Archivi del mese: settembre 2011

Tenetevi liberi

… per Lunedì 3 Ottobre 2011

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La fine del mondo

No questo non è un post sulle profezie dei Maya sul 2012, tranquilli. E’ solo che mi sono imbattuto quasi casualmente in questi tre casi:

1) Land’s end sulla punta della Cornovaglia, il punto occidentale più estremo di Albione.

2) Finisterre, il punto più occidentale del della Galizia in Spagna.

3) e la Bretagna che viene spesso indicata dai francesi come  Finistère.

Ho trovato curioso che tre popolazioni diverse avessero utilizzato lo stesso toponimo per le loro punte occidentali più estreme. Ovviamente dopo la scoperta delle Americhe il nome non ha più senso ma dà l’idea di come in passato la gente guardasse all’occidente, lì dove tramonta il sole. Sarebbe interessante scoprire se esistono toponimi simili nella costa del Pacifico asiatico o se invece in Oriente erano consapevoli che con la loro costa la Terra non finiva lì. E probabilmente non troveremo alcuni di questi toponimi in Islanda, visto che i vichinghi conoscevano la Groenlandia e forse il Nord America.

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Sulla buona e sulla cattiva scienza

Se le analisi dei dati venissero confermate e se ulteriori esperimenti dovessero validarle la scoperta del CERN potrebbe essere la più importante della storia della scienza dell’ultimo secolo. Sicuramente questo post non verrà letto dai fisici coinvolti nell’esperimento ma vorrei comunque complimentarmi con loro non tanto per la scoperta in sé ma per l’onestà e integrità intellettuali tanto importanti per fare buona scienza. In passato purtroppo abbiamo visto ricercatori di qualsiasi materia fare dichiarazioni altisonanti e potenzialmente rivoluzionarie senza dare la possibilità ad altri gruppi di ripetere o rianalizzare i dati. Altre volte ci si è appoggiati a riviste scientifiche (e non!) complici pubblicando papers con metodologia dubbia o scadente. Spesso ci si è preoccupati più del lancio delle agenzie di stampa per giornali popolari (e delle foto in copertina) che della pubblicazione scientifica.

Ma c’è fortunatamente anche “buona scienza”, quella cioè che mette il dubbio e la cautela prima di ogni altra cosa. Questo è quello che rende il metodo scientifico il più meraviglioso e straordinario strumento che l’essere umano ha mai utilizzato. L’unico strumento che permette di analizzare la realtà con un certo grado di accuratezza. Se gli esperimenti venissero confermati molte cose della fisica moderna dovranno essere riscritte ma è proprio questo il bello: la scienza deve continuamente mettersi in discussione, migliorare, raffinare, cambiare in un unico e meraviglioso gioco di rianalisi, scambio di informazioni e cautele. Un esempio eccellente di sistema emergente scaturito da interazioni tra i vari individui.

Non c’è spazio per il dogma, non ci sono scritture inviolabili. Qui non ci troviamo di fronte a giochetti infantili e mediocri come l’omeopatia, il sangue di san Gennaro o Scientology. Questo è il culmine, l’apoteosi del pensiero umano, l’alfa e l’omega dell’Homo sapiens, la sua vera essenza.

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E se…

E se la velocità della luce fosse semplicemente più veloce di 60 nanosecondi?

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Meraviglia

Aurora australis vista dalla Stazione Spaziale Internazionale.

hat tip: Questione della decisione.

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10 cose che non sopporto di quando torno in Italia

1) il traffico stile Bombay. Per la serie suonare il clacson non farà mai scattare quel rosso.

2) quelli che ti dicono dopo che dici che vivi in UK da 5 anni: “ma quindi tu con l’inglese ormai sei bravissimo…”

3) i parenti che prima ancora di dirti ciao o abbracciarti ti dicono: “ma quanto sei magro!”

4) i parenti che prendono la tua emigrazione come una sfida e una offesa nei confronti della loro italianità e ti ripetono continuamente: “Eh ma l’Italia è sempre meglio vero! Cibo, mare, la gente!”

5) quelli che dopo aver avuto una risposta negativa alla precendente domanda si rintanano nella loro italianità e da quel momento in poi ti considerano un traditore.

6) la TV. E’ qualcosa di vomitevole, insopportabile, indigeribile. Lo specchio dell’Italia dove l’italiano si rispecchia e si compiace.

7) Striscia la notizia, Paperissima o qualsiasi trasmissione di Ricci. La voce della Hunziker mi fa venire l’orticaria.

8 ) l’estrema carenza di varietà di cibo. Pagherei oro per avere un thai o un messicano a portata di mano ogni qual volta lo voglio.

9) quell’arrivare a lavoro in orario, però prendersi la pausa del caffettino con i colleghi per un’ora, lamentarsi del carico di lavoro quasi nullo del giorno fino a quando non arriva la pausa pranzo, altro caffettino e tornare a casa stanchi per non aver fatto un cazzo.

10) quelli che quando avranno letto tutte queste cose mi scriveranno che “ma guarda che tu in Inghilterra hai questo questo e quest’altro” e non avere abbastanza materia grigia per capire che se mi lamento dell’Italia ciò non significa che ami il Regno Unito e che se ci vivo non significa che accetti i valori inglesi.

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Sullo scrivere e rileggersi (una storia di alienazione)

Mi capita raramente di ri-leggermi, soprattutto dopo mesi o anni dalla stesura di un testo. La ragione è tanto semplice quanto bizzarra: ho paura di farlo.

Quando scrivo (su carta, PC o su web) lo faccio di getto, per ispirazione non attraverso il raziocinio. Non so come spiegarlo ma il processo della scrittura per me implica una completa perdita dell’IO razionale. Spesso entro in trance quando scrivo testi veramente ispirati (soprattutto fuori dal web). Poi mi fermo, guardo l’orologio e sono passate due-tre ore ma per il mio IO conscio erano appena 10 minuti. E poi a mente lucida mi domando che cosa ho scritto? Torno indietro e non mi capacito di quelle frasi, conclusioni, espressioni, parole. E’ come se la memoria nel momento dello scrivere non passasse attraverso l’ippocampo per consolidarsi. Tutto deriva dall’interazione tra la corteccia motoria e il cervelletto per muovere dita e occhi e da “qualche altra parte” per l’ispirazione. Quello che penso o scrivo non passa per le aree deputate alla memoria. Così l’attività dello scrivere si rivela per essere una capacità ancestrale, comandata dal tronco encefalico senza alcuna connessione con le parti superiori del cervello. Come quando guidate, parlate con qualcuno affianco a voi e non vi rendete conto che avete appena schivato una macchina all’incrocio. State parlando col vostro amico utilizzando il vostro io conscio e guidando utilizzando il vostro (vostro?) io ancestrale: due cervelli allo stesso tempo. Non mi stupisce quindi che in passato la scrittura fosse considerata un’arte ispirata dal divino come per le muse greche.

Rileggermi quindi significa leggere qualcun altro. E la sensazione che provo a rileggermi anche dopo anni è quella del totale straniamento. A volte rileggendo gli archivi ho dovuto ricontrollare più volte che l’autore del testo fossi io perché non ci credevo. Stile, parole, punteggiatura tutto questo non mi apparteneva.

E’ questo il motivo per cui non rileggo mai i post che scrivo. Anche perché mi verrebbe la tentazione di cancellarli seduta stante. E’ spesso un problema perché il testo contiene errori grammaticali e di struttura e soprattutto pensieri scritti di getto parzialmente filtrati dal “colino” razionale. E così ogni testo che ho disseminato per il web o sul mio hard disk è scritto da un altro io. Ho disseminato in 15 anni migliaia di testi alieni di cui non riesco a rivendicare la paternità. Come quello che avete appena letto.

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