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I demoni

Da qualche settimana sto leggendo “The Darkening Age” (in italiano Nel segno della croce) di Catherine Nixey. Il saggio parla di come i primi cristiani una volta preso il potere nell’Impero romano distrussero sistematicamente l’arte scultorea, il teatro, la filosofia, insomma tutte le arti e le scienze pagane dell’epoca. Una parte della storia che gli storici (e i libri di scuola) fanno finta che non sia mai accaduta. Tanta carne al fuoco e non mi basterebbe un post per riportare tutto quello che vi e’ scritto e documentato. Un terzo del saggio e’ fatto di note, referenze e bibliografia. E la cosa più incredibile e’ che la maggior parte della documentazione di questa distruzione sistematica non e’ di parte pagana (quella fu distrutta per prima), ma cristiana. Sono gli stessi autori cristiani che si vantano di aver distrutto quel tempio, di aver messo a fuoco quella biblioteca, di aver squartato un sacerdote o la filosofa Ipazia. Quindi non ci sarebbe neanche spazio per accuse di parte perché basterebbe la biblioteca vaticana a darci le prove di quello che e’ successo. Alcune cose mi sono rimaste impresse e le elencherò qui di seguito.

I demoni dentro le statue: vi sarete sicuramente accorti passeggiando nei musei di arte antica di come le sculture abbiano sempre il naso rotto, mancante o ricostruito. Ho sempre pensato che fosse per il fatto che si trattasse della parte più delicata. E invece, ci raccontano gli storiografi cristiani, si trattava di premeditato vandalismo. Quando dopo Costantino la chiesa prese le redini del potere e i sacrifici agli dei furono vietati orde di monaci e/o di jihadisti cristiani guidati dai vescovi incominciarono a distruggere i templi greci e romani e a saccheggiarli. Le statue degli dei furono ovviamente i loro obiettivi prediletti. Ma qui viene il bello di cui io ero all’oscuro: i primi cristiani non distruggevano le statue pagane perché erano blasfeme, andavano contro la dottrina del monoteismo ecc., insomma per lo stesso motivo per cui l’ISIS oggi distrugge i templi in Medio Oriente. No, il motivo era molto più banale: pensavano che le statue contenessero dei demoni. Credevano che gli dèi fossero dei demoni e che questi involucri di pietra fossero un modo tramite il quale potessero passare dall’Olimpo alla Terra.

“Le statue, il luogo dove dimoravano i demoni, soffrirono alcuni degli attacchi peggiori. Non era abbastanza abbattere una statua poiché il demone che vi risiedeva al suo interno doveva anche essere umiliato, disonorato, torturato, smembrato e reso impotente. Un trattato ebraico noto come Avodah Zarah forniva istruzioni dettagliate su come profanare in modo idoneo una statua. La si poteva maltrattare <<tagliando la punta delle sue orecchie, del naso o delle dita, oppure picchiandola>>.”

Dall’agiografia di Porfirio, vescovo di Gaza: “il demone che abitava presso la statua veniva fuori dal marmo con grande confusione, facendo cadere la statua e spaccandola in molti pezzi.”

Qui non parliamo di iconoclastia perché si peccava di politeismo, blasfemia ecc. Qui parliamo di cristiani che credevano negli dèi pagani, di cui avevano terrore e che volevano distruggere e umiliare. Erano veri e propri politeisti ma non accettavano la competizione pagana. E usavano rituali magici come il taglio del naso e delle orecchie o la decapitazione delle statue come strumenti per umiliarli e mandarli via dalle sculture. A causa di questa isteria collettiva si pensa che abbiamo perso il 90% delle opere scultoree antiche. Molte sono sopravvissute (senza nasi) solo grazie al fatto che venivano riciclate come materiale da costruzione per palazzi e chiese. Oppure perché una volta decapitate venivano buttate in discariche.

I santi distruttori: alcuni dei santi più famosi oggi come San Martino e San Benedetto da Norcia (fondatore del monacheismo) furono essi stessi vandali e andavano di villaggio in villaggio per le campagne a mettere a ferro e fuoco templi, altari, sculture e boschi sacri. San Marcello distrusse il tempio di Zeus ad Apamea. San’t Agostino nel 401 d.C. diede ordine di distruggere i templi di Cartagine in cui morirono anche 60 persone. Immaginatevi se dopo cento anni il califfo dell’ISIS Al Baghdadi venisse fatto santo per aver distrutto i templi di Palmira in Siria e Ninive in Iraq. La Palmira distrutta dall’ISIS qualche anno fa fu distrutta dai cristiani 1700 anni prima. Il tempio di Atena con la sua statua ciclopica fu quasi interamente raso al suolo. L’ISIS semplicemente ha finito l’opera di distruzione che il cristianesimo aveva incominciato.

I numeri: alla fine del IV secolo solo il 10% dell’Impero era cristiano. Un secolo dopo il 99%. In cento anni i cristiani riuscirono a prendere il potere, a distruggere l’intera produzione di arte e filosofia pagana. Si calcola che solo il 10% dei testi greci sia arrivato a noi e meno del 10% di quelli latini. E quelli che sono sopravvissuti sono stati redatti e censurati da chi, oggi, consideriamo come i salvatori della cultura classica, ovvero i monaci medievali amanuensi. Ma parlare della Chiesa come “salvatrice” della cultura classica suona oggi come una barzelletta. Non solo fu la Chiesa stessa a distruggere le opere classiche, a vietarne la riproduzione per secoli ma quelle poche che hanno “salvato” furono censurate e redatte. Sono sopravvissute solo quelle opere che i censori consideravano vicine al cristianesimo.

Ecco, la prossima volta che passeggerete in un museo guardate a quei nasi mancanti o ricostruiti e ricordatevi di come dei selvaggi monaci di 1700 anni prima distrussero quella statua pensando che dentro ci fosse un demone da umiliare.

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Sardi di Allah

“Li turchi, mamma li turchi!”

500 anni e questa frase echeggia ancora nella nostra quotidianità. 500 anni fa furono plasmate la geopolitica, la demografia e perfino le paure del Sud Europa. Se noi siamo quello che siamo oggi è a causa di una serie di casi della Storia che ebbe luogo nella lontana Costantinopoli nel 1453.

L’Impero Romano d’Oriente in declino a causa delle continue invasioni turche, veneziane e dei crociati crolla sotto l’impeto delle truppe ottomane nel 1453. Nel frattempo Colombo cerca un’altra via per by-passare proprio l’appena conquistata Costantinopoli per il controllo della via della seta verso Oriente. Paradossalmente fu proprio la conquista di Costantinopoli a mettere le basi del declino del futuro impero ottomano, perché gli europei scapparono verso Occidente abbandonando il Mediterraneo e cancellando la via della seta. L’Impero Ottomano, erede dell’impero romano d’oriente e quindi anche del mondo greco, si espande in tutto il Mediterraneo, Balcani e Nord Africa. Baleari, Sicilia, Sardegna sono lambite dalla sua influenza e diventano il confine tra l’Europa cristiana e quella musulmana. Una trincea fatta di porti, baie e scogli dove si gioca il futuro del Mediterraneo. La Sardegna, prima di Colombo, rappresentava uno dei punti strategici per il controllo del Mediterraneo. Chi controllava la Sardegna controllava il Mediterraneo occidentale. Eppure non ci furono mai tentativi da parte degli ottomani per la sua conquista. Si trattava di mantenere le sfere d’influenza, soprattutto coi francesi, alleati dei turchi contro gli spagnoli. Francesi che puntavano alla distruzione del potere genovese e spagnolo sul Tirreno.

E’ in questi anni che incominciano le “corse”, ovvero gli assalti organizzati dei saraceni del Nord Africa sulle coste sarde. I corsari non erano pirati, ma assaltatori organizzati e legalizzati dall’Impero Ottomano. Una percentuale delle loro scorribande andava infatti alla Sublime Porta ad Istanbul (l’ex Costantinopoli). E le corse erano regolarizzate e finanziate da decine di protagonisti, molti dei quali erano ricchi mercanti europei o turchi. In quelle felucche c’erano molti berberi (i mori), alcuni turchi da tutte le province dell’impero e perfino europei rinnegati. Anzi molte delle corse venivano organizzate grazie alle informazioni di sardi, siciliani, calabresi e campani scappati dall’Europa cristiana e convertiti all’Islam, che indicavano villaggi costieri, baie riparate e chiese da saccheggiare. Molti dei rinnegati chiedevano asilo dai turchi perché scappavano da persecuzioni religiose in Europa. Basti pensare che in questo periodo ci fu la cacciata degli ebrei nei territori dell’Impero Spagnolo, l’Inquisizione dilagava dove gli ispanici controllavano il territorio e la Controriforma affilava le lame in tutta l’Europa cattolica. Insomma molti ebrei e cristiani trovarono rifugio proprio dal nemico turco che in cambio, se convertiti (spesso solo di facciata), li premiava con denaro, posti di comando e perfino di reggenza. Così capitò con Hassan Agha, un pastorello sardo che fu rapito mentre si faceva un bagno nelle spiagge dell’Asinara. Si dice che il Barbarossa*, comandante supremo della flotta ottomana, si innamorò della sua bellezza. Lo fece evirare e fu il suo protetto fino a quando non gli affidò la reggenza di Algeri, capitale di uno stato “barbaresco” del Nord Africa alle dipendenze di Istanbul. E fu proprio il sardo Hassan a sconfiggere l’assedio di Algeri di Carlo V.

Questo dei rapimenti con lo scopo di ottenere un riscatto era un business che dava molti soldi un po’ a tutti. Ai corsari, ai turchi e agli intermediari europei (francesi, veneziani e genovesi). Chi ne pagava le spese erano ovviamente i rapiti, soprattutto sardi, siciliani, campani e calabresi. Quando Carlo V liberò Tunisi si dice che furono liberati 1120 sardi dalla prigionia. Una cifra enorme considerato che la popolazione sarda all’epoca contava appena 200.000 anime! Si stima che i sardi rapiti in quel periodo furono tra i 2000 e i 3000. Quasi l’1% della popolazione sarda. Questi sardi, quando non riscattati dalle famiglie, venivano venduti come schiavi in tutto l’Impero. Quindi possiamo dire che c’è un po’ di Sardegna (e di malattie endemiche) in tutto l’Impero Ottomano. Spesso nel Sulcis (sud-ovest dell’isola) ci si lamenta con raccapriccio (e molto razzismo) dei geni dei mori che sono ancora presenti nella popolazione, i cosiddetti maureddinus, o maureddus. Appunto i mauritani, i mori. Nati probabilmente dagli stupri dei corsari nelle incursioni della costa. In realtà come abbiamo visto i corsari erano di varia etnia, spesso europea o greca, ma anche se fosse l’apporto genetico moresco (che non ho ancora capito in cosa consista visto che il nord africa è stato per millenni fenicio, romano e quindi cosmopolita!) sarebbe infinitesimale, perché non ci fu mai conquista né colonizzazione moresca.

La cosa interessante invece è che spesso accusiamo i turchi di schiavismo, pirateria ecc. ma gli spagnoli e i sardi non furono da meno. Infatti Cagliari in quel periodo divenne un mercato di schiavi turchi e mori molto vivace. E i signorotti sardi facevano a gara per ottenere i migliori schiavi per le proprie terre. Soprattutto per la coltivazione del grano nel Campidano o nelle miniere sulcitane o per la costruzione. Molti di questi negli anni venivano liberati (grazie ad alcune leggi spagnole più clementi) e il loro pool genico entrava a pieno diritto in quello sardo.

Concludendo, spesso abbiamo guardato all’impero ottomano da lontano quasi pensando che ci fosse un confine ermetico tra nord e sud del Mediterraneo. In realtà molti europei si fecero turchi, ovvero si convertirono all’Islam e lavorarono per l’Impero Ottomano, alcuni trovarono anche fortuna e furono determinanti nella sconfitta contro gli stati europei. Nel caso specifico c’è un po’ di Sardegna in Nord Africa e un po’ di Nord Africa in Sardegna** e la storia fu più complicata e affascinante di come ce la descrivono nei libri di storia.

*di origine greca.

**perché, ci fu mai un periodo in cui Nord Africa e Sardegna non furono in comunicazione (a parte quello odierno)? Kar era fenicia e poi Cartaginese. Divenne Karalis con i romani che unirono le due sponde del Mediterraneo grazie al “ponte sullo stretto” sardo. Solo oggi i due mondi sono separati, solo oggi il Mediterraneo ha un muro impenetrabile.

Referenze:

Antonio Mattone Storia dei sardi e della Sardegna: dagli Aragonesi alla fine del dominio spagnolo, Jaca book.

Romanzi:

Massimo Carlotto, Cristiani di Allah, edizioni e/o

Wu Ming, Altai, Einaudi.

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