Archivi del mese: luglio 2012

So british

Credo che per questioni così delicate come l’orgoglio nazionale bisogna distinguere tra le reazioni della nazione rappresentata e del resto del mondo. Non c’è dubbio che per il resto del mondo ieri sia stato un giorno di grasse risate e confortanti cliché. Tutto quello che un turista sogna di vedere quando va a Londra: tube e basettoni, la Regina, James Bond ecc. La versione di pizza, mafia e mandolino (e Berlusconi) dell’Italia. Ma tra gli inglesi che con me guardavano la cerimonia serpeggiava una certa vergogna ben celata (come sanno fare gli inglesi). Soprattutto quando è uscito Mr Bean, odiatissimo in patria perché simbolo all’estero del tipico inglese. Alla fine lo spettacolo di Boyle costato 25 milioni di sterline non è stato altro che uno show dedicato agli stereotipi che gli stranieri hanno del Regno. Una sorta di megasuperpubblicità turistica.

Sicuramente è stata la cerimonia più comica e informale dela storia delle Olimpiadi. Spiazzante, decisamente. Divertente per il resto del mondo, ma non so quanto per i britannici. Nonostante i giornali e i media l’abbiano celebrata come eccezionale.

Non c’è dubbio che Boyle abbia ricevuto un compito difficile. I soliti problemi: cercare di rappresentare le nazioni che compongono il Regno per non offendere gli scozzesi, i gallesi e gli irlandesi, la multiculturalità del presente (con le solite quote di colore e indiane perfino nella rappresentazione della Rivoluzione Industriale quando i neri venivano schiavizzati e l’India colonizzata, vabbé), insomma una ricerca dell’identità, come al solito complessa e non definita nel tempo ma continuamente in cambiamento.

E poi l’umorismo, sapersi prendere in giro. La selfmockery così britannica ma così diversa da quella degli altri paesi. Quando un italiano prende in giro il suo paese lo fa perché un po’ si vergogna o perché si compiace di una certa mediocrità tipica italiana. Perché vorrebbe che il suo paese fosse diverso.

Ma nel caso britannico è completamente diverso. L’autoironia nasconde una forza, una confidenza, un controllo totale o come dice Matthew Parris nel Time:

“British self-deprecation is actually quite boastful. Its primary purpose is to show how relaxed, at ease and confident you are. It’s a sign of being so in command that you can undersell yourself.”

Come dire: siamo così potenti che ci possiamo permettere di prenderci in giro. E’ una forma di supernazionalismo, inesistente nelle altre culture. I britannici raramente manifestano il loro nazionalismo in maniera machista come gli americani o i russi. Quel tipo di nazionalismo è considerato volgare.

Per me ieri è stata un po’ una delusione perché pensavo che il nazionalismo di questo paese fosse diluito negli ultimi tempi. E invece è sempre lì un po’ fastidioso e ripetitivo. La solita commemorazione dei morti nelle guerre mondiali (i britannici pensano di aver sconfitto il nazifascismo), dell’NHS, il sistema sanitario considerato il migliore al mondo nonostante i numeri dicano il contrario. Qualcuno ha detto che sembrava un tripudio del welfare socialista, qualcosa che neppure la Cina comunista ha fatto.

Ci sono tante cose di cui essere fieri in UK ma non credo che tra queste ci siano i cliché che abbiamo visto ieri. Verdetto: decisioni coraggiose sulla questione dello humour, ma deprecabili per la questione degli stereotipi; conduzione confusa, a tratti noiosa, con siparietti messi lì a casaccio e spesso incomprensibili ad un pubblico non-britannico (come quello dell’NHS). Thumbs up per la Regina, dopo Vittoria sicuramente la regina della storia che rimarrà nell’immaginario collettivo per il coraggio e per l’autoironia.

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Le bestie del mio giardino 3

E dopo cervi, tortore, oche e quant’altro altre due bestiole del mio giardino, coniglio e cinciallegra.

 

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The Dark Knight Rises – recensione (più seria e con qualche considerazione sociologica)

Visto che il post di ieri è stato scritto un po’ di getto sulla scia di una delusione totale scriverò qualche commento più approfondito qui. Premetto che non pubblicherò i soliti commenti da bimbominkia quindi cercate di essere più raffinati se volete discutere pacatamente del film in questione.

The Dark Knight Rises (TDKR) è l’ultimo capitolo della trilogia di Nolan su Batman. Un Batman, impersonato da Christian Bale più oscuro e adulto rispetto ad altri tentativi precedenti (basti pensare al Batman di Tim Burton). Ma se il film ci dà l’impressione di essere un film d’alto livello questa è solo una visione superficiale condizionata dall’hype continuo e dalle aspettative di massa. In quest’era di massificazione globale basta pubblicizzare un film come se fosse il capolavoro dell’anno per renderlo automaticamente tale. Questo lavaggio del cervello di massa si basa sui comportamenti di conformismo già noti alla psicologia moderna. L’esperimento sul conformismo di Asch mi aiuta a spiegare cosa succede in questi casi:

Nell’esperimento di Asch c’è una vittima e tutti gli altri sono complici. Vengono mostrate figure e forme geometriche e tutti rispondono in maniera sbagliata e la vittima costringe se stessa ad affermare la stessa cosa sbagliata e si autoconvince che quello che pensava fosse vero è sbagliato.

Pochi sono in grado di dissentire da un giudizio massificato anche quando oggettivamente errato. Ci vogliono le palle per dire che il Re è nudo, per dire come Fantozzi che la “Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”, bisogna avere una personalità fuori dal comune per dire tutto quello che gli altri sotto sotto pensano ma non osano dire.

E così TDKR è un capolavoro, nonostante la maggior parte delle persone non abbia capito un fico secco della trama; nonostante quello che il cattivo e Batman dicano non si senta o capisca dietro le loro maschere (vere come quella di Baine o finte come la voce gutturale da tabagista di Bale); nonostante tutti al cinema stessero dormendo o sbuffando; nonostante i buchi della trama lo rendano infantile e incomprensibile. Nonostante tutto questo l’uomo medio, un essere intercambiale che ormai si nutre di giudizi altrui massificati e ingegnerizzati per l’uomo medio, uscirà da quel cinema con ancora il sonno negli occhi, con quelle domande nella sua mente non risposte del tipo “ma chi era quel personaggio lì?” o “cosa ha detto Batman in quel momento e perché avrei dovuto ridere?” – per cui non avrà mai coraggio di chiedere spiegazioni altrimenti si sentirà “un po’ scemo” – e dirà: “Il film è bellissimo, un capolavoro!” E gli amici intorno annuiranno come nell’esperimento di Asch, nonostante abbiano avuto le stesse sensazioni e le domande non risposte del primo. E tutto questo si rafforzerà nei mesi successivi quando, spinti dalla stessa massificazione che li portò al cinema, DOVRANNO comprare il BluRay in Edizione Limitata che lasceranno a prendere polvere insieme al resto della collezione di BluRay comprati per le stesse ragioni.

Un film cervellotico, che fa finta di essere un film con significati profondi, che si atteggia a capolavoro quando ha buchi vergognosi nella trama, che risulta incomprensibile (come quei film d’autore francesi degli anni 70 o come appunto la Corazzata Potemkin; “l’occhio della madre!” si trasforma in “la voce di Batman!”), che prende per il culo gli spettatori dandoti l’impressione di stare a guardare qualcosa che ha un senso per quasi 3 ore. Ecco, è questo che mi dà fastidio dei blockbuster moderni: la presa in giro pensata e razionalizzata a puntino. Già ce li immaginiamo gli scrittori e i registi nei loro uffici:

“Ma come facciamo a far tornare Batman dall’India (o dove cazzo era) e a farlo entrare in una città assediata da 5 mesi?” “Niente, lo fai apparire in giacca e cravatta dal nulla. La gente non si fa queste domande, accetta e basta.”

“Ma come facciamo a giustificare le decisioni dei cattivi che hanno la possibilità di uccidere Batman due volte ma non lo fanno mai?” “Niente, basta dire che è un capolavoro e la gente lo accetta.”

“Ma come facciamo a far credere che 500 poliziotti seppelliti vivi per 5 mesi possano uscire da un buco perfettamente sbarbati e freschi pronti a combattere il crimine?” “Niente, li fai uscire sbarbati e freschi.”

“Ma come si può giustificare che due eserciti a confronto armati di AK47, cannoni e granate poi si possano picchiare stile Bud Spencer nella rissa al saloon?” “Niente, le armi scompaiono dalle loro armi nel fotogramma seguente e si prendono a ceffoni come Bud Spencer.”

E così via all’infinito, senza senso e con un sospettoso prurito massificato al sedere che tutti faremo finta di non sentire. “Ma non è che Nolan mi sta prendendo per il culo?” No, impossibile! Tutti dicono che è un capolavoro!

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The Dark Knight Rises – Recensione

Credo che dopo l’uscita di questo film potremmo dare tutti un’altra chiave di lettura alla scena fantozziana della Corazzata Potemkin. Le cagate pazzesche si vanno a vedere non solo perché un direttore fil de putt costringe i suoi dipendenti a guardarle ma anche perché un intero sistema ingegnoso e ben oliato di media, giornali, internet crea un hype così grande che la gente va a vedere un film perché crede sia un capolavoro. Il film dell’anno, il boom del botteghino più grande della storia e nessuno ha le palle di urlare davanti a tutti come Fantozzi che: The Dark Knight Rises è una cagata pazzesca.

Credo che la persona nel mio cinema che ha commentato al meglio il film sia stato il mio vicino di poltrona: mentre uscivo dalla sala 20 minuti prima della fine l’ho sentito russare pesantemente. E la chiudo così.

p.s.

Qui un post più ragionato.

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Avvertimento o regalo?

Per l’ennesima volta i gatti con cui (purtroppo) convivo mi hanno lasciato un topo morto di fronte alla porta. Questa volta mi hanno risparmiato la decapitazione della bestiola. Ogni volta che succede mi rimane un nodo in gola, li guardo mentre mi fanno innocentemente MIAO e penso: “Altro che regalo per il padrone, come si dice. Questo mi pare un avvertimento mafioso.”

Infatti mi sono sempre chiesto perché noi umani consideriamo questo comportamento dei gatti come un segno di affetto, un regalo succulento per il padrone, mentre se un mafioso ci lascia la testa di un cavallo davanti alla porta la consideriamo una minaccia.

Non potrebbe invece essere un avvertimento da parte del gatto, una seria minaccia che significa: “Il prossimo sei tu.” Come dire, “ora che mi sono appropriato della tua casa te ne puoi anche andare umano. Ah, e non dimenticarti di lasciarmi le crocchette!”

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Alcuni pensieri sulle api domestiche e sul loro recente declino

Negli ultimi anni ho seguito con interesse il caso del declino delle colonie di api domestiche (colony collapse disorder, CCD) per alcuni motivi: mi interessa seguire i casi di sensazionalismo giornalistico/mediatico soprattutto quando si tratta di temi che riguardano la biologia e l’ambientalismo; la cosa mi ha puzzato di marcio fin dall’inizio. Ora vorrei  cercare di costruire alcuni ragionamenti in questo post insieme a voi per dimostrare come questa psicosi abbia delle basi sbagliate, premettendo che non sono un esperto di apicoltura (nonostante mi interessi di entomologia).

In breve, per chi non lo sapesse il numero di colonie di api domestiche negli ultimi anni è calato vertiginosamente in tutto il mondo creando le solite psicosi da fine del mondo, imputando la loro morte alle più disparate attività umane: dagli insetticidi ai campi magnetici dei cellulari, dall’inquinamento al global warming ecc. (nominate un’attività umana a caso e questa verrà indicata come la causa del declino delle api). Pare che finalmente si sia scoperto che la morte delle colonie sia derivata da una serie di fattori che se presenti nella stessa colonia possono distruggerla: questi fattori sono un virus (IIV-6) e un fungo parassita, Nosema cerenae.

Ma quello su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione è sulla storia delle api, cosicché possiate contestualizzare ciò che è successo. Di specie di api ne esistono a decine di migliaia (oltre 20.000) in tutto il mondo ma solo alcune producono miele e solo alcune di queste vengono addomesticate dall’uomo. La più famosa e più usata è Apis mellifera o ape europea. A. mellifera è originaria del continente euroasiatico e si è spostata in altri continenti come le americhe e l’Australia insieme agli esseri umani (esatto, l’orso Yogi che mangia il miele nel Parco di Yellowstone può farlo solo grazie all’introduzione umana del genere Apis nel 1600), come ratti, gatti, piccioni e tutti i simbionti e parassiti che ci portiamo dietro da decine di migliaia di anni in qualsiasi posto andiamo. Ora A. mellifera è diventata un po’ come Canis lupus familiaris, ovvero il cane: cioè è una specie addomesticata che occasionalmente può anche diventare selvatica quando l’attività umana è meno pressante (per esempio colonie di api selvatiche esistono in natura solo in quei territori dove non ci sono attività umane; questo a causa della competizione con le colonie addomesticate). Quindi le api vivono e si riproducono grazie a noi e la simbiosi è così forte che senza l’uomo A. mellifera in molte zone del pianeta probabilmente si estinguerebbe a causa della competizione di altri insetti impollinatori, a causa della mancanza di alveari artificiali, di cure farmacologiche, e soprattutto a causa dell’assenza del loro cibo preferito: i fiori delle piante domestiche piantate dagli uomini.

Di fatto le api da miele hanno seguito la colonizzazione umana del pianeta muovendosi verso nord dopo la fine dell’ultima glaciazione e verso i nuovi continenti. Sono quindi un prodotto dell’attività umana e come tale dipendono dalla nostra attività. Infatti si pensa che più di un terzo delle coltivazioni umane dipendano dall’attività di A. mellifera. E più si coltiva più colonie vengono create dagli uomini. [*] Come potete vedere si tratta di un mondo totalmente artificiale dove non c’è alcuno spazio per i sogni bucolici degli ambientalisti della domenica. Quello che viene dipinto come disastro naturale, come fine del mondo, come “apocalisse del regno della natura che ha perso la battaglia contro i cattivi umani” si rivela nient’altro che un semplice errore di management dei padroni del pianeta, cioè gli esseri umani.

In questo mondo artificiale (che gli ambientalisti credono vergine e primigenio) plasmato dagli esseri umani da centinaia di migliaia di anni (il nostro giardino) qualcosa è andato storto: il crescente numero di coltivazioni intensive ha fatto aumentare il numero di alveari in maniera sproporzionata ed “innaturale” (per me questa parola non ha senso) aumentando di fatto la possibilità di epidemie. Più una popolazione aumenta e più è addomesticata più aumenta la probabilità di epidemie. Quindi paradossalmente il declino nel numero delle colonie di api domestiche è da imputare al numero troppo alto di colonie. Un numero spropositato che dovrà passare attraverso la scure ciclica delle pandemie.

Dal punto di vista di un ambientalista puro e duro la presenza di A. mellifera nel pianeta dovrebbe essere considerata come un disastro ecologico: è un animale semiaddomesticato che è stato introdotto in tutti i continenti dall’uomo e ha soppiantato le specie di api autoctone. Il loro numero poi è un pericolo per tutti gli altri insetti impollinatori perché rappresentano una competizione per le poche risorse presenti in natura.

[*] quando alcuni mesi fa sono andato in Trentino nella Val di non sono rimasto shockato dalla quantità di alveari posizionati in punti strategici tra le piantagioni di meli. Centinaia di alveari posizionati dappertutto con milioni di api intente ad impollinare decine di migliaia di meli.

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