Quello che non vi hanno mai insegnato al corso d’inglese – Le (tante) vocali

Nota: questa è solo una veloce guida fatta da un ragazzo all’estero che cerca di spiegare in modo semplice agli altri italiani le trappole della lingua inglese in un modo più diretto rispetto ai tradizionali corsi d’inglese. Non sono un esperto di lingue e i termini che utilizzerò potrebbero essere non corretti, quindi se qualcuno trova errori nel(i) post di seguito me lo faccia sapere. Ogni correzione è sempre gradita. C’è sempre da imparare.

                                                                               ***

Il vostro bravo e diligente insegnante di inglese vi avrà sicuramente fatto ripetere a memoria l’alfabeto inglese. Be’ questo è un classico che non può mancare ma ovviamente non credo vi abbia detto che quell’alfabeto è quasi inutile se non vi aggiunge anche l’elenco dei fonemi legati a quell’alfabeto. Cosa significa? Significa che per un italofono l’alfabeto, ovvero la lista delle lettere presenti nella lingua, corrisponde quasi* perfettamente alla pronuncia dei fonemi corrispondenti. Ma in inglese ovviamente no. Nell’alfabeto inglese ci sono cinque vocali, cioè cinque simboli. Questo a causa dell’influenza dell’alfabeto latino sulle lingue europee. Questa volta non prendetevela col francese ma col latino. In realtà in inglese alle 5 vocali dell’alfabeto corrispondono 12 fonemi, ovvero suoni. Qualcuno parla addirittura di 20 fonemi. Per non parlare poi di W e Y che spesso possono rappresentare fonemi vocalici. Gli inglesi quindi si sono dovuti rassegnare ad usare l’alfabeto latino nonostante nella loro lingua ci fossero molti più fonemi. Fonemi che il nostro cervello italofono non riesce a distinguere. E’ una questione biologica di sviluppo cerebrale nell’infanzia**. L’inabilità a distinguere questi suoni è universale tra gli italofoni e ci vogliono mesi o anni e molto orecchio per poter maneggiare questi fonemi con disinvoltura. Per un italofono dire spaghetti e spaaghetti o spagheeti o spaghettii non fa alcuna differenza. Spesso allunghiamo le vocali semplicemente perché stiamo urlando o perché vogliamo enfatizzare un qualche suono. Ma questo sarebbe impossibile in inglese perché ogni volta che il tempo delle vocali pronunciate si allunga avrete appena cambiato parola e addirittura senso alla frase. Infatti mi sono sempre chiesto come si possa urlare in inglese nelle situazioni di pericolo senza incasinare il senso di quello che si dice. 😉
Gli inglesi per esempio penserebbero che spaghetti e spaaghetti (un esempio stupido ma per farvi capire come il cervello sia strutturato in modo diverso) siano due parole diverse. “Ma prima hai detto spaaghetti, non spaghetti?!” Confusione.
Per ovviare a questa barriera fonetica e prima ancora biologica bisogna mettersi di impegno e il vostro insegnante di inglese non vi aiuta di certo facendovi ripetere le letterine dell’alfabeto a memoria. C’è bisogno di una lista fonetica infatti e un continuo uso degli esempi classici come: ship-sheep, shit-sheet, peace-piss, peace-piece, cheap-chip ecc. ecc. (vedere video). La quantità di fonemi vocalici nella lingua inglese è così grande e complessa che gli inglesi fanno largo uso dello spelling, una parola che ha pochi corrispettivi nelle altre lingue. In italiano si dovrebbe dire trascrizione fonetica o addirittura col latinismo compitare.

Oltre al problema delle vocali lunghe e brevi esiste il problema dei dittonghi. Ci sono lettere come la O che vengono spesso pronunciate come OU come in No che si pronuncia NOU (in questo i sardi sono avvantaggiati) e lettere come la A che spesso diventa EI come in FATE. Focus si pronuncia foucus non focus altrimenti gli inglesi sentono “fuck us” (ecco perche’ ridevano sempre giusto?); coke si pronuncia couk altrimenti gli inglesi capiscono cock. Visto che siamo in tema in UK Can’t si pronuncia caaant non cant, altrimenti state dicendo questa. Se invece volete far vedere ai vostri amici inglesi che siete degli appassionati di film americani dovrete dire cheent.

*fanno eccezione la e e la o chiusa e aperta che però vengono distinte solo in alcune regioni del centro Italia.
**spesso non ci si rende conto di quanto lo sviluppo delle aree del cervello adibite alla pronuncia, alla decodificazione dei suoni, alla coordinazione dell’orecchio, lingua e movimento delle labbra sia importante in una lingua. Ci sono suoni che non possono essere piu’ imparati da adulti come abbiamo visto qui.

***per chi volesse approfondire leggere anche qui.

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22 commenti

Archiviato in affascinante guida alla lingua inglese, Italia provinciale, quello che non vi hanno mai insegnato al corso d'inglese

22 risposte a “Quello che non vi hanno mai insegnato al corso d’inglese – Le (tante) vocali

  1. ondesmart

    In realtà nella frase “per un italofono l’alfabeto, ovvero la lista delle lettere presenti nella lingua, corrisponde quasi* perfettamente alla pronuncia dei fonemi corrispondenti” quel quasi comprende più che le sole e/o acute o gravi (che peraltro mi risulta si distinguano non solo nel centro Italia: per la lingua italiana “ufficiale” pèsca e pésca sono due parole diverse, ad esempio): la g e la c dolci e dure (ok ci sono la k e la j), la q, i gruppi gl e gn, m e n pronunciate “dietro” o “davanti” (non sono un esperto di fonetica, come si può notare…), la s, e sicuramente dell’altro che dimentico. Detto questo, sì, il rapporto grafemi-fonemi in inglese è senz’altro molto più complicato!
    Ma “piece” e “peace” si pronunciano diversi? Li ho sempre pronunciati uguali…

  2. ecco, un’insegnante madrelingua d’inglese ci osservò che noi italiani non siamo abituati a guardare (e non sappiamo leggere) l’indicazione fonetica delle parole riportata sui vocabolari. anche se poi esistono differenze di pronuncia a seconda delle zone geografiche

  3. leppie

    Una sola nota sui dialetti…

    Nei dialetti del nord ci sono le è, é, ò, e in alcuni ó.
    In milanese ci sono tre «e», per dire. Solo che la distribuzione nelle parole è diversa dall’italiano

    Il problema è che sono scritte in maniera indifferenziata e non essendoci una perfetta corrispondenza tra dialetto e italiano, rimane una forte traccia anche nel parlato in italiano.

    Io ad esempio so che «perché» è con la «e» chiusa, ma sinceramente non m’interessa e pronuncio «perchè», ma scrivo perché.

  4. Le vocali (e gli accenti) sono un classico. Quando ero all’estero riferii ironico ad un collega che mio fratello mi aveva detto che anche in Italia era uscito “The Péssion”, al che il collega mi chiese, con fare molto interrogativo e stralunato, perché mai lo pronunciassero così (ed anche io mi chiedo: perché non tradurlo se lo si vuole storpiare? Non faremmo meno figura da totali ignoranti?).
    Va anche aggiunto, oltre ai limiti del nostro sistema di insegnamento, come in Italia sia invalso l’uso di importare termini anglofoni, storpiandoli senza motivo. Così da parecchio tempo gira una pubblicità sulle “mobàil” technologies, con l’accento dove lo vedi, e un altro simile che ora non mi viene.

    Annotazione sull’annotazione:
    “la e e la o chiusa e aperta […] vengono distinte solo in alcune regioni del centro Italia”
    Non ho capito questa; solo nelle frasi successive, per citare i primi esempi che capitano, scrivi la parola “cervello” e l’accoppiata “sono suoni”: in entrambi i casi credo che quasi in tutta Italia si usino entrambi gli accenti, e correttamente.

  5. Potrei dire che gli anglofoni fanno più attenzione alle consonanti che alle vocali. Per quello che quando parlano a noi sembra di sentire sempre “sngk scrnk tnk” ecc ecc

  6. Per ondesmart

    hai ragione: ci sono molti più fonemi che grafemi disponibili nell’alfabeto latino. Ma sulle vocali l’inglese è veramente esagerato! Piece e peace si pronunciano in modo diverso ma non sono ancora riuscito a capire come! 🙂

    Per Marco

    ora si dovrebbe vedere. 😀

    Per Leppie

    “Nei dialetti del nord ci sono le è, é, ò, e in alcuni ó” Dove esattamente? Pensavo che fossero solo i romani e i toscani ad avere questo “problema” (scusate per la battuta.)

    Per tutti quelli che pensano che tutti gli italiani capiscano la distinzione tra le e le o aperte: la maggior parte degli italofoni non capisce la differenza tra pèsca e pésca. Anzi molti italiani non sanno manco che questa differenza esista. 😉 In molte regioni non viene neppure insegnata la differenza.

  7. leppie

    Vero, Fabristol, ma questo non significa che non sei in grado di distinguerle, ma semplicemente dici sempre pésca o sempre pèsca.
    Ma un milanese poi non direbbe mai cadrèga (per usare una parola nota anche all’estero…)

    Poi la ó non esiste in milanese, perché è diventata u (e u è diventata per lo piú ü), per cui per un milanese l’unica o è quella aperta. Ma questo non è vero nella versione comasca. Un buteo che frequenta il blog potrebbe dirti che ci sono sia la ó che la ó. Un gòto ónto (se non sbaglio). Se dici un góto ònto secondo me capiscono che non sei di Marostica.

  8. leppie

    Che ci sono in veneto, scusate… (e poi la ò e la ó)

  9. Per Leppie

    “ma questo non significa che non sei in grado di distinguerle”

    non so distinguere la differenza tra i due suoni e se anche ci riuscissi non saprei poi a quale parola si associano. E come me tanti altri. Per esempi ci sono molte persone che non sanno distinguere le affricative, come la Z sorda e quella sonora.

  10. Esistono le affricate (come appunto la z sorda e sonora) e le fricative (come la s sorda e sonora), ma le “affricative” non le ho proprio mai sentite! 😛

    Spell si riferisce alla lettura/scrittura delle lettere di una parola in successione, la compitazione appunto, non alla trascrizione fonetica (ossia usando l’alfabeto fonetico IPA). Il verbo, che ha la stessa radice del francese épeler (che ha lo stesso significato) trova espressioni simili in altre lingue: buchstabieren (tedesco), spellen (olandese), deletrear (spagnolo), črkovati (sloveno), sricati (serbo/croato)… questi sono i primi che mi vengono in mente. L’unica differenza è proprio l’uso: per le caratteristiche dell’inglese che hai ben descritto lo “spelling” è un’operazione quotidiana, mentre in altre lingue è meno comune.

    Peace e piece sono omofone (/pi:s/), ossia si scrivono diversamente ma si pronunciano uguali (uno dei tanti esiti scherzosi del Great Vowel Shift). Qualsiasi dizionario fonetico potrà confermartelo. 🙂

  11. Quello su peace e piece non lo sapevo! Il mio collega mi ha detto che si pronuncia diverso. Vatti a fidare degli inglesi…

  12. Mai chiedere a un madrelingua, almeno che non sia esperto! Questa è la regola d’oro! 😀

  13. Non è una novità, che non ci si possa fidare, su questo particolare tema, dei madrelingua anglofoni.

    Pensando invece al verbo to spell: oltre all’oscuro compitare, non abbiamo anche noi il comunissimo scandire? Tendiamo a intenderlo foneticamente, ma in realtà sospetto che nell’italiano la coincidenza tra fonema e scrittura legittimi questa traduzione (e dal contesto si capirebbe se vi si intende un suono o una sequenza di lettere). L’etimologia potrebbe confermare questa impostazione. Del resto, sono abbastanza convinto che io lo abbia usato, o inteso, con questo significato (se uno sta scrivendo il tuo nome e ti chiede di scandire il cognome, cosa faresti?). Anche sillabare, tutto sommato, andrebbe bene.

  14. Per Jadranski

    sull’affricativa: Eh si vede che non ho mai studiato lingue? 😉

  15. Paolo C

    Sinceramente non e’ affatto vero che gli italiani pronuncino le “e” e le “o” senza distinguere le aperte e le chiuse. Distinguono la congiunzione “e” dalla terza persona del verbo essere, distinguono la o del sole da quella del collo e cosi’ via. Questo in generale.
    Poi certo commettono errori, non sono consciamente consapevoli dei due modi di pronunciare le vocali “e” e “o” come lo sono dei due modi di pronuciare la “c” e la “g”, nello scrivere a mano fanno uno sgorbio indifferenziato che va bene per tutti gli accenti e nello scrivere al pc scelgono l’accento in modo casuale.
    Ma in generale usano normalmente le due “e” e le due “o”.

  16. Per Paolo C

    Il fatto che tu sappia distnguere fra i due suoni non significa che lo sappiano fare tutti. Facciamo così. Ora faccio un sondaggio sul mio blog e vediamo quanti riescono a farlo. 😉

  17. Pingback: Pèsca e pésca | Fabristol

  18. Quando pronuncio il numero “6”, lo faccio con la vocale chiusa, però lo so che è sbagliato eh!! 😀

  19. Io credo che per buona parte degli italiani non sia affatto semplice distinguere le vocali aperte da quelle chiuse (e la relativa associazione ai due diversi significati). Faccio esercizi di trascrizione fonetica e forse la mia unica difficoltà sta proprio in questo..!

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