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L’ipocrisia

E’ tanto bello che al Corriere abbiano aperto una discussione sulla sessualità dei disabili (sì ne hanno una) e dell’uso della prostituzione per risolvere la questione, nonostante lo stato chiuda un occhio. Fa molto giornale progressista, fa molto servizio crocerossina per le prostitute ma mi sa tanto che se fosse capitato qualcosa di diverso gli stessi giornalisti avrebbero titolato in modo diverso. Infatti cosa sarebbe successo se una ragazza disabile fosse stata accompagnata da un padre in un bordello dove c’erano solo gigolò? Sappiamo cosa avrebbe fatto lo stato, ovvero accusato il padre di sfruttamento della prostituzione, arrestato, ammanettato e posto alla pubblica gogna mediatica. Il gigolò sarebbe stato accusato di violenza sessuale e sappiamo cosa avrebbero scritto al “progressista” Corriere.

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Le catene geneticamente modificate

Con orrore scopro che Luca Zaia è diventato un blogger per una rubrica del Corriere del Veneto e, dall’alto della sua esperienza accademica e decennale sulla genetica (ha circa cento pubblicazioni a suo attivo che pensate!) gli è stato dato l’onore di aprire questa rubrica parlando di OGM. Dopo tutta la solita tiritera terzomondista (per poi con la Lega fare il protezionista e proteggere solo gli allevatori e contadini padani; che faccia tosta) Zaia ci informa che gli OGM proprio non gli piacciono per un semplice motivo: perché, appunto, se si introduce il mais Ogm nella catena alimentare, il risultato è una catena alimentare geneticamente modificata. E gli studi che ne dimostrano gli effetti nocivi o addirittura cancerogeni sono numerosi.

Le catene, signora, le catene! Capisce? Se mangia il cromosoma di un organismo (eh sì, a volte dentro gli alimenti si trovano quelle cose brutte che si chiamano cromosomi), quello le passa nel sangue signora. E poi le viene il bambino Frankestein, con tutti i bubboni a forma di mais e il pisello come una pannocchia quando fa la pipì produce popcorn! Stia attena signora mi raccomando. Mangi solo prodotti biologici, ché quelli hanno cromosomi naturali non queste cose sintetiche fatte dalle multinazionali con la chimica brutta brutta.

Addirittura ci sono numerosi studi che provano la cancerogenicità degli OGM. Ne ho una pila enorme qua affianco, tutti paper su Nature e Science, roba che scotta ma ovviamente ci sono i poteri forti che censurano tutto. Chi? Zaia? No, lui è un potere piccolo, non può niente contro i Gormiti ancora più forti quelli di livello 5 Sayan insomma.

Povero Zaia, dopo che ha finito di scrivere il suo bel post per il blogghetto ha appena introdotto nella sua bocca tanti cromosomi nocivi perché Zaia non sa che più dell’80% del mais usato nei mangimi europei deriva da mais OGM. E, se dobbiamo credere sempre a Zaia, prima o poi ci arriverà in bocca perché le catene sono geneticamente modificate.

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Marrano a…

Per commemorare in un modo un po’ diverso il Giorno della Memoria vi racconto di una espressione singolare con significato criptoantisemita che si usa tantissimo in Sardegna (ma se esiste anche in altre regioni vi prego di farmelo sapere) ma di cui pochi conoscono veramente il significato.

“Marrano a farlo!” oppure “Marrano a dirlo!” oppure “Prova a darmi del marrano se hai coraggio.”

Tra bambini (e non solo) in Sardegna si gioca a sfidarsi utilizzando l’espressione “marrano a…” che significa più o meno “ti sfido a fare una cosa e se non lo fai sei un marrano.”

Questa espressione usatissima affonda le sue radici nella persecuzione degli ebrei in Spagna ad opera della monarchia e della Inquisizione Cattolica. Nel 1492 si decise per la “soluzione finale” nei confronti degli ebrei del’impero spagnolo: uccisione, espulsione nei maggiori dei casi e conversione forzata di circa 200.000 ebrei al cattolicesimo (come vedete non c’è nulla di originale in quello che ha fatto Hitler se non l’uso di tecniche ben più sofisticate. L’antisemitismo nazista ha le sue radici nel cattolicesimo ovviamente). Molti ebrei per non venire perseguitati, uccisi o espulsi decisero quindi di convertirsi al cattolicesimo. Questi neoconvertiti, ma di nascosto ancora ebrei nei riti e nelle abitudini, vennero chiamati marranos, che all’epoca in spagnolo designava il maiale. Il termine spregiativo serviva ad indicare quindi quegli ebrei che si convertirono per opportunismo o solo esteriormente per necessità. La Sardegna all’epoca era parte dell’Impero Spagnolo e ospitava una comunità ebraica con una presenza storica risalente ai tempi di Tiberio quando migliaia di ebrei furono deportati nell’isola. Di questo rimangono il ghetto degli ebrei al Castello di Cagliari (la Basilica di Santa Croce vicino alla Torre dell’Elefante era una sinagoga poi convertita in chiesa dopo l’espulsione degli ebrei) e vari paesi del cagliaritano come (si dice) Sinnai che sorge alle pendici di un monte da cui forse il toponimo Sinai di biblica memoria. Non ci metterei la mano sul fuoco ma sono sicuro che l’espressione “marrano a…” esista ancora in alcune zone della Spagna. Se qualcuno ne sa qualcosa vi prego di farmelo sapere nei commenti.

L’uso di marrano nell’accezione odierna deriva da quel contesto storico ma sarebbe assurdo dare delle connotazioni antisemite all’uso odierno. Infatti quasi nessuno in Sardegna conosce il vero significato di marrano e la gente lo usa comunemente pensando che sia una parola sarda. Esiste anche un gruppo Facebook e un sito che celebra in modo scherzoso e infantile questa espressione ma dubito che chi ci scriva sappia del suo vero significato.

Quando allora in Sardegna sentirete o userete (se siete sardi) questa espressione ricordatevi della sua origine spregiativa, antisemita e volgare e ricordatevi dei 200.000 poveri ebrei costretti a convertirsi al cattolicesimo e alle decine di altre migliaia uccise o espulse dai regni cattolici dell’epoca.

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All’asilo comunale

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Nel mio piccolo

Nel mio piccolo anche a distanza posso fare molto per combattere la casta dei tassisti (un pericolo non solo per il libero mercato del trasporto pubblico ma anche per il paese visto che hanno un potere coercitivo e politico non indifferente). Infatti ho deciso che da ora in poi nei miei viaggi di lavoro in Italia non prenderò più un taxi, mai più.  E ne prendevo molti.

Inoltre vorrei aggiungere qualcosa alla discussione in rete riportando la mia esperienza qui in UK. Nel Regno Unito i taxi sono una istituzione, un po’ come le Poste della Regina o la BBC. Dei tassisti ti puoi fidare soprattutto quando sono di pakistani, punjabi, sikh e minoranze varie per servizio, efficienza, gentilezza e costo. Certo ogni tanto può capitarti uno stronzo ma poiché ci troviamo in un mercato libero vorrà dire che la prossima volta non chiamerò più quella compagnia. Oops ho detto mercato libero!? Già perché qui posso scegliere il miglior servizio o il prezzo più basso e in questo modo guido il mercato verso servizi e prezzi migliori. Esempio: vivo in un paesino di appena 15000 anime che ha la bellezza di 5 compagnie di taxi più varie compagnie valet taxi. Ogni compagnia fa servizi e prezzi diversi e questo dipende da tante cose: orario, distanza, destinazione, tipo di auto ecc. Un anno fa ho avuto problemi con un tassista e da quel giorno in poi non lo prendo più preferendo altre due compagnie che non sono in competizione perché offrono due servizi diversi: una porta i clienti all’aeroporto, l’altra dalla stazione a casa mia. Se devo fare qualcosa di particolare, come una destinazione nuova o lontana, alzo la cornetta e chiamo 3-4 compagnie e chiedo un preventivo di spesa. Può anche capitare che dica: “Eh ma l’altra compagnia mi fa meno.” e allora si può scendere di prezzo. Eh quel diavolo del libero mercato! Che cosa brutta davvero. Secondo i tassisti italiani che in questi giorni stanno scioperando se ci fosse il libero mercato tutti sarebbero senza lavoro a morire per le strade. Invece qui in UK ci sono 70000 taxi più i valet taxi con numero imprecisato a fronte dei 20000 italiani. E la popolazione inglese e italiana sono identiche, circa 60 milioni.

Quindi per favore tassisti mafiosi, evitate di dire cazzate e imparate dagli inglesi ché almeno su questo hanno molto da insegnare.

Per maggiori dettagli sulla facilità e serietà (si fa anche un corso di bon ton!) per avere una licenza di taxi in UK leggere questo interessante articolo.

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La forza del collettivismo

Un breve post natalizio che dedico a quei 30enni come me non ancora sposati o con figli, visto che molti di voi si ritroveranno intorno alle tavole imbandite per le feste insieme a decine di parenti.

Una delle cose più fastidiose delle mie brevi vacanze in Italia è quando le persone ti fanno le solite domande imbarazzanti tipo: “E tu quando te la trovi una ragazza?” oppure “E voi quando vi sposate?” o ancora “E voi quando avrete un bambino?” e se ne avete già uno vi chiedono “A quando il secondo?”. Tutto questo ovviamente di fronte ai genitori dell’uno o dell’altra giusto per rendere la cosa ancor più imbarazzante.

Le donne vecchie poi scrutano il corpo delle ragazze giovani in cerca di segni rivelatori e se non li trovano, forse per gelosia o cattiveria, le castigano di fronte alle loro madri. Ma la cosa non si limita ai vecchi visto che anche i giovani una volta sposati e con figli ti faranno con sorriso da veterano: “Adesso è il vostro turno eh!”  Magari anni prima venivano redarguiti dai vecchi e si sentivano frustrati allo stesso mio modo ora, ma il fatto stesso che hanno fatto quei “grandi passi” li rende immemori delle loro pene giovanili. Inutile poi far ritornare la memoria ai genitori quando anche loro venivano stressati dalla famiglia per le stesse cose e ora fanno lo stesso coi loro figli continuando la tradizione del “non farsi i cavoli propri” tutta italiana. Tra l’altro sono sicuro che molte coppie si sono lasciate proprio a causa di queste continue domande insistenti, a causa di questo fascismo soft del familismo italiano.

Nessuno si chiede se le persone a cui hai appena fatto quelle domande magari non vogliono sposarsi, oppure non possono o non vogliono avere figli*, o se ci sono problemi di relazione con i genitori della famiglia dell’altro partner. Nessuno si pone questi problemi, l’importante è farsi gli affari degli altri, costringere parenti, amici, vicini a fare quello che loro hanno già fatto e che è “normale” fare in una “società sana”. Perché alla fine è proprio questa la mentalità del collettivismo italiano, antropologico prima ancora che politico: le persone non hanno libertà di scelta e devono sottostare alla volontà collettiva che li vuole eterosessuali, sposati, con figli. La deviazione dalla norma è considerata scandalosa. E questo si ripercuote poi nella politica e sulla legislazione. Per fare una rivoluzione politica bisogna prima distruggere l’abitudine delle vecchie donne italiane di romperti il cazzo con queste domande imbarazzanti. E anche per i giovani: quando vi sposate o avete figli non andate in giro a imbarazzare quelli che non lo hanno (ancora) fatto. Il mondo vi ringrazierà.

*se vi viene voglia di fare la solita domanda “A quando un bambino?” ad una coppia fermatevi e contate fino a 5, poi chiedetevi: e se questa povera coppia non può avere figli? E se ci provano da anni e uno di loro è sterile? Perché devo infilare il dito nella loro piaga? Perché amplificare la loro sofferenza e magari contribuire all’implosione della coppia?

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Un necrologio

Di lui rimarranno le centinaia di frasi taglienti e acute sparse per riviste, video su Youtube e blog di internet e in breve verrà inserito in quelle raccolte di citazioni di personaggi famosi insieme a Voltaire, Bierce, Wilde e Churchill. Le sue frasi, come è normale, verranno usate da chiunque, anche da coloro che aveva sempre odiato e combattuto. Quelle contro gli ebrei verranno usate dai musulmani e dai antimsemiti, quelle contro i musulmani dai cattolici, quelle a favore del socialismo della sua giovinezza dagli statalisti socialisti. Chiunque banchetterà sulle sue ceneri letterarie.

Eppure solo chi l’ha letto durante la sua vita saprà che Christopher metteva nella “[…] colonna dell’odio: dittature, religione, stupidità, demagogia, censura, prepotenza e intimidazione. Nella colonna dell’amore: letteratura, ironia, humor, l’individuo e la difesa della libertà d’espressione.” [*]

Christopher Hitchens, per chi non lo ha conosciuto, è in queste parole. E pochi a questo mondo si sarebbero salvati dalle sue critiche. Per gli altri, per chi lo ha combattuto, maledetto, perfino circuito sul letto di morte per convertirlo al cristianesimo, per tutti questi ominicchi rimarrà un altro “ateo militante” che è morto (una etichetta cretina per grande gioia di tutti i titolisti dei giornali di questi giorni).

Ma chi era veramente Hitchens? Un uomo che semplicemente amava e usava la razionalità, l’unica cosa che secondo lui ci rende umani e liberi.

E basta questo per ricordarmi di Hitchens, nonostante spesso non la pensassi come lui su tante cose, senza etichette o categorie.

Grazie Hitchens, che la terra ti sia lieve.

*”In the hate column: dictatorship, religion, stupidity, demagogy, censorship, bullying, and intimidation. In the love column: literature, irony, humor, the individual, and the defense of free expression.”

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La terza casta

Oltre a essere una delle capitali europee più caotiche che abbia mai visto (solo dopo Atene) Roma ha anche la sfortuna di possedere una delle razze di uomini più meschini e tragicomici che possiate incontrare. Ho a che fare con loro ogni volta che vado a Roma per lavoro. Ogni volta li vedo fuori dall’aeroporto appostati come avvoltoi pronti a piombare sulla preda, insistenti, invadenti come in qualsiasi capitale povera del Medioriente o del Sudest asiatico. Alla stazione Termini (dopo aver viaggiato su uno dei più vergognosi treni navetta che abbia mai visto, il Leonardo Express) e dopo aver attraversato un vero e proprio suk fatto di immondizia, zingari e senzatetto li rivedo appostati ad aspettarmi. Anzi a Termini la cosa è diversa: qui c’è la mafia, con i capoccia che smistano i clienti tra i propri scagnozzi. Ognuno ha il suo territorio e spesso il cliente viene portato da una parte all’altra della stazione per taxi perché in quel momento è come una merce al mercato. “Questo lo prendo io.” “Ma quella non è la tua zona.” “E’ troppo vicino, questo non mi conviene.”

Un tassista romano lo riconosci da chilometri di distanza: è un personaggio uscito da un film di Verdone. All’inizio pensi che lo stia facendo apposta per divertire i turisti ma invece sono fatti proprio così. E’ tutto un “Ahò! Ma te ne voj a na!”, mano sempre sul clacson, li mortacci sempre sulle labbra contro turisti a piedi e pedoni in generale. Passano col rosso a volte, altre sopra il marciapiede se la tipa davanti è “proppio scema”. Poi arriva la comica finale: sul contatore c’è 17 euro e loro ci provano sempre con “facciamo 20?”. Poi la proposta sottobanco: “Ma ce devi tornà a Fiumicino? Se vuoi te ce porto con soli 20 euri ma devi far finta de essere un amico. Te siedi qui affianco a me davanti.” Se solo avessi una microcamera ogni volta che vado a Roma farei certi reportage.

Lo shock per me è ancor più grande perché sono abituato alla gentilezza e professionalità di veri e propri gentlemen al volante qui in UK. Soprattuto pakistani di cui ho un rispetto enorme per la puntualità, gentilezza e onestà.

Quindi c’è poco da meravigliarsi se alla fine l’hanno vinta loro come sempre. Perché anche se la categoria è nazionale sono quelli di Roma che fanno il bello e il cattivo tempo per numero e per mafiosità del loro comportamento. I veri padroni della capitale e abbiamo visto di cosa sono stati capaci per le elezioni comunali. Si parla sempre di caste di politici e di preti che infestano la capitale, ma vogliamo parlare dei tassisti romani?

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Un ragazzo cresciuto in una famiglia innaturale e malata

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La provincia

Pare che in Italia tutti si siano accorti dell’esistenza di Twitter in poche settimane: attori, presentatori, politici e soprattutto i giornalisti che ora ci spiattelleranno i tweet dei personaggi famosi sui giornali. Ci hanno scarcassato i maroni quando hanno scoperto Youtube, poi Facebook ora è il turno di Twitter. Aspettatevi titoli tipo “Il popolo di Twitter dice…”, “E su Twitter e già polemica.”, “E c’è su Twitter chi tuitta che l’assassino è un eroe”. Poi quando uscirà un hashtag tipo #berlusconicrepa o #papaculattone arriveranno le solite Gabrielle Carlucci a dirci che Twitter bisogna chiuderlo e regolamentarlo altrimenti è un Farwest. Ovviamente lo faranno utilizzando i messaggi in bacheca di Facebook, quello che qualche anno fa volevano chiudere per lo stesso motivo. Ma tranquilli arriverà un altro strumento del demonio e le solite Gabrielle Carlucci utilizzeranno un tweet per chiedere la chiusura del nuovo. Provincia, solo provincia.

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