. Sarà per la storia della regione, sarà per la vicinanza con Francia e Svizzera credo che sia una delle regioni che più mi piacciono d’Italia. Detto questo nel mio ultimo viaggio a Torino mi sono saliti alla mente diversi pensieri ucronici. Ho pensato alla storia dell’Italia e a come sarebbe potuta essere oggi se la capitale fosse rimasta a Torino invece di spostarsi più a sud a Roma (e parcheggiata per qualche anno a Firenze nel frattempo). Sono giunto alla conclusione che sarebbe stata radicalmente diversa e sicuramente migliore.

Mantenere la capitale a Torino sarebbe stato un po’ come con Washington DC per gli USA o Canberra per l’Australia. Una città simbolica, istituzionale, con tanti simboli e monumenti dell’unità d’Italia (non ho mai visto tanta “italianità” in una città come a Torino; qui c’è tutto: Savoia, Risorgimento, fascismo, resistenza, industrializzazione, boom degli anni 50). Invece si è preferito utilizzare Roma come simbolo di un imperium che non esiste più e che non ha alcun legame con l’Italia odierna. Una Roma profondamente papista nei modi, nei tempi e nella immensa corruzione. Tuttora sempre identica a se stessa e seconda solo a Napoli come caos e criminalità (ma almeno Napoli ha l’alibi di non aver mai ricevuto miliardi di euro all’anno come Roma e nel 1861 era una città più moderna di Roma).

E’ stata una illusione quella di poter cambiare Roma dopo quasi 1700 anni di disastrosa dittatura papista. E i cortigiani dello Stato della Chiesa non hanno fatto altro che riciclarsi come cortigiani del neonato Regno d’Italia. Torino invece era la città più moderna, quella con i contatti importanti all’estero e quindi più aperta alla modernità. Quella che ha cominciato la rivoluzione industriale in Italia, quella dello Statuto Albertino.

Forse se Torino fosse rimasta capitale la situazione dell’Italia sarebbe molto diversa da quella odierna e, credo, migliore.

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Sui mestieri del 500, i servi e la burocrazia italiani

Non mi ricordo dove l’ho letto sul web ma faceva più o meno così: la nascita delle signorie nell’Italia del ‘500 marca uno spartiacque per la storia d’Italia. I vari signorotti, duchi, principi, marchesi ecc. avevano bisogno di una corte e di una serie di servizi di qualità. E’ in quel periodo che nascono i mestieri che rendono l’Italia famosa per quella che è nell’economia odierna: sarti, cuochi, pasticceri, artigiani d’alto livello, comici e giullari, prostitute e donne di compagnia, architetti, giardinieri ecc. Tutti mestieri che avevano un unico scopo: fare felici i padroni. Dopo 500 anni non è cambiato nulla: i mestieri per cui gli italiani sono famosi sono sempre quelli e i prodotti sono di alta qualità proprio per questo motivo, erano destinati per i regnanti.

Questo però che cosa comporta? Comporta la divisione della società in due strati, i padroni e i servi e quell’attitudine tutta italiana all’adorazione e sottomissione degli ominicchi del popolo nei confronti di chi ha il potere, i soldi o una grande cultura. Tutti i vari Egregio, Gentilissimo, Cavaliere, Commendatore, Professore, Dottore, Ingegnere ecc. non sono altro che il retaggio di quel tempo. Gente che per campare doveva leccare il culo ai padroni. E tuttora è così, non è cambiato assolutamente nulla. I padroni sono i politici locali e nazionali che si sono sostituiti ai regnanti del 500. E i servi sono il resto degli italiani, gente senza spina dorsale, sempre prona a raccogliere i resti che i padroni gettano nel pavimento e disponibile a colpire il vicino di casa pur di accontentare il padrone di turno.

Tutto questo mi è venuto in mente mentre ero in Italia e ho assistito a numerosi episodi in cui vari “servi” non erano in grado di prendere alcuna decisione o responsabilità per cose banalissime. Quando il padrone non c’è però l’italiano medio si è inventato qualcosa di formidabile: il pezzo di carta, i timbri, le firme e le autocertificazioni. In poche parole la burocrazia. La burocrazia italiana a mio parere nasce in questo contesto: il servo non si prende responsaiblità e chiede agli altri servi di mettere firme su firme su fogli che nessuno controllerà mai. Ma nel caso dovesse succedere qualcosa il servo si è coperto il culo e può vivere tranquillo e indisturbato. Perché non esiste peggior cosa in Italia di dover prendere una decisione da solo con tanto di responsabilità.

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Marrano a…

Per commemorare in un modo un po’ diverso il Giorno della Memoria vi racconto di una espressione singolare con significato criptoantisemita che si usa tantissimo in Sardegna (ma se esiste anche in altre regioni vi prego di farmelo sapere) ma di cui pochi conoscono veramente il significato.

“Marrano a farlo!” oppure “Marrano a dirlo!” oppure “Prova a darmi del marrano se hai coraggio.”

Tra bambini (e non solo) in Sardegna si gioca a sfidarsi utilizzando l’espressione “marrano a…” che significa più o meno “ti sfido a fare una cosa e se non lo fai sei un marrano.”

Questa espressione usatissima affonda le sue radici nella persecuzione degli ebrei in Spagna ad opera della monarchia e della Inquisizione Cattolica. Nel 1492 si decise per la “soluzione finale” nei confronti degli ebrei del’impero spagnolo: uccisione, espulsione nei maggiori dei casi e conversione forzata di circa 200.000 ebrei al cattolicesimo (come vedete non c’è nulla di originale in quello che ha fatto Hitler se non l’uso di tecniche ben più sofisticate. L’antisemitismo nazista ha le sue radici nel cattolicesimo ovviamente). Molti ebrei per non venire perseguitati, uccisi o espulsi decisero quindi di convertirsi al cattolicesimo. Questi neoconvertiti, ma di nascosto ancora ebrei nei riti e nelle abitudini, vennero chiamati marranos, che all’epoca in spagnolo designava il maiale. Il termine spregiativo serviva ad indicare quindi quegli ebrei che si convertirono per opportunismo o solo esteriormente per necessità. La Sardegna all’epoca era parte dell’Impero Spagnolo e ospitava una comunità ebraica con una presenza storica risalente ai tempi di Tiberio quando migliaia di ebrei furono deportati nell’isola. Di questo rimangono il ghetto degli ebrei al Castello di Cagliari (la Basilica di Santa Croce vicino alla Torre dell’Elefante era una sinagoga poi convertita in chiesa dopo l’espulsione degli ebrei) e vari paesi del cagliaritano come (si dice) Sinnai che sorge alle pendici di un monte da cui forse il toponimo Sinai di biblica memoria. Non ci metterei la mano sul fuoco ma sono sicuro che l’espressione “marrano a…” esista ancora in alcune zone della Spagna. Se qualcuno ne sa qualcosa vi prego di farmelo sapere nei commenti.

L’uso di marrano nell’accezione odierna deriva da quel contesto storico ma sarebbe assurdo dare delle connotazioni antisemite all’uso odierno. Infatti quasi nessuno in Sardegna conosce il vero significato di marrano e la gente lo usa comunemente pensando che sia una parola sarda. Esiste anche un gruppo Facebook e un sito che celebra in modo scherzoso e infantile questa espressione ma dubito che chi ci scriva sappia del suo vero significato.

Quando allora in Sardegna sentirete o userete (se siete sardi) questa espressione ricordatevi della sua origine spregiativa, antisemita e volgare e ricordatevi dei 200.000 poveri ebrei costretti a convertirsi al cattolicesimo e alle decine di altre migliaia uccise o espulse dai regni cattolici dell’epoca.

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Shame on the entire country

Per settimane ho creduto che i vari giornalisti e commentatori che equiparavano il capitano Schettino all’italiano medio o addirittura all’italiano che vota Berlusconi (sì c’è stato qualcuno che ha fatto paralleli del genere) fossero dei coglioni di primordine. Come si può -mi chiedevo – estrapolare il carattere di 60 milioni di individui dal comportamento di una notte di un uomo al timone di una nave crociera?

Poi, ogni giorno, ho notato che di questi coglioni se ne trovavano anche oltremanica. Colleghi, amici perfino giornalisti dei media UK continuano imperterriti ogni giorno a ridere, sghignazzare “about the italian captain of the cruise ship”. E su quell’ “italian” la gente guarda verso di me e ride come se io fossi un italiano (vero nel passaporto, falso nell’anima e nelle scelte) e fossi legato con un legame di sangue con il signor Schettino. Complice anche il fatto che nessuno all’estero riesce a pronunciare Schettino, l’unico modo per indicare quello che è successo è dire che lo ha fatto un italiano. E ormai sta diventando una frase fatta quando si vuole equiparare il disastro della Concordia con un altro disastro: “stai facendo come il capitano della Concordia.” “questa situazione mi ricorda quella della nave crociera italiana.” Nel bene o nel male Schettino è entrato nella storia e sono sicuro che arriverà pure il momento che entrerà nel dizionario della lingua italiana come sinonimo di “codardia, stupidità ecc.”

Per me, tutto questo è una sofferenza continua. No, il patriottismo non c’entra niente e neppure il signor Schettino di cui penso tutto il male del mondo. Sono due cose le cose che mi fanno arrabbiare: il primo riguarda l’incapacità delle persone di comprendere che siamo individui prima ancora che compatrioti di una nazione e che le responsabilità di una persona non possono ricadere su tutti quelli che si trovano all’interno del confine italiano (mi chiedo se le minoranze etniche e linguistiche dentro il territorio italiano debbano essere considerate responsabili allo stesso tempo dell’incidente con la Concordia?). Secondo, l’incapacità delle persone (soprattutto qui oltremanica) a comprendere che nascere all’interno di uno stato e averne un passaporto non significa essere parte della nazione con il cuore o con la ragione.

“Ah tu sei sardo!” no, non mi considero neppure sardo, ripeto sempre. “Ma allora cosa sei?”, sono io, me stesso, Fabristol e ti basti sapere questo. Dopo questo il cervello della persona di fronte a me implode.

“Ma come: non bevi caffè e non segui il calcio!?” Ogni volta è una delusione per i miei colleghi. Non riescono a catalogarmi, inquadrarmi, hanno bisogno di ancore e punti di riferimento, di stereotipi per interagire con me. E io, purtroppo per loro, non glieli dò.

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Non c’è via di scampo: sarete dominati dai nerd degli anni 80

Come è possibile che un gioco di ruolo possa arrivare sulle prime pagine del New York Times e di Forbes? Non era forse quel gioco che vostra madre considerava “stupidaggini per bambini” mentre avevate ancora 18 anni? O che il prete all’oratorio considerava “per satanisti”?

Sì sto parlando di Dungeons & Dragons, il più famoso gioco di ruolo della storia che quest’anno – è questa la notizia- riceverà una revisione storica da parte dei giocatori. Non più quindi una decisione dall’alto dei creatori della Wizards of the coast ma una proposta democratica da parte di chi ogni giorno ci gioca. Questo modo di creare la nuova versione di D&D, anarchico se non addirittura emergente, dovrebbe portare alla decennale guerra tra le diverse tribù nate negli anni. La prima generazione di giocatori abituata a regole classiche infatti non ha mai accettato le versioni successive e viceversa.

Ma, al di là del gioco in sé – magari non ve ne può fregare di meno – la domanda iniziale di questo post rimane: come è possibile che giornali così autorevoli mettano una notizia del genere in prima pagina?

Questo è un processo socioeconomico che conosco bene in prima persona. Tutte le passioni di nicchia della mia gioventù, letteratura fantascientifica e fantastica incluso il fantasy, fumetti, videogiochi, musica heavy metal e ora giochi di ruolo sono diventati mainstream. Tutte quelle cose per cui passavo per nerd negli anni 80 e 90 e sconosciute alle masse ora sono sulla bocca di tutti.

Tutto nasce dal fatto che la generazione nata tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 ora ha tra i 30 e i 40 anni. Tutte persone che ora sono al posto di comando dell’intrattenimento mondiale. Così come i nerd degli anni 80 ora decidono il vostro palinsesto cinematografico, i vostri bestsellers e perfino la vostra moda, così i nerd di oggi decideranno le sorti dell’umanità dal punto di vista dell’estetica, cinematografia e letteratura fra 20-30 anni. Quindi la notizia è importante e riguarda un po’ tutti. Sapere cosa è D&D è fondamentale perché molti dei film, videogiochi, libri e trend di questi anni sono stati influenzati direttamente o indirettamente da D&D. Molti registi e autori contemporanei infatti sono ex-giocatori di D&D. E ormai buona parte dell’economia mondiale almeno in occidente si regge sull’intrattenimento con al primo posto -incredibile se pensate a tutto quello che vi dicevano di voi negli anni 80 mentre giocavate col Commodore 64! – i videogiochi con decine di miliardi di dollari all’anno superando Hollywood. Basti pensare che Call of Duty black ops ha venduto nella prima settimana per 650 milini di dollari.

La resistenza è inutile quindi e sarete assimilati dai nerd anni 80. E anche quest’ultima è una citazione da nerd. 😉

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Trailer di Prometheus, il nuovo film di Ridley Scott

Ho aspettato questo momento per anni. Un degno successore del primo film su Alien di Ridley Scott. E ora sta per arrivare, giugno 2012 in tutto il mondo a parte l’Italia ovviamente, e già dal trailer ho l’acquolina in bocca. Prometheus, così si chiama il nuovo film di Scott, si situa prima degli avvenimenti di Alien ma segue una storia un po’ diversa perché parla dello Space Jokey, la razza che creò gli alieni. Di aliens quindi non ne vedremo ma capiremo molto di più riguardo all’universo della tetralogia.

p.s.

ho scritto questo post una settimana fa. Buon anno da Tenerife! 😉

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