Archivi del mese: marzo 2012

Vengo dalla luna

E’ un momento di totale straniamento per me col resto degli esseri umani. Non riesco più a sincronizzarmi con gli altri della mia specie sia per quanto riguarda la logica che per le questioni etiche. Mi sembra di essere un eretico in Arabia Saudita circondato da gente che applaude alle esecuzioni pubbliche e che non fa altro che annuire alle più strampalate leggi basate sulla Sharia.

Non capisco perché due adulti non si possano accordare liberamente sullo scambio che vogliono fare: lavoro in cambio di denaro. E non possano concludere questo accordo pacificamente senza l’intervento di una divinità che tutto vede e provvede.

Non capisco perché il datore di lavoro debba pagare un’indennità ad una persona che ha licenziato, non importa per quale motivo sono fatti suoi. La compagnia è sua ed è lui la fonte della ricchezza e solo lui può prendere decisioni a riguardo. Lo dico da lavoratore dipendente: se mi dovessero licenziare accetterei la cosa senza chiedere l’intervento dei picciotti di turno. Il mio diritto allo stipendio decade nel momento in cui il datore di lavoro non mi accetta più. Allo stesso modo di come il mio diritto all’affetto coniugale decade nel momento in cui mia moglie mi dovesse chiedere il divorzio.

Non capisco perché siamo maturati abbastanza per accettare la dissoluzione dei contratti matrimoniali ma non per quelli lavorativi.

Se mi dovessero licenziare non accetterei mai i soldi rubati ad altri individui con la forza, andrebbe contro la mia morale. Elemosina, furto, violenza per me sono tutti atti immorali. Una società basata sul furto e sulla violenza contro gli innocenti è immorale e dovrebbe far parte della storia barbarica che ci saremmo dovuti lasciare alle spalle insieme alla schiavitù e al genocidio.

Non sono un idealista e non penso che questa società da un giorno all’altro possa cambiare ma almeno vorrei seminare il dubbio sulla coscienza degli altri. Ormai da anni per ogni decisione che prendo penso sempre: quanta violenza è stata compiuta per farmi avere questo “servizio” o “diritto”? Quanti innocenti sono stati derubati per darmi questo? A volte non si può fare altro che accettare certe cose perché si è parte integrante del sistema e non si ha scelta ma a mio parere è giusto fare i conti con la propria coscienza ogni volta.

Siamo riusciti a costruire questi processi mentali di causa-effetto per molte cose: dalla guerra (se compro questo oggetto da questa compagnia che produce mine avrò sulla coscienza la morte di innocenti?) all’ambientalismo (se butto l’olio usato nel fiume quelli a valle avranno acqua inquinata?), dal vegetarianismo (se mangio carne accetto che altri esseri soffrano per me) alla nostra salute (se fumo o bevo troppo alcool posso ammalarmi) ma non siamo ancora riusciti a farlo per la tassazione (usando questo servizio accetto che tutti gli altri vengano derubati del loro lavoro). Che rimane ancora un tabù, un dogma della fede per cui chi lo contesta viene messo alla pubblica gogna o incarcerato.

Non esistono pasti gratis, non esistono diritti gratis, c’è sempre qualcuno che paga per i capricci o i privilegi che chiediamo. I diritti positivi sono delle illusioni che derivano dalla cieca fede alla religione a cui tutti siamo stati educati fin da bambini.

E sono disgustato dalle persone che superficialmente mi accusano di essere un orco, io che non alzerei le mani contro nessun altro essere umano, io che non ruberei dalle tasche degli altri neppure con la scusa che sono stati altri a farlo per me. Le stesse persone che fanno finta di niente mentre milioni di persone ogni giorno vengono schiavizzate, munte e uccise dalla minoranza di turno. Chi è l’orco, quello che dice agli scagnozzi di fare violenza contro gli altri o quello che non torcerebbe un capello al proprio vicino?

E’ giunto il momento di fare una rivoluzione delle coscienze: non possiamo continuare a vivere in queste condizioni usando lo stato per aggredire le persone, non possiamo più permettercelo. Lo dobbiamo alle nostre coscienze prima di tutto, altrimenti non ci possiamo arrogare il diritto di definirci diversi dagli altri animali di questo pianeta.

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Sulle differenze tra italiani e spagnoli

Con questo post vorrei sfatare un mito duro a morire: quello per cui spagnoli e italiani siano considerati da molti come popoli molto simili se non addirittura gemelli.

Per tutti quelli che mi attaccheranno sicuramente voglio dire che queste sono le impressioni che mi sono fatto nella mia esperienza quotidiana, rappresentano quindi un punto di vista parziale possono non combaciare con la vostra esperienza. Inoltre sono consapevole della natura variegata della Spagna in termini di cultura, lingue ecc. Infatti qui vorrei parlare degli spagnoli che parlano castigliano e in parte dei catalani.

Ho conosciuto spagnoli e catalani sia in Inghilterra come immigrati e colleghi sia in Spagna nei miei viaggi per la penisola iberica. Grazie al mio lavoro sono a contatto quotidiano con spagnoli e catalani e credo di essermi fatto un po’ di esperienza sul carattere generale; anche se ogni persona è diversa dagli altri esistono a mio parere dei minimi comuni denominatori che si possono ricondurre al carattere di un’area geografica, non necessariamente dentro i confini di uno stato nazionale.

Per prima cosa quello che noto sempre è l’estrema diffidenza iniziale degli spagnoli di fronte ad uno straniero; spesso è semplice paura di apparire non abbastanza “internazionali” o non adatti allo stesso livello dell’altro interlocutore. Gli italiani invece sono molto più estroversi fin dal primo contatto e per quanto anche loro abbiano complessi di inferiorità non indifferenti cercano di nasconderli con giovialità, battute scherzose e tutto l’arsenale comico dell’italiano medio all’estero e in patria.

Ma questa diffidenza non è associata alla tipica goffagine dell’italiano all’estero per esempio che non riesce ad orientarsi nelle stazioni, aeroporti stranieri o nelle situazioni anomale. Gli spagnoli invece da questo punto di vista sono più calmi, calcolatori e riescono a superare le crisi all’estero nonostante anche loro soffrano di complessi di inferiorità o non capiscano cultura o lingua del posto in cui risiedono.

Gli spagnoli, anche grazie alla loro recente storia, hanno meno elementi conservatori degli italiani. Sono favorevoli all’architettura moderna e la utilizzano abbondantemente anche affianco ai loro monumenti più antichi, abbracciano le tecnologie con più facilità degli italiani anche se non sono al livello dei britannici o dei tedeschi (anche se ho notato che non rispondono mai alle e-mail!) e accolgono lo straniero senza problemi anche facendogli costruire intere città, negozi, resort ecc. nel loro paese dove gli spagnoli non entreranno mai (vedi le colonie tedesche delle Baleari o quelle britanniche della Costa Brava e delle Canarie). Gli italiani hanno centri storici i cui ultimi palazzi furono costruiti negli anni 50, città i cui servizi pubblici, ponti e strade furono costruiti tra gli anni 50 e gli anni 70. In parole povere l’ultima urbanizzazione italiana è avvenuta grazie al piano Marshall per la ricostruzione dopo la guerra. Dopo di quello ci sono stati solo proteste, limiti, cortei ambientalisti ecc. per non far costruire alcuna struttura. Se un archeologo dovesse scavare in Italia fra 2000 anni penserebbe che in 50 anni non ci sia mai stata nessuna costruzione di rilievo. I simboli spagnoli della costruzione e architettura invece sono Gaudì e Calatrava. E questo è un riflesso della loro mentalità più aperta al cambiamento, volta al futuro invece che al passato.

Per la pulizia di strade e luoghi pubblici vincono gli spagnoli ovviamente. Il traffico può essere pesante ma mai selvaggio e barbaro come in Italia. Devo dire che le città spagnole hanno spesso ampi viali e ottime circonvallazioni nonché metropolitane più estese ed efficienti di quelle italiane.

Nonostante il comune complesso di inferiorità sia italiani che spagnoli non sono coscienti al 100% della loro posizione trafilata nel mondo. Pensano di essere al centro del mondo e che il mondo sappia di loro. Sanno di essere inferiori per peso politico, per comportamento sociale ecc. ma credono che gli altri popoli sappiano tutto di loro e della loro cultura.

Ma gli spagnoli sono molto più isolati culturalmente rispetto agli italiani. Musica, film, TV sono molto più nazionalisti di quanto accada in Italia e quando arrivano cose dall’estero sono sempre filtrate. Insomma gli italiani battono gli spagnoli per esterofilia.

Per quanto riguarda le abitudini sociali gli spagnoli seguono alla lettera gli stereotipi che li vogliono in ritardo agli appuntamenti, festaioli e con la giornata che slitta verso la sera compresi i pasti. Anche per il cibo sono veramente pochi i punti in comune se non un generale substrato di cucina mediterranea. Per esempio la pasta è quasi inesistente e non è indigena ovviamente. E la divisione in primo e secondo non è marcata come da noi, anzi spesso è inesistente.

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John Carter – Recensione

E’ da un bel po’ che non andavo al cinema (viva Lovefilm!) e che non scrivevo una bella recensione sul blog. Eccoci qua quindi a recensire uno dei film più belli di quest’anno cinematografico, almeno dal mio solitario punto di vista. Quella che leggerete infatti è una delle poche recensioni (ultra)positive del film, devastato dai commenti antecedenti (a volte anche due mesi prima) alla sua uscita nei cinema, associato alla parola flop costantemente e considerato “dalla trama confusionaria”. Sembra incredibile ma i critici avevano già deciso che il film sarebbe stato un disastro perfino prima di averlo visto.

John Carter (da Marte è stato tolto dal titolo originale perché sarebbe potuto sembrare l’ennesimo film flop con la parola Marte nel titolo) è una megaproduzione dell’accoppiata Disney-Pixar (Nemo e Wall-E) che è costata 250 milioni di dollari e un paio di anni di riprese. Tratto da una serie di famosi romanzi di Edgar Rice Burroughs (quello che ha inventato Tarzan) diventati popolari attraverso i pulp magazine degli anni 30. La gestazione è stata lunga e travagliata e se consideriamo che la Disney deteneva i diritti dal lontano 1937 per produrre un film d’animazione, possiamo dire che questo è il film dalla produzione più lunga della storia del cinema mondiale. John Carter sarebbe dovuto essere il primo lungometraggio della Disney prima di Biancaneve e i Sette Nani.

Ma non fatevi sviare dalla parola Disney: questo è un film corposo per adulti, con scene di violenza, decapitazioni, (un po’) di sangue e quant’altro. E’ infatti il terzo film della Disney ad avere il bollino PG13 della sua storia. Inoltre c’è il marchio Pixar che si vede. Oddio se si vede! Non ho particolarmente a cuore gli effetti speciali in un film ma in questo caso quelli che ho visto io sono i più magnifici, spettacolari e ben integrati con gli umani in carne e ossa che abbia mai visto in vita mia. L’interazione tra alieni in CGI e attori umani è forse la più avanzata che abbia mai visto. I colori soprattutto sono stupendi anche grazie al fatto che lo sfondo è vero, il deserto dello Utah. Al contrario di Avatar e Star Wars dove gli sfondi sono finti. Roba da far impallidire George Lucas.

Lasciando da parte i commenti sulla CGI (sono sicuro che gli avvocati di Avatar sono in agguato per contestarmi) andiamo alla trama che secondo i suoi detrattori risulta confusionaria. Qui dissento fortemente: trattasi di una trama estratta da un romanzo (anzi serie di romanzi) con una sua complessità resa nel migliore dei modi sullo schermo. Capisco che la gente sia ormai abituata a trame semplici dove si possano individuare facilmente buoni e cattivi (qualcuno dalla regia mi dice Avatar…) ma addirittura considerare la trama di questo film come la parte peggiore del film ce ne passa. In John Carter ci sono differenti livelli, differenti stratificazioni e ci sono diversi personaggi comprimari che rendono il mondo di John Carter complesso, completo e realistico.

Trama. John Carter è un ex-capitano della cavalleria dell’esercito confederato che abbandona il mondo civile dopo la morte della moglie e figlia per cercare oro in una miniera dell’Arizona. Mentre scappa dai nordisti si ritrova in una grotta dove vi sono vari simboli alieni. Non voglio rovinarvi la sorpresa ma vi posso solo dire che John si ritrova catapultato su Marte dove è in atto una sanguinosa battaglia tra differenti fazioni per il controllo del pianeta. Controllo che in realtà è gestito dai Thern, degli esseri sovraumani che controllano il destino dei pianeti come fossero degli dèi. La trama si infittisce perché John viene in contatto con una tribù di alieni con quattro braccia, i Thask, i quali sono loro malgrado risucchiati nella guerra civile aliena. Qui vi è una sottotrama che riguarda i rapporti familiari tra i Thask e varie vicissitudini tragicomiche (no, niente Jar Jar Binx please). Entra in gioco la principessa di Helium, la bellissima e bravissima Collins che come ormai nei neocanoni disneyani odierni è principessa, bella, intelligentissima e abilissima (femminismo tascabile). Non so come fosse nell’originale di Burroughs ma conoscendo i pulp magazine dell’epoca credo proprio che la principessa nella trama ci fosse solo per mettere le tette in copertina. La principessa, dicevo, non vuole sposare il capo dell’altra fazione per far finire la guerra e scappa. Ma attenzione, quella che segue non è la solita storia d’amore disneyana. John vuole utilizzare la conoscenza di Dejah per tornare sulla Terra mentre Dejah vuole utilizzare John per i propri fini, ovvero scappare dal matrimonio concordato. Come potete vedere i due personaggi principali hanno scopi diversi, morali individualiste e solo alla fine scoppierà l’amore tra i due.

Ma, ripeto, non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederlo.

Nello specifico quindi abbiamo il tema della guerra civile americana trasferito su Marte, un John Carter che non vuole sacrificarsi o sacrificare altri per la causa dei governi (nello specifico potete leggere quello che ho scritto qui), un cattivo che non è cattivo ma semplicemente è guidato da forze sovraumane, una donna pronta a tutto pur di evitare di perdere la sua indipendenza, una specie di alieni che segue regole tradizionali ma che John Carter riesce a “contaminare” che si avvicina molto ai nativi americani. E tanto tanto sense of wonder tipico di quella prima corrente di fantascienza.

Se questo non è un bel film di fantascienza non so che dire. Forse non appartengo alla stessa specie con cui condivido il 99% dei miei geni, la stessa specie che era entrata in estasi per Avatar quando io invece ne avevo evidenziati i più grandi difetti della trama.

I media, i critici avevano deciso che Avatar era il film più bello della storia del cinema già prima che uscisse nelle sale; per John Carter avevano già deciso che sarebbe stato il flop più grande della storia del cinema. E probabilmente lo sarà vista la campagna di demolizione operata per mesi. A voi l’ardua sentenza, andate a vederlo senza pregiudizi (per quanto possibile) e poi mi direte.

p.s.

Ah, questo è il primo film che vedo dopo decenni che non ha un attore afroamericano inutile nel cast. Incredibile ma vero.

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L’ipocrisia

E’ tanto bello che al Corriere abbiano aperto una discussione sulla sessualità dei disabili (sì ne hanno una) e dell’uso della prostituzione per risolvere la questione, nonostante lo stato chiuda un occhio. Fa molto giornale progressista, fa molto servizio crocerossina per le prostitute ma mi sa tanto che se fosse capitato qualcosa di diverso gli stessi giornalisti avrebbero titolato in modo diverso. Infatti cosa sarebbe successo se una ragazza disabile fosse stata accompagnata da un padre in un bordello dove c’erano solo gigolò? Sappiamo cosa avrebbe fatto lo stato, ovvero accusato il padre di sfruttamento della prostituzione, arrestato, ammanettato e posto alla pubblica gogna mediatica. Il gigolò sarebbe stato accusato di violenza sessuale e sappiamo cosa avrebbero scritto al “progressista” Corriere.

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10 motivi per andare all’estero

Copia-incollo un bellissimo post di Andima. Al contrario di quello che però scrive lui nel titolo io penso che siano 10 motivi PER andare all’estero. 😉

Periodicamente si torna a parlare di brain drain, per dichiarazioni discutibili di politici di turno o perché le statistiche vanno aggiornate e così le conclusioni spremute dai loro risultati. Andiamo allora controcorrente e proviamo a riportare un decalogo del perché andare all’estero potrebbe non essere la scelta ottimale:

1. La lingua. Altrove si parla un’altra lingua, che per quanto possiate parlare (o credere di parlare) bene, rimane comunque una lingua straniera. Se vi sentite pronti ad affrontare i primi colloqui o le prime avventure tra accenti maldestri e verbi mal coniugati, provate a pensarvi la prima settimana in un ospedale, perché qualcosa del genere può sempre succedere nelle coincidenze incaute della vita, e pensate a dover descrivere le parti del corpo che vi fanno male (quelle per cui non è facile risolvere tutto in un qui, , questa cosa) o i sintomi (vi brucia? vi preme? vi tira?). Certo oggi è tutto più facile, ma bisogna anche avere fortuna, siete pronti?
2. Lo shock culturale. Un altro paese è un altro paese, altri modi di fare, di essere, di vivere, e questi modi vi potrebbero sembrare tutti sbagliati, vittime dello shock culturale, quando si perdono i punti di riferimento e dopo un periodo estasiante da foglio bianco dovuto al cambio, vi potreste ritrovare in un umori grigi tra rifiuti e lamenti, rigettando il diverso che vi circonda all’estero. Ci vuole comprensione, autocritica e voglia di capire. Pronti?
3. Le reti sociali. E non quelle virtuali, ma di amicizie e conoscenze reali. In un paese straniero le reti sociali sono da ricostruire totalmente e se non si hanno già degli amici sul posto, non sempre è facilissimo crearsi un proprio gruppo, soprattutto con i locali, già impegnati nelle proprie reti sociali come voi lo sareste in patria, o con i colleghi, spesso non coetanei e magari restii a rapporti extra-lavorativi. Corsi di lingua, vita mondana, coincidenze, possono aiutare, con un po’ di fortuna, pazienza, voglia di conoscere. Siete pronti?
4. Il tuo paese, visto da fuori. Uscire e vedersi da fuori non è semplice e non sempre l’effetto fa piacere. Sgretolare convinzioni secolari, punti fermi figli di educazione nazionale o propaganda unilaterale, può lasciare un senso di smarrimento ma anche difesa, avendo l’impressione che un attacco, una critica o un commento non siano diretti al paese ma a voi. Ci saranno differenze tra il paese reale e quello percepito e non reagire sempre a spada tratta non è facile. Siete pronti a voler conoscere un altro paese, il vostro?
5. Gli stereotipi. Ritrovarsi a rappresentare l’Italia tutta, tu, in una sola persona, in conversazioni o rapporti con stranieri, significa anche avere una certa responsabilità, nel confermare o contraddire gli stereotipi con cui gli italiani sono visti dagli occhi altrui e diventare una finestra su un paese che attraverso voi non sarà sicuramente pizza, sole e mandolino, ma non sarà neanche quello reale, perché voi non siete l’Italia tutta né probabilmente la conoscete tutta, voi siete voi, solo che gli altri spesso non lo sanno e vi confondono con un italiano. Siete pronti anche voi a muovere la testa e non solo il corpo?
6. Il lamento. Potreste trasformarvi in un lamento continuo, perché il clima non è ideale, perché i trasporti non sono come immaginati, perché il lavoro è un compromesso, perché il cibo non vi piace, perché non c’è mamma a cucinarvi e perché fuori anche le piccole cose, quelle una volta etichettate come insignificanti, possono avere un peso nella bilancia quotidiana quando si rompono gli schemi e con essi le abitudini e bisogna ricostruire un po’ tutto. E se il lamento non viene da voi, potrebbe venire da vostri connazionali all’estero. Ci vuole resistenza, pazienza e serenità. Pronti?
7. I ritorni a casa. Tornando a casa ci sarà una voce che prima non esisteva nella testa, quella del confronto. Tutto sarà un confronto, nuovo, perché finalmente si ha un termine di paragone. I ritorni a casa, insomma, non saranno mai più gli stessi, rimettendo in discussione molto di quello che precedentemente rappresentava il vostro intorno abituale in un equilibrio oramai rotto. E le vacanze non saranno mai vacanze. Pronti a non sentirvi a vostro agio a casa?
8. I commenti. Diventare italiano all’estero significa anche portarsi dietro una certa lista di etichette, a cui bene o male ci si può abituare con risposte pronte o spallucce veloci. Ci sarà sempre il genio di turno a commentarvi come vigliacco, perché è facile partire e lasciare tutto, è facile criticare il proprio paese da fuori, perché (d’improvviso) non si conosce più il paese non vivendoci realmente o a denigrare il paese da cui venite ed una qualità di vita che non può, in nessun modo, essere superiore a quella italiana. E tante altre storielle che ritroverete puntualmente tra ritorni e chat. Sinceramente, chi ve lo fa fare?
9. Le mancanze. Ci sarà sempre quel momento, quello in cui manca una piazza, una panchina, il sorriso di un amico, la carezza della famiglia o il piatto della nonna, è il problema dell’emigrante, e con esso la voglia di ritornare, il rimorso di non aver fatto quello anziché questo. E ancora, ci sarà la mancanza di quel passato comune di voi verso gli altri e viceversa, quello che solo una cultura comune può costruire e che non troverete in amici stranieri e potrebbe portare rapporti sociali non più lontano di un certo limite. Ve la sentite?
10. Il limbo. Partire è un po’ morire, dicono, e infatti qualcosa muore mentre altro nasce. Partire significa perdere qualcosa della propria nazionalità e guadagnarne un’altra, di cosa, che non ha nazionalità, o le ha tutte. Diventare uno straniero ovunque può però avere effetti collaterali, come non sentir nessun luogo proprio, sentirsi a disagio nell’intorno natio o cadere nella voglia di voler cambiar luogo ogni anno, continuamente, alla ricerca di se stessi quando il signor Se stessi è con voi, basta solo fermarsi ed ascoltarlo. Sicuri di voler iniziare?

Detto questo, la felicità è soprattutto dove vivi. Appena (e se) potete però, fate la valigia e andate via, almeno per un po’, male non vi farà.

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Ucronie torinesi

Ho sempre avuto una grande ammirazione per i piemontesi e per i torinesi in particolare. Per esperienza personale i piemontesi mi sono sempre sembrati persone flemmatiche e calme per gli standard italiani. Li ho sempre definiti gli inglesi d’Italia. Sarà per la storia della regione, sarà per la vicinanza con Francia e Svizzera credo che sia una delle regioni che più mi piacciono d’Italia. Detto questo nel mio ultimo viaggio a Torino mi sono saliti alla mente diversi pensieri ucronici. Ho pensato alla storia dell’Italia e a come sarebbe potuta essere oggi se la capitale fosse rimasta a Torino invece di spostarsi più a sud a Roma (e parcheggiata per qualche anno a Firenze nel frattempo). Sono giunto alla conclusione che sarebbe stata radicalmente diversa e sicuramente migliore.

Mantenere la capitale a Torino sarebbe stato un po’ come con Washington DC per gli USA o Canberra per l’Australia. Una città simbolica, istituzionale, con tanti simboli e monumenti dell’unità d’Italia (non ho mai visto tanta “italianità” in una città come a Torino; qui c’è tutto: Savoia, Risorgimento, fascismo, resistenza, industrializzazione, boom degli anni 50). Invece si è preferito utilizzare Roma come simbolo di un imperium che non esiste più e che non ha alcun legame con l’Italia odierna. Una Roma profondamente papista nei modi, nei tempi e nella immensa corruzione. Tuttora sempre identica a se stessa e seconda solo a Napoli come caos e criminalità (ma almeno Napoli ha l’alibi di non aver mai ricevuto miliardi di euro all’anno come Roma e nel 1861 era una città più moderna di Roma).

E’ stata una illusione quella di poter cambiare Roma dopo quasi 1700 anni di disastrosa dittatura papista. E i cortigiani dello Stato della Chiesa non hanno fatto altro che riciclarsi come cortigiani del neonato Regno d’Italia. Torino invece era la città più moderna, quella con i contatti importanti all’estero e quindi più aperta alla modernità. Quella che ha cominciato la rivoluzione industriale in Italia, quella dello Statuto Albertino.

Forse se Torino fosse rimasta capitale la situazione dell’Italia sarebbe molto diversa da quella odierna e, credo, migliore.

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Le catene geneticamente modificate

Con orrore scopro che Luca Zaia è diventato un blogger per una rubrica del Corriere del Veneto e, dall’alto della sua esperienza accademica e decennale sulla genetica (ha circa cento pubblicazioni a suo attivo che pensate!) gli è stato dato l’onore di aprire questa rubrica parlando di OGM. Dopo tutta la solita tiritera terzomondista (per poi con la Lega fare il protezionista e proteggere solo gli allevatori e contadini padani; che faccia tosta) Zaia ci informa che gli OGM proprio non gli piacciono per un semplice motivo: perché, appunto, se si introduce il mais Ogm nella catena alimentare, il risultato è una catena alimentare geneticamente modificata. E gli studi che ne dimostrano gli effetti nocivi o addirittura cancerogeni sono numerosi.

Le catene, signora, le catene! Capisce? Se mangia il cromosoma di un organismo (eh sì, a volte dentro gli alimenti si trovano quelle cose brutte che si chiamano cromosomi), quello le passa nel sangue signora. E poi le viene il bambino Frankestein, con tutti i bubboni a forma di mais e il pisello come una pannocchia quando fa la pipì produce popcorn! Stia attena signora mi raccomando. Mangi solo prodotti biologici, ché quelli hanno cromosomi naturali non queste cose sintetiche fatte dalle multinazionali con la chimica brutta brutta.

Addirittura ci sono numerosi studi che provano la cancerogenicità degli OGM. Ne ho una pila enorme qua affianco, tutti paper su Nature e Science, roba che scotta ma ovviamente ci sono i poteri forti che censurano tutto. Chi? Zaia? No, lui è un potere piccolo, non può niente contro i Gormiti ancora più forti quelli di livello 5 Sayan insomma.

Povero Zaia, dopo che ha finito di scrivere il suo bel post per il blogghetto ha appena introdotto nella sua bocca tanti cromosomi nocivi perché Zaia non sa che più dell’80% del mais usato nei mangimi europei deriva da mais OGM. E, se dobbiamo credere sempre a Zaia, prima o poi ci arriverà in bocca perché le catene sono geneticamente modificate.

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