Archivi del mese: maggio 2013

Dell’invidia e della rottura dell’armonia della comunità

Torno in Sardegna e mi colpiscono due storie apparentemente scollegate ma che raccontano più di ogni altra cosa la mentalità di questa isola dal futuro condannato.

La prima riguarda un postino di un paese, Mores, che è stato scoperto mentre accumulava da 4 anni 4 quintali di posta mai consegnata. Rischia 3 anni di carcere ma il paese lo ha subito difeso con la più classica delle arringhe popolari difensive “E’ una brava persona”. Il sindaco vuole perfino reinserirlo nella società. Un famoso scrittore sardo, Marcello Fois, ha pure intonato un poema epico sul Corriere in suo onore.

Questo episodio ci insegna che: il crimine non viene punito se si è appartenenti al clan – fosse stato di un paese vicino o del Continente avrebbero issato il cappio in piazza. Facili a a perdonare il vicino, facili ad impiccare lo straniero. Inoltre che in quest’isola non esiste l’assunzione della responsabilità, non esiste la libera scelta individuale ma sempre e comunque bisogna trovare l’approvazione della comunità per ogni atto compiuto. L’individuo è totalmente sottomesso alla collettività che può punirlo o perdonarlo.

Il secondo episodio riguarda un atto vigliacco ma molto comune in quest’isola: l’attentato incendiario. Un classico che non tramonta mai che colpisce in genere vittime giovani o estranee al paese. In tutti e due i casi persone che portano qualcosa di nuovo nella comunità. Il caso di oggi, ma ripeto si tratta di atti vandalici giornalieri, è un pub di Mamoiada che 4 ragazze avrebbero dovuto inaugurare questo sabato. Un’attività anomala e troppo moderna che avrebbe sicuramente rovinato l’armonia bucolica della comunità sarda tanto acclamata da persone come un Marcello Fois per dire. Infatti rispetto ad altri attentati di tipo mafioso del resto d’Italia (mancato pagamento pizzo, vendetta tra cosche ecc.), i moventi sardi fanno parte di categorie tutte locali: invidia, paura del nuovo e distruzione dell’armonia bucolica. Non è raro infatti in Sardegna sentire i propri parenti smontare i sogni dei più piccoli con frasi come: “Ma chi te lo fa fare?” ; “Si è sempre fatto così, perché devi cambiare?” ; “Non ce la farai mai.” ; “Invece di fare di testa tua perché non chiedi aiuto a X (per x si intende qualsiasi parente, amico o amico di amici che ha un’attività a cui elemosinare un lavoretto)”.

Questo episodio ci insegna che nell’isola qualsiasi attività imprenditoriale che porti qualcosa di nuovo è destinata a fallire perché collegata all’episodio di prima del postino: la comunità decide per l’individuo e se l’individuo pensa per se stesso è condannato.

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Alcuni pensieri sulla sperimentazione animale

Vorrei ritornare brevemente sull’argomento sperimentazione animale, a freddo, con più calma. E vorrei farlo mettendo a nudo i miei sentimenti, di ricercatore certo ma anche e soprattutto di persona con un discreto livello di sensibilità. Verso il dolore, verso la morte, verso il prossimo.

Credo che quello che possa dividere me da un animalista medio sia la percezione della vita come un’inevitabile strada verso la morte. E’ difficile generalizzare e non sarebbe giusto nei confronti di chi invece esce da questo mio stereotipo ma nella mia esperienza di vita questi sono i sentimenti che ho riscontrato nei cosiddetti animalisti: la vita è sacra, la morte è inaccettabile, tutti gli esseri viventi sono uguali, la sofferenza non dovrebbe esistere.

Sono convinto che molte delle persone che sono contro la sperimentazione animale non abbiano ancora raggiunto un equilibrio con la morte. Non si siano rassegnati – no rassegnarsi non è il verbo giusto ma ora non mi viene in mente altro – all’inevitabilità della morte. Il ciclo della vita-morte, viviamo della morte di altri esseri, muoriamo per la vita di altri esseri. Il ciclo del carbonio lo chiamano, non facciamo altro che trasferire queste catene organiche con milioni di C e H da un essere ad un altro, in un immenso fiume organico che dalla polvere ci porterà di nuovo alla polvere. Niente si crea dal nulla e nulla si distrugge. Vivo del C di un’ameba mangiata milioni di anni fa e l’H viene dal batterio morto un miliardo di anni fa. Non c’è scampo: se vuoi vivere devi appropriarti del C e dell’H di qualcos’altro. E che tu lo faccia tramite animale o una pianta non cambia nulla: le catene di C della pianta sono state parte di un animale e prima ancora di un altro. Le radici crescono sul sangue di miliardi di atroci omicidi e silenziose tragedie.

La morte quindi è una cosa normale, banale, giusta per giunta. Dovrebbe esserlo ma non lo è per molti che sono vissuti in una generazione cittadina, anestetizzata, ripulita dalla morte. Dove il morto si nasconde agli occhi dei vivi e viene spedito in celle frigorifere, dove preleviamo dalle celle frigorifere fette di carne senza vedere la morte o la macellazione. Non esistono ambientalisti in campagna, non esistono animalisti tra i pastori. Esistono solo nelle città.

Ho tolto la vita certo, ma questo non mi rende più mostruoso di chi ogni giorno si ciba di cadaveri ben serviti sul proprio piatto uccisi da qualcun altro. O di chi mangiando delle verdure pensa che siano cresciute senza conoscere il sangue e la morte di qualche altro essere.[*] Ho tolto la vita e l’ho fatto con estremo rispetto e cura. Non ho mai sprecato la vita a cui ho tolto il respiro e ho sempre insegnato ai più giovani questo rispetto. Religioso rispetto. Ringraziare il prossimo per il sacrificio.

Non mi aspetto che tutti possano comprendere queste parole ma se c’è qualcuno là dietro la tastiera che legge e non è ancora convinto chiedo la pazienza di aspettare ancora perché ho in serbo degli esempi più pratici.

In laboratorio si ricrea l’eterno ciclo della vita e della morte, esattamente come in natura. I topi vengono uccisi, i topi vengono fatti accoppiare, i topi vengono nutriti, i topi vengono usati. Sarebbe da stolti pensare che un topo non venga ucciso o non venga mangiato in natura. In natura non funziona così, non è sterilizzato come nelle società moderne dove la morte non si vuole vedere. I topi sono roditori e come tali sono destinati al nutrimento di altri animali. La vita media di un topo in natura è di tre mesi, in un laboratorio di 2 anni. Un topo è continuamente cacciato, maltrattato, smembrato, ucciso da altri animali; alla continua ricerca di cibo se sopravvive alla caccia spesso muore di malattie o di freddo. Da questo punto di vista il topo di laboratorio è un privilegiato con temperature e cibo costanti, livelli di stress minimi e abnormi rispetto al mondo reale. Molti si riproducono, altri non arrivano all’età adulta, ma veramente pochi conoscono la paura, la sofferenza, la fame, la malattia. Ma non è un paradiso è alla fine arriva il momento della morte. Ma invece di finire nelle fauci di un gatto o un serpente per estrarre le catene organiche di C e H, possiamo usare il suo corpicino per altri scopi. Per capire come funziona la vita, per sconfiggere il dolore, per debellare le malattie. Non solo per noi stessi ma anche per altre specie, incluso Mus musculus.

Da una parte abbiamo un topo in natura che morirà nel giro di tre mesi forse sotto atroci sofferenze, dall’altro possiamo scegliere di fargli avere una vita tranquilla e senza stress per poi chiedergli indietro la vita senza sofferenze. Cosa scegliereste se foste un topo? Non è forse un buon accordo tra le parti? Ti allungo la vita e non ti faccio conoscere la sofferenza, quando muori utilizzo le tue cellule per salvare altre vite. Il ciclo del carbonio è alterato ma è pur sempre lo stesso identico eterno ciclo. La Signora con la falce arriva ma solo quando lo decidiamo noi.

Il problema quindi per me non è la morte di per se stessa, che è normale e che accetto, ma il dolore. A parte rarissimi casi la maggior parte degli animali viene semplicemente uccisa per prelevare cellule o organi e questo viene fatto sempre, assolutamente sempre sotto anestesia.

Con tutto questo in mente alla fine un uomo può fare una scelta: razionale ma anche e soprattutto etica. Una volta che si hanno davanti tutti i pezzi del puzzle della vita su questo pianeta ci si rende conto che spesso le scelte che paiono più atroci sono paradossalmente le più caritatevoli. Non pretendo di avere l’ultima parola e neppure di avere in mano tutti i pezzi di questo immenso puzzle ma prima di aprire bocca e prima di giudicare gli altri bisognerebbe fermarsi cinque minuti e pensare.

[*] Per ogni ettaro di terreno coltivato a graminacee vengono uccisi 100 topi, graminacee che poi vengono utilizzate anche per i mangimi dei topi che gli animalisti hanno salvato dai laboratori.

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Siamo fatti per essere poliglotti

Brueghel-tower-of-babelSi fa tanto un gran parlare recentemente riguardo alla predominanza della lingua inglese sulle questioni internazionali, nella tecnologia, nell’istruzione e in generale nei media. Ovviamente chi ne parla porta avanti un discorso di protezioninismo della lingua nazionale contro l’invasione della lingua inglese. Fanatici di tutto questo sono per lo più i francesi ma anche in Italia non si scherza.

La lingua inglese è la lingua della tecnologia, della globalizzazione, del commercio, dei nuovi media e non poteva che essere così per questioni storiche e pratiche. Così come fu il turno del latino, del greco, dell’italiano, del francese ecc. Chi domina politicamente e tecnologicamente un periodo storico si troverà la propria lingua come ponte tra le varie culture, come una lingua franca. Se la guerra l’avessero vinta i tedeschi ora staremmo a parlare il tedesco. Quindi zitti che ci è andata bene.

Ma nessuno si è resto conto che l’umanità sta riscoprendo qualcosa che aveva perso nei secoli passati a causa della nascita degli stati nazionali: il bilinguismo. Fin dalla nascita delle civiltà in Mesopotamia, Egitto e Vicino Oriente l’uomo ha sempre parlato una o più lingue. Quella del dominante e quella del dominato. Nei grandi imperi del passato la lingua della capitale era essenziale per sopravvivere. E non parlo solo delle classi più agiate. Per esempio nell’impero romano i soldati provenivano dagli angoli più remoti dell’impero ma dovevano ricevere gli ordini in latino. I commercianti di Damasco dovevano conoscere il siriano, il greco, il latino e perfino un po’ di arabo. A Roma se si voleva salire la scala sociale si dovevano leggere i testi greci in originale. Gli abili navigatori fenici dovevano conoscere le lingue franche in tutti i porti in cui approdavano: greco, latino, egiziano e ovviamente la lingua fenicia. Nell’impero Austroungarico ungheresi, sloveni e serbi dovevano imparare il tedesco. Nell’impero Ottomano se un berbero dell’odierna Libia voleva commerciare con Istanbul doveva prima parlare l’arabo poi il turco. Gli armeni incastonati tra turchi e persiani dovevano imparare turco e farsi e visto che c’erano un po’ di curdo.

E posso continuare così all’infinito. Questo solo per dire che dobbiamo mettere tutto in prospettiva. La generazione dei nostri padri è stata quella più monoglotta degli ultimi cento anni – a causa del lascito della formazione dello Stato nazionale e del fascismo- e solo ora ci stiamo riappropriando del bilinguismo che ci è tanto naturale. La poliglossia dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione. Non solo perché ti permette di vincere in un mondo sempre più difficile ma anche e soprattutto perché ci rende più intelligenti e più aperti verso le novità e il prossimo.

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Sugli incresciosi fatti accaduti al CNR di Milano

green hillAlcuni di voi avranno senza dubbio sentito del commando di animalisti che è entrato al CNR di Milano per liberare centinaia di topi e ratti da laboratorio. Si tratta dell’associazione “Fermare Green Hill” famosa per quello che accadde mesi fa con la liberazione dei beagle della Green Hill. Non ho alcuna voglia e tempo di impostare questo post con tutte le giustificazioni razionali che mi possono venire in mente riguardo alla sperimentazione animale. Ci sarà sicuramente tempo in futuro per parlare della mia posizione in merito. Semplicemente elencherò quello che succederà agli animali che sono stati liberati:

1) al contrario di quanto si possa immaginare gli animali da laboratorio devono stare per legge in condizioni ottimali con temperatura, livelli di umidità e illuminazione costanti, aria filtrata e priva di contaminazioni ambientali, il più basso livello di stress possibile (si cammina quasi in punta di piedi nello stabulario), gabbie pulite e autoclavate ogni giorno, cibo e acqua in quantità e nel caso della soppressione anestesia e eutanasia. Insomma un topo da laboratorio riceve più cure del vostro cane a casa e ha perfino la vita più tranquilla di molti esseri umani.

2) Ora immaginate cosa può succedere ad un animale abituato a stare in un ambiente così tranquillo e con condizioni ambientali così costanti per generazioni una volta che viene esposto al mondo, quello vero. La maggior parte di questi animali sono albini, la luce può fargli male o accecarli; altri sono geneticamente immunodepressi e basterebbe il vostro respiro per ucciderli; molti sono transgenici e sono knock-out per importanti geni implicati in funzioni vitali che senza le adeguate cure sono condannati a morte certa e dolorosa; altri ancora non sopravviveranno nelle gabbie sudice dei loro nuovi padroni a causa della fragilità dei loro metabolismi abituati a condizioni costanti.

E’ assolutamente shoccante che nessuno abbia arrestato questi criminali, che nessuna voce si sia levata contro uno scempio del genere per la ricerca, i ricercatori e per gli stessi animali. Ma su questi temi sensibili l’opinione pubblica è al 100% con questi terroristi. Ed è ancora più shoccante dover leggere le parole di uno di questi animalisti:

Di cosa si occupa il laboratorio?
Non lo sappiamo ancora, dentro abbiamo trovato schede e schedari, li dobbiamo esaminare, per ora non so dirti niente di preciso.

Il ragazzo non sa neppure dove è entrato. Sarebbe potuto essere un laboratorio di comportamento per esempio dove in genere non viene soppresso alcun animale. Ma che ce ne importa?

Tipo? Avete qualche idea su ricerche alternative? Ne esistono?
No, non lo so. Non ci riguarda. Noi non parliamo del punto di vista scientifico, anche perché nessuno di noi è laureato in materie scientifiche. A queste domande lasciamo rispondere gli esperti, laureati che hanno molta più credibilità di noi. Noi diciamo che nessun essere vivente deve essere trattato come schiavo per il bene dell’uomo. Non c’è una specie superiore.

Nessuno di loro è laureato in materie scientifiche. Ovvio altrimenti non parlerebbero di ricerche alternative, una sorta di Santo Graal cercato da chi… non è laureato in materie scientifiche. Sarà per caso questo il motivo?

Avete dei rapporti con le associazioni pro-ricerca?
No, non ne abbiamo mai avuti. Noi la mettiamo sul piano etico e loro rispondono sul piano scientifico, e a noi non va bene. È una discussione che non possiamo e non vogliamo affrontare.

Non esiste alcuna discussione perché siete dei fanatici che non capite un cazzo di vita, biologia e benessere degli animali come si vede dalla foto in cui tenete quel povero coniglio in braccio. Quei conigli sono così delicati che abbracciarli in quel modo potrebbe fargli venire un infarto. Tra l’altro gli avete “spalmato” tanti di quegli antigeni che quel coniglio è spacciato comunque.

Una cosa mi fa sorridere di tutta questa vicenda: non posso non pensare alla faccia di questi animalisti quando porteranno questi conigli e i topi dal veterinario per cercare di salvarli da tutte le complicazioni che avranno; chissà cosa penseranno quando sapranno che nella clinica veterinaria utilizzeranno farmaci testati su quegli stessi animali che cercano di salvare? Chissà come sarà la loro faccia quando vedranno i farmaci delle diaboliche multinazionali farmaceutiche in fila sugli scaffali del veterinario?23YearsPoster_lg

E ancora nel lettino dell’ambulanza dopo essere stati investiti da un auto diranno di no all’anticoagulante testato sugli animali che gli salverà la vita?

Perché in definitiva, e con questo chiudo, se questi animalisti sono arrivati all’età adulta per poter liberare questi animali è anche perché la ricerca scientifica sugli animali glielo ha permesso coi tanti vaccini che si sono presi da bambini. Capito, animalisti di Fermare Green Hill? O volete che ve lo dica in modo più diretto: voi esistete grazie a noi ricercatori, senza di noi sareste crepati in culla, voi, tutte le persone a cui volete bene e perfino gli animali che avete in casa. Amen.

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