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Regionalismi da asporto

Per chi (come molti miei lettori non sardi) non lo sapesse  i sardi hanno un complesso d’inferiorità non da poco con il resto degli italiani e una tendenza senza eguali a fare paragoni con il resto delle regioni. L’isola più distante (più vicina all’Africa che all’Italia) del paese è vista come una sorta di colonia dal resto degli italiani e nella testa dei sardi convive la paradossale doppia natura della voglia di separatismo e della voglia di sentirsi accettati. Questo vale anche e soprattutto per la lingua. In Sardegna ci sono varie lingue: sardo campidanese, sardo logudorese (considerate varianti del sardo ma che per me poiché inintelligibili tra loro sono lingue separate), le lingue derivanti dal toscano tramite corso come gallurese e sassarese, algherese (variante catalana), tabarchino (dialetto ligure) e ovviamente l’italiano. L’italiano è tra queste l’ultima lingua ad essere approdata in Sardegna. I Savoia imposero l’italiano alla classe burocratica e nobiliare sarda ma il primo vero tentativo di diffusione di massa dell’italiano nell’isola lo si deve prima al fascismo e poi alla scolarizzazione di massa del Dopoguerra. Significa che i sardi hanno dovuto imparare una lingua imposta dall’alto in due generazioni con tutte le difficoltà del caso: calchi dal sardo in italiano sono infatti innumerevoli che a loro volta sono calchi dal castigliano e dal catalano. I sardi delle campagne spesso con un vocabolario minimo di italiano hanno dovuto attingere alla loro lingua madre, il sardo, per esprimere parole che non conoscevano in italiano, creando un melting pot.

E infatti oggi esistono due italiani: quello standard e quello regionale. Pochissimi, se non gli addetti ai lavori di linguistica e quelli che come me vivono all’estero, parlano italiano standard (diciamo meno dell’1%). Per il resto i sardi parlano una versione regionale dell’italiano senza esserne consapevoli. Anch’io prima di stare all’estero a contatto con italiani di altri regioni usavo molti termini regionali senza rendermene conto. La natura isolana della Sardegna e le percentuali risibili di immigrati dal continente infatti precludono al sardo di distinguere tra regionalismi e italiano standard. Non aiuta il fatto che la maggior parte degli insegnanti nelle scuole sia sardo e quindi la scuola non corregge, anzi rinforza ancora di più la convinzione nei sardi che il loro italiano sia standard. E però da quando sono all’estero a contatto con centinaia di italiani – forse il Regno Unito è il posto dove si possono incontrare più facilmente nello stesso luogo tutti i rappresentanti delle regioni italiane – mi sono reso conto che si’ i sardi non parlano italiano standard ma la cosa vale egualmente se non di più per le altre regioni. Come è possibile? Si chiede il giovane sardo emigrato. Comprensibile e giustificabile per i sardi per le difficoltà geografiche e storiche della Sardegna ma come è possibile che pure a Roma e a Napoli nessuno parli italiano standard? E anche per questi come con i sardi, senza rendersene conto? Poi mentre parli con loro ti rendi conto che veramente pochi hanno abitato fuori dal loro paesino di provenienza, addirittura meno fuori dalla propria regione. Tra sardi si sognava da ragazzini: se fossi al nord Italia andrei ogni fine settimana in Francia o in Svizzera! Beati i continentali che possono andare a vedere tutte le città d’arte italiane! E invece ho conosciuto liguri che non avevano mai attraversato il confine con la Francia, milanesi che non sono mai andati in Svizzera o a Roma. Veneti che non sono mai andati al di sotto di Roma. E poi sono i sardi a lamentarsi della continuità territoriale! E allora mi sono resto conto che la Sardegna non è l’unica isola linguistica e geografica in Italia: ce ne sono ben 20. E che anzi, nonostante gli handicap isolani, l’italiano regionale sardo sia uno dei più vicini all’italiano standard (chiaro, non il migliore). E questo è anche provato dal fatto che per un sardo scoprire di aver sempre sbagliato un termine in italiano sia motivo di vergogna mentre per altri italiani sia naturale o addirittura motivo di orgoglio.

Ma i regionalismi, quali che siano, hanno eguale dignità alle lingue o sono solo storpiature della lingua standard? Io sono dell’opinione che i regionalismi possano avere pari dignità a patto che escano dal recinto regionale, siano usati da una buona fetta della popolazione e siano originali (diventando da regionalismi dialettismi). Cosa significa, originali? Significa termini che non hanno equivalente in italiano ma che solo il regionalismo può rendere. Spesso importiamo anglicismi (forse troppi senza motivo recentemente) di termini che non hanno corrispettivo in italiano come feedback, spelling, email, computer ecc. Negli anni lo abbiamo fatto coi dialettismi come dal siciliano (abbuffarsi, mattanza, omertà, minchia, minchione) e veneto (marionetta, ballottaggio, pantaloni ecc.) per fare solo due esempi, perche non farlo anche dall’italiano regionale sardo? Tra i tanti ve ne elenco solo tre:

  1. scramentare: calco dal sardo scramentai a sua volta calco dal castigliano escarmentar che significa “apprendere dagli errori passati per non farli di nuovo” o “sbagliando si impara”. Questo meraviglioso iberismo passato al sardo sarebbe perfetto in italiano.
  2. uso del gerundio al posto dell’infinito: per “ho visto i bambini mangiare (mentre mangiavano)” un sardo direbbe “ho visto i bambini mangiando”, calco dal sardo “appu biu is pippius pappendi”. Costruzione tipica delle lingue iberiche e in parte dell’inglese (verbi che finiscono in -ing) che per un caso non si e’ adottato pure in italiano. Ora, se ci sono 750 milioni di persone al mondo che usano il gerundio in questo modo ci sarà un motivo? Comodo, veloce, trasmette un senso temporale che l’infinito non può. Il numero dei parlanti al mondo ne giustifica il prestito all’italiano.
  3. non fare: “non fa!” lo sentirete spesso solo in Sardegna ma i sardi pensano sia italiano. Viene dal sardo “non fairi” e significa “non si può”. E’ una espressione cosi efficace che tutti i continentali che conosco che vivono in Sardegna lo hanno adottato immediatamente, segno che e’ arrivato il tempo di contaminare il resto del continente con questa bellissima espressione dell’italiano regionale sardo.

I regionalismi sono una fonte inestinguibile di nuovi termini e anzi spesso ci rammentano di termini antichi ormai desueti o aulici che nell’italiano odierno sono scomparsi. Faccio alcuni esempi di parole italiane oggi scomparse ma ancora presenti nell’italiano regionale sardo:

  1. andito: dal latino medievale anditus, termine ormai usato quasi esclusivamente in Sardegna per indicare corridoio.
  2. imperiale: si usava per indicare il portabagagli sopra il tettuccio nelle carrozze. Oggi traslato in Sardegna per indicare il portabagagli sopra il tettuccio delle auto.
  3. cinto: direttamente dal latino e sinonimo di cintura.
  4. braghetta: come sinonimo di zip, deriva dall’apertura anteriore dei pantaloni con bottoni di qualche secolo fa.
  5. cacciare: nel senso di vomitare che deriva dall’accezione di cacciare che indica “far uscire fuori” come nel “cacciar fuori”.
  6. mischino: da meschino nel senso di persona infelice, sfortunata. Usato anche in Sicilia e in Veneto.
  7. arsella: sinonimo di vongola verace dal latino arcella, piccola scatola.

 

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