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Orrore geometrico

“For every equation, every formula in the superficial world, there is a corresponding curve or solid. For irrational formulas, for my √-1, we know of no corresponding solids, we’ve never seen them . . . But that’s just the whole horror – that these solids, invisible, exist. They absolutely inescapably must exist. […] And if we don’t see these solids in our surface world, there is for them, there inevitably must be, a whole immense world there, beneath the surface.”

We di Yevgeny Zamyatin

Prima di questo passaggio nel romanzo distopico We di Zamyatin l’unica volta in cui avevo sentito parlare di orrore derivato dalla geometria fu in Lovecraft. Ne Il richiamo di Chtulhu i protagonisti sono terrorizzati dalle forme e dagli angoli assurdi della città di R’Lyeh che sorge dal mare. Le geometrie vengono definite non-euclidee e creano sconcerto, nausea e appunto orrore puro. Non ho potuto fare a meno di pensare a Lovecraft quando ho letto questo pezzo. E’ possibile che sia solo un caso che i due autori contemporanei abbiano associato alla geometria la categoria dell’orrore. Oppure Lovecraft ha letto Zamyatin? Possibile ma alquanto improbabile. Quindi direi che l’unica soluzione, a parte il caso, è che in quel periodo, in quel ventennio qualche trattato scientifico, matematico o geometrico abbia avuto un certo successo di pubblico generalista. Lovecraft cita Einstein in alcuni suoi racconti e sicuramente l’impiegato svizzero dai capelli bianchi fluenti aveva incominciato a minare alle basi le più grandi convinzioni della fisica e del mondo proprio in quegli anni. Reimann e la sua geometria non-euclidea sono della seconda metà dell’800 e fece un certo scalpore all’epoca, ma qui parliamo di 70-80 anni dopo. Insomma mi dovrò rassegnare: è solo una coincidenza ma per poche ore è stato bello fare delle congetture tra l’opera di Lovecraft e di Zamyatin. Per chi volesse sapere di più di quest’ultimo e del suo romanzo distopico semisconosciuto ma che servì a Orwell per la stesura di 1984 potete andare qui. Buona lettura.

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Newlovecraftianism

[…] “Why aren’t the gods doing anything?” Remember two things. The gods don’t owe us anything. That’s not why we worship. We worship because they’re gods. This is their universe, not ours. What they choose they choose and it’s not ours to know why.”

[…] We cannot see the universe. We are in the darkness of a trench, a deep cut, dark water heavier than earth, presences lit by our own blood, little biolumes, heroic and pathetic Promethei too afraid or weak to steal fire but able still to glow. Gods are among us and they care nothing and are nothing like us. This is how we are brave: we worship them anyway.

China Miéville, Kraken, 2010

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