La cronoagenzia

So di essere un po’ scomparso dal blog ultimamente e me ne dispiaccio. Vorrei scrivere di questo e di quello, ho decine di bozze in attesa di essere completate o corrette: dalla mia serie di lezioni d’inglese for dummies alla recensione di Chappie, dalla Star Wars mania al mio ultimo viaggio in Tailandia. Ma se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita da adulto, da middle class commuter worker, è che il tempo è la cosa più preziosa che si ha e in questo momento darei metà del mio stipendio per avere indietro metà della mia vita. Ma che dico, giocherei pure al ribasso: metà del mio stipendio perfino per un solo quarto della mia vita. Ma non esiste scampo alla schiavitù dei tempi moderni. Produciamo cento volte di più dei nostri nonni ma lavoriamo più dei nostri nonni. Producendo di più dovremmo lavorare di meno, ma presto si impara che non è così. Mi si dice che rispetto ai nostri nonni i nostri tempi abbiano degli agi incomparabili. Per esempio ho una casa che pagherò in più di 30 anni di lunghi sacrifici e i cui unici beneficiari saranno i banchieri. Sì perché non so neppure per quale motivo ho comprato questa casa perché ho calcolato che ci vivo appena tre ore al giorno. Le ore in cui ci dormo ovviamente sono escluse. Ho un auto certo, ma la uso per farmi 42 miglia ogni giorno per andare al lavoro. Ho una TV 42″ e una Playstation che stanno prendendo polvere da qualche mese. Ho tanti di quegli agi rispetto a mio nonno che… non so che farmene perché non ho il tempo per usarli. E così vale per le mie passioni come la lettura e la scrittura. Che bella la libreria che ho comprato con tutti quei libri: non si chiama libreria, si chiama prendipolvere. Chi è il fallito, quello che non lavora e che riceve benefit o quello che lavora tutta la sua vita per gli altri? Una vita spesa per nutrire gli altri è un fallimento. Una vita spesa lavorando per gli altri non vale la pena di essere vissuta. Ho tanti di quei progetti che vorrei completare, tanti di quei progetti che vorrei cominciare ma so per certo che finiranno con me in un’anonima tomba da postpensionato. C’è qualcuno là fuori che vuole comprare il mio tempo? Compratemi il tempo e non ve ne pentirete signori! Ecco si dovrebbe fondare una nuova charity, una cronoagenzia per comprare il tempo ai ragazzi di valore (e che valore signori!). Signori miliardari invece di sperperare soldi in Ferrari e champagne donate qualche soldo alla cronoagenzia. Comprate il nostro tempo e ve ne saremo grati per tutta la vita. Quanti scrittori, pittori, scultori, musicisti, artisti o semplicemente scansafatiche il mondo potrebbe avere! Quante blogstar sprecate. E invece sono lì nella loro casa a schiera della suburbia a fare da pendolari dal punto A al punto B per sedersi dietro ad una scrivania tutto il giorno per tutta la loro vita. Diventeranno presto polvere e il loro passaggio sulla Terra avrà valore ZERO. Siamo polvere che fa da pendolare. Aggregati di carbonio che per mangiare devono… vabbé son troppo stanco per queste stronzate. Ora devo andare a letto se no domani non mi alzo e non riesco a pagare questa bellissima casa di cui ho scoperto alcuni dettagli solo l’altro giorno. Una casa molto vissuta evidentemente.

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Di califfi e di emiri

heres-where-the-pentagon-says-that-isis-is-dominant-in-iraq-and-syriaLa propaganda in un conflitto è da tutte e due le parti, e lo sappiamo bene. Ma l’Occidente ha imparato a fare propaganda con una strategia nuova: il silenzio. Quando nei media non si parla più di una guerra vuol dire che la si sta perdendo. Avete per caso sentito più niente riguardo all’ISIS, alla Libia, a Boko Haram, alla rivoluzione Houthi in Yemen? Lentamente, giorno dopo giorno le notizie sono sempre meno. Per esempio dopo l’offensiva di Tikrit in cui abbiamo visto appena 3000 soldati dell’esercito irakeno accompagnati da 20000 miliziani sciiti armati dall’Iran non abbiamo più sentito nulla. In realtà le notizie si trovano ma bisogna saperle scovare per bene da fonti non sospette. Insomma non da CNN, BBC o Jerusalem Post ma da fonti arabe o mediorientali. E allora si scopre che nonostante il Pentagono dica che ISIS abbia perso il 25% del suo territorio (vedere la mappa con falsi confini: Homs e Anbar sono quasi tutte e due sotto il dominio dell’ISIS), in realtà sta avendo un altro successo strepitoso: dopo aver assediato Ramadi per mesi e aver occupato tutte le città principali della provincia dell’Anbar, ISIS sta per entrare in Ramadi, a poche decine di chilometri da Baghdad. E’ notizia di qualche giorno fa invece che ISIS controlla parte della raffineria più grande dell’Iraq, Baiji. Tant’è che le poche truppe rimaste in Tikrit stanno ora soccorrendo Baiji e Ramadi. Si parla poi di riconquistare Mosul ma forse non ci rendiamo conto che Tikrit aveva appena 50000 abitanti quando fu assediata, l’area grande di Mosul ne ha quasi 2 milioni. Nonostante Siria, Iran, Iraq, Kurdistan, US, UK e vari altri paesi occidentali che lo stanno bombardando ogni giorno ISIS cresce sempre di più. Tikrit è stata abbandonata strategicamente dall’ISIS per concentrarsi su Anbar e Siria. In Siria ISIS ha concluso nelle ultime settimane l’avanzata più imponente della sua storia. Dopo aver conquistato le province orientali confinanti con Anbar irakeno (Homs e Dayr Al zawr) ha puntato al campo palestinese di Yarmouk, un distretto di Damasco, con l’aiuto di Al Nusra con cui sono stati fatti taciti accordi di non belligeranza.

Riguardo ad Al Nusra poi si parla veramente poco. Jabhat Al Nusra è un affiliato di Al Qaeda (che riceve finanziamentti da sauditi e Qatar) che recentemente ha dato segni di volersi dichiarare indipendente da quest’ultima. Al Nusra controlla un emirato de facto nel Nord Ovest. Nelle scorse settimane ha catturato la grande città di Idlib e sta applicando la sharia sul proprio territorio. In pratica abbiamo un califfato e un emirato che stanno collaborando per un fine comune: eliminare Assad. Una volta eliminato Assad (anche se credo che la Russia non lo permetterà mai) avremo due nemici da combattere: il califfato islamico e l’emirato di Al Nusra. Incominciate a segnarveli nella cartina.

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Albio ephemera

Torno in UK dopo pochi giorni in Sardegna e torno con un pensiero che mi frulla in testa. Prima di partire parlavo con un amico che mi chiedeva quale fosse la più grande differenza tra l’Italia e il Regno. Non ci ho pensato due volte e ho detto quasi di getto: l’effimerità. Il Regno Unito, rispetto all’Italia, mi pare effimero. Mi spiego. La società britannica si basa sulla mobilità, flessibilità, dinamicità demografiche. La tipica vita di una famiglia inglese incomincia in una casa in affitto, poi si entra nel “property ladder”, ovvero la scala della proprietà, un termine con cui indicano la scalata sociale di una persona. A meno che non si sia figli di ricchi bisogna chiedere un mutuo e in genere si compra una 2 bedroom house, poi quando nasce il secondo figlio si passa ad una 3 bedroom house e così via. Tutto nel giro di pochi anni. In media una famiglia britannica si sposta di casa ogni 3-4 anni. E qui ci si sposta dove c’è lavoro, perché i britannici non sono come gli italiani che piangono e pregano lo stato di portargli il lavoro sotto casa. Significa che se si è originari del Sud Est se il lavoro si trova in Galles si prendono armi e bagagli e famiglia a seguito e ci si sposta in Galles. Poi se il lavoro non va bene o non piace ci si sposta nelle Midlands e così via. I figli vanno via a 18 anni (a volte anche prima) e vanno a studiare dove ci sono le migliori università. Di nuovo, non come gli italiani che pretendono che ogni paesotto di provincia abbia una università e TUTTI i corsi di laurea. Motivo è semplice: non esiste il valore legale del titolo di studio, quindi non tutte le università sono uguali e solo le migliori garantiscono un prestigioso bachelor degree. Se poi si vuole continuare la carriera universitaria si va fare il dottorato in un’altra città o all’estero e così via. E’ veramente raro trovare qualcuno in una grande città che possa vantare più di due generazioni di avi di quella città. Questo ha dei vantaggi enormi: la popolazione è continuamente in movimento fisicamente e mentalmente, i comuni e le istituzioni fanno di tutto per accapparrarsi questi professionisti in continuo movimento che di conseguenza crea competizione e migliora i servizi ecc. Ma vi è anche uno svantaggio enorme: la società è completamente distaccata dal territorio, sradicata. Interi quartieri possono cambiare demografia in pochi anni. Basta che una buona scuola scenda nelle classifiche e i prezzi delle case scendono e la gente si sposta in un’altro quartiere o città. Basta che il comune decida di riqualificare un quartiere popolare e masse di middle class hipster si buttano a capofitto cambiando la faccia del quartiere, la così detta “gentrification”. In UK non esiste più la memoria di quartiere, la tradizione urbana. Quel poco che è tramandato viene fatto accademicamente grazie a storici, linguisti (che vengono da altre città o paesi!).

Dicevo, torno da pochi giorni di vacanza dalla natia Cagliari con i suoi 2500 anni di storia alle spalle. Secoli che si vedono e si sentono mentre vaghi per la città. Accenti e modi dire di quartiere, famiglie che da 4-5 generazioni vivono nella stessa casa di famiglia, cibi e conoscenze artigianali che si tramandano di padre in figlio ecc. La città è scritta sulla pietra e basta saper leggere per trovarsi di fronte ad un continuo flusso di generazioni che affonda le sue radici nel medioevo e spesso perfino prima di questi. Al contrario in UK è raro che un figlio faccia il mestiere del padre e le attività familiari lasciano il post al franchising, identico in tutto il Regno. E così tutte le high streets di qualsiasi villaggio hanno sempre e solo i soliti WHSmith, Boots, Peacock, Café Rouge, Zizzi ecc. Le chiese diventano ristoranti o moschee, le case padronali vengono divise in appartamenti e affittate, i cimiteri sono senza visitatori e le tombe senza fiori abbandonate.

Questi due mondi sono incompatibili e il diverso approccio con il territorio plasma le persone in modo indelebile. Ed ecco che per un attimo pensi di aver carpito l’essenza del tuo piccolo quartiere ma il giorno dopo potrebbe non esserci più. Sei costretto a vivere alla giornata e, carpe diem, a spostarti in un’altra città temporaneamente fin quando non sentirai l’esigenza di rispostarti di nuovo fino a quando morirai sconosciuto tra sconosciuti in un villaggio a 500 miglia da dove sei nato.

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Gli idioti di Washington

americanizzazione-1322333045Se di tutto l’ambaradan che sta succedendo in Medio Oriente non ci avete capito nulla, non preoccupatevi, non siete gli unici. Perfino chi sta lanciando bombe non ci sta capendo più nulla. Di sicura c’è solo una cosa: il MO non sarà più come una volta. La Pax Americana che teneva insieme il fragile equilibrio in MO è finita. Il nuovo ordine mondiale si sta lentamente formando sotto i nostri occhi e domani l’accordo sul nuclear di Losanna verrà messo sui libri di Storia.

Ci sono due grandi giocatori nello scacchiere mediorientale: Iran e Arabia Saudita. Gli altri sono spettatori, vittime o alleati o come nel caso degli Stati Uniti delle carte jolly da giocare a seconda della convenienza. Gli USA dicevamo, stanno combattendo la più confusa e ridicola guerra della loro storia. Alfa e Omega, tutto nasce dagli USA ma forse non è chiaro agli idioti generali di Washington cosa stia succedendo e cosa decenni di politica estera hanno creato. Dopo aver creato l’Iraq, dopo aver creato l’Iran e dopo aver appoggiato i sauditi per 50 anni ora tutti i loro giocattoli stanno prendendo vita propria e si stanno combattendo tra di loro.

Immaginatevi questo: gli USA stanno combattendo contro la Siria alleata di Iran, Hezbollah e Russia, la quale è nemica dello Stato Islamico (ISIS) il quale è una creazione, insieme ad Al Nusra e Al Qaeda, dell’Arabia Saudita e del Qatar con lo zampino della Turchia, i quali sono tutti alleati degli USA, tutti nemici giurati dell’Iran con cui gli USA sta facendo un accordo sul nucleare (con la partecipazione della Russia, la quale sta combattendo per il controllo dell’Ucraina contro USA e UE, quest’ultima partner commerciale della Russia) e che è alleato del governo iraqeno, a sua volta alleato degli USA contro l’ISIS, il quale è nemico del Kurdistan, creato e protetto dagli USA ma nemico giurato della Turchia, la quale fa parte della NATO e alleata degli USA ma è ai ferri corti con Israele, alleata degli USA ma che appoggia tacitamente Al Nusra e ISIS pur di non aver niente a che fare con Hezbollah, gruppo libanese alleato con Iran e con la Siria, che ha sempre appoggiato Hamas contro Israele per la causa della Palestina, divisa tra Autorità Palestinese comandata da Abbas e il gruppo fondamentalista Hamas, il quale è appoggiato dai Fratelli Musulmani, osteggiati dall’Egitto ma appoggiati dal Qatar, alleato degli USA ma finanziatore di Al Qaeda che è nemica di ISIS e dei gruppi sciiti come Hezbollah e Houthi in Yemen (alleato degli USA ma protettore di Al Qaeda), ma nemica degli USA ma tacitamente aiutata dal Pakistan in Waziristan, alleato degli USA che è in guerra con l’India, amica degli USA, la quale è in contrasto con la Cina, la quale sulla carta è nemica degli USA perché appoggia Nord Corea, ma che in pratica detiene miliardi di debito statunitense e produce miliardi di tonnellate di beni per i mercati occidentali e orientali come il Giappone, il quale è non ha mai fatto pace con la Cina ma che allo stesso tempo non riconosce Taiwan, nemico della Cina ma appoggiato dagli USA. E la storia continua all’infinito. Good luck Obama!

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Figli del linguaggio

electric-fish-signal-waves-language-scienceQuasi una settimana ad una conferenza di neuroscienze. Un bel po’ di cose interessanti come sempre tra i talks. Ma le chicche più interessanti le trovo sempre tra i poster. Spesso a queste conferenze la gente si sofferma troppo sui grandi nomi e sulle big lectures ma si dimentica dei poster. Ai poster si trovano cose strepitose, si ha la possibilità di parlare direttamente col ricercatore che ha fatto la ricerca, si possono dare feedback, si fa networking e possono nascere collaborazioni etc. Insomma due mondi distinti: il primo è a senso unico e ha struttura gerarchica, il secondo è incredibilmente accessibile e antigerarchico.

Dicevo, ero a questa conferenza e uno dei poster che mi ha più incuriosito è stato quello di questi neuroetologi tedeschi che se ne sono andati a Panama, in mezzo alla giungla, per una settimana a piantare elettrodi nel letto di un fiume. Direte: che cavolo c’è da misurare sul letto di un fiume?  Di giorno ci sono poche correnti ma la notte si scatena una tempesta elettrica stupefacente. Decine di pesci elettrici sono in attività frenetica per accoppiarsi e hanno un curioso modo per corteggiare le femmine: scariche elettriche. Queste si propagano nell’acqua e a seconda di frequenza e amperaggio possono cambiare il senso di quello che viene “detto”. Accoppiarsi su un letto del fiume per un pesce è un “tricky business”. La femmina deve deporre le uova, il maschio deve fecondarle immediatamente prima che la corrente le porti via e tutto questo deve essere fatto in maniera assolutamente sincronizzata, altrimenti il maschio non fa centro (e via di battute a sfondo sessuale su questi poveretti figli, loro malgrado, di Onan; se pensate che eiaculatio precox sia un problema sulla terra ferma figuratevi su un fiume in piena!).

Comunque a parte le battute, la cosa è seria: come fa la femmina a dire al maschio che sta per deporre le uova? Comunicando con le scariche elettriche per l’appunto. Ora, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: vuoi vedere che la capacità di utilizzare l’elettricità in questi pesci è nata prima come linguaggio e poi come sottoprodotto per difesa o attacco (e non il contrario)? Il ricercatore mi ha detto che è molto probabile che sia così. Se veramente è andata così questo è l’ennesimo caso nell’evoluzione di un uso di un organo nato per un motivo ma la cui utilità poi si è allargata ad altre funzioni.

E la mia mente ha cominciato a cavalcare: se potessimo fare un parallelismo con il genere Homo forse il nostro linguaggio nato per ovvi motivi di coordinazione sociale per la caccia, la difesa e altro ci ha poi permesso di sviluppare la coscienza. Potremmo essere coscienti di noi stessi senza il linguaggio? Forse no. OK, dobbiamo definire cosa è coscienza e questo potrebbe portarci a discutere per decenni. Quella che io considero coscienza è la capacità di un organismo di essere cosciente di se stesso, di essere capace di rappresentare se stesso in un’azione passata, presente e futura.

Un neonato non è cosciente di se stesso se non dopo il 18esimo mese quando riesce a guardarsi allo specchio e capire che quello di fronte a se è se stesso, in poche parole che esiste. Stessa cosa vale per molti primati, delfini, corvidi e elefanti (e questo apre la discussione su altri fronti: poiché il cervello dei mammiferi differisce considerevolmente rispetto a quello degli uccelli forse la coscienza si è evoluta più volte nella storia e non nasce da una regione anatomica specifica, ad esempio un’area “magica” del cervello mammaliano). Possiamo essere coscienti di noi stessi senza sentire quella voce (o il gracchiare nel caso dei corvidi) interna? Quando descriviamo l’ambiente che ci circonda ad altri consimili stiamo facendo qualcosa di straordinario: stiamo dicendo che il nostro corpo si trova in un ambiente, stiamo definendo lo spazio-tempo nel quale il nostro corpo sta “galleggiando”. La cosa forse più interessante è che il linguaggio è nato appunto per motivi basilari e di sopravvivenza come la comunicazione per la caccia in un gruppo. Un cacciatore torna al suo clan e deve spiegare di essere stato in un posto dove c’era una carcassa di un animale. Deve descrivere se stesso, spostare l’idea di se stesso in un altro luogo e tempo. Questa sorta di disembodiment è alla base del cosiddetto “languageC4-consciousness-image-web-550x367 displacement” ovvero la capacità di proiettare se stessi in un altro luogo e tempo. Ora questa caratteristica è necessaria per l’evoluzione della coscienza ma non è l’unica caratteristica della coscienza. Infatti api e formiche sono in grado di comunicare con language displacement. Le api e le formiche scout comunicano la posizione della fonte del cibo alle proprie compagne. Stessa cosa fanno molti corvidi. Ma nel caso delle api e delle formiche queste possono comunicare la posizione della fonte del cibo che hanno appena visitato, non riescono a proiettare se stesse nel passato remoto o nel futuro. Il linguaggio in poche parole nasce per permettere di liberarci dalle catene del presente e di proiettare la nostra mente in altri mondi e in altri tempi. E così la coscienza nasce dal disembodiment in funzione spazio-temporale (e forse è da questa sensazione che nasce l’idea della nostra anima/coscienza che è separata dal corpo; ma in realtà è solo una illusione il cui unico scopo era comunicare la fonte di cibo agli altri compagni del gruppo; che ironia che una idea così nobile come l’anima in realtà sia più correlata con bisogni più basilari come il mangiare, e le carcasse in mezzo alla savana). Ed ecco che uno strumento evoluto per uno scopo è riuscito a sviluppare una delle qualità più rare della vita sulla Terra. Non “cogito ergo sum” ma “dico ergo sum”.

E grazie a questo il mio cervello è riuscito a fare l’audace accostamento tra l’eiaculazione di un pesce e la coscienza umana! E poi dicono che la scienza è noiosa.

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Fueddus in libertadi

Appu scrittu in custu blog in italianu e in inglesu. Immoi esti sa borta de scribiri in sardu. Du sciu giai che immoi sa genti incumintzara a criticai comenti du seu scribendi. “Custu esti sbaliau” “custu esti italianu ammisturau con sardu” “in bidda mea du chistionanta de aicci” etc. Ma non m’indi importara nudda. Custu esti su sardu che appu imparau candu femmu pitticheddu. Nun du appu mai chistionau, scetti ascuttau candu personas prus mannas de mei fianta chistionendi, in bidda o a Casteddu. Unu pagheddu comenti su spaniolu che chistionu: tottai dusu imparausu ascuttendi. Intzandusu nun sciu sa grammatica, sa reulas, alcuna bortas amìsturu una lingua con un’atra. Ma ita m’indi importara? S’importanti esti che sa genti che du chistionara du cumprendiri. Candu bandu in Sud America sa genti esti prexara che fatzu su sfortzu de chistionai su spaniolu. Candu du fatzu in Sardinia sa genti si poniri a ridi. E custu narara tottu de s’isola de aundi bengu. Un’isola de gentixedda, provintzali e che non teniri sentidu. Sa generatzioni mea esti s’uttima che du podiri chistionai. Mali certu, ma a su mancu a unu livellu basicu. Is fillus mius non du poddinti imparai. Esti impossibili.

Poita seu scribendi in sardu? Su crebbeddu esti meraviliosu. Immoi seu in un albergu in Germania, appu chistionau totta sa dii in inglesu, d’onia tanti unu fueddu in tedescu intrara in sa menti. E immoi su crebbeddu stari pensendi in sardu. Cali processu mentali m’ari postu in connessioni su sardu con su tedescu? E aundi esti s’italianu e su inglesu immoi? Poita cambiara de aicci? Su proppiu che mi capitarara in Brasile e Portogallo. Candu circu de chistionai in portoghesu su sardu pigara su soprabentu. C’esti de nai che su portughesu esti incredibilmenti bixinu a su sardu. Ma su tedescu? Candu femmu pitticheddu, in prima elementari, femmu imparendi su tedescu, scetti un annu. Intzandus podi d’essi che su crebbeddu ari linkau (unu fueddu inglesu sardizau!) cussu periodu con su sardu poita candu femmu pitticcheddu femmu prus espostu a sa lingua sarda. Chini du sciriri? Scetti una cosa esti certa: tottas custas linguas mi funti ammacchiendi. Su poliglottismo non esti una passeggiara. Arribasa a d’unu puntu che su crebbeddu preguntara sa paxi interiori.

Ma podi dessi che sa prossima borta fatzu unu esperimentu: bollu ammisturai tottas sa lingua che conosciu e bollu biri ita ne beniri a forasa. Unu esperantu de sa menti mea? O scetti unu amisturu de tottas is esperientzas de sa vida mea?

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Due mandibole che cambiano la storia

jawbone“[Noi Homo sapiens] siamo figli di più padri e più madri di differenti specie e non c’è notizia più bella per un bambino così giovane come l’Homo sapiens.”

E’ con questa frase che tempo fa chiudevo un post sulla policentricità delle nostre origini come specie. E mi pare un buon punto di partenza per aprire questo nuovo post che parlerà lo stesso di policentricità ma in un pianeta piu antico di 2.8 milioni di anni.

Poca copertura mediatica a mio parere è stata data a due scoperte molto ravvicinate di questi giorni. La prima è la scoperta nella regione dell’Afar etiopico del piu antico resto del genere Homo, che sposta l’origine del genere 400 mila anni prima di quanto creduto finora. La seconda è la ricostruzione al computer di un fossile appartenuto a Homo habilis che ad una più attenta analisi si è rivelato più primitivo di altri resti di Homo habilis.

Ma vediamo la prima scoperta, quella più importante. LD-350-i è una semplice mandibola che però sposta l’inizio del nostro genere Homo di 400 mila anni, a 2.8 milioni di anni fa. Incredibilmente vicino (appena 200 mila anni) ai più recenti ritrovamenti di Australopitechus, il genere di ominidi più vicino al genere Homo e da cui si pensa gli Homo derivino. Lucy, il primo individuo femmina di Australopitechus, fu scoperto proprio in Afar a meno di 40 miglia da questa mandibola. Significa che forse Australopitechus e questa specie di transizione possano aver vissuto nello stesso ambiente. Questo non deve stupire ovviamente perché la coabitazione tra una specie appartenente ad un genere progenitore e la specie di transizione di un nuovo genere è quasi sempre scontata. Purtroppo l’opinione (sbagliata) comune è che vi sia una sorta di transizione lineare tra specie per cui una diventa l’altra. Classico esempio è quando qualcuno contesta l’evoluzione chiedendosi: “ma se deriviamo dalle scimmie perche’ ci sono ancora scimmie?”. Per prima cosa gli Homo sapiens non derivano dalle “scimmie” ma da altre specie Homo che a loro volta derivano da ominidi come Australopitecus che a loro volta derivano da un progenitore comune alle scimmie antropomorfe odierne, le quali hanno avuto una evoluzione parallela tale e quale alla nostra. Il modo migliore che uso per spiegare tutto questo è quello di pensare a cugini di secondo e terzo grado: non sono gli uni figli degli altri ma hanno un progenitore in comune. Ecco l’unica parentela che abbiamo con le scimmie antropomorfe odierne sta nel fatto che abbiamo tris-tris-tris nonni comuni. L’uno non deriva dall’altro ma si sono evoluti parallelamente a partire da un progenitore comune (un bel diagramma interattivo qui spiega bene il tutto). Ne deriva che quindi l’esistenza di un cugino non significa l’estinzione degli altri. Stesso puo’ essere detto della coabitazione tra i generi Australopitecus e Homo i quali hanno sicuramente “competed” (uso l’inglese perché oggi ho scoperto che il verbo competere è difettivo e manca dei tempi composti!) per le stesse prede ma ciò non comporta l’estinzione automatica del più antico genere. L’estinzione di Australopitecus infatti sembra legata più che altro ad un cambiamento ambientale dell’altopiano etiopico diventato più arido, un ambiente in cui Homo era più adattato.392-004-E6DE9132

Sullo stesso tema della coabitazione parliamo ora della seconda scoperta. OH-7 è un frammento mandibolare che si pensava appartenesse ad Homo habilis, il primo rappresentante del genere Homo. Le cose in realtà sono sempre più complesse di quanto sembrino e pare che questo frammento non appartenga ad Homo habilis ma ad un’altra specie. Quindi 1.8 milioni di anni fa (un milione di anni è passato dal primo fossile di cui abbiamo parlato e il genere Australopitecus è ormai estinto) ci sarebbero potute essere più di tre specie di Homo: habilis, rudolfensis, erectus e forse quest’altra. Quattro specie nella stessa regione allo stesso tempo. Come vedete ancora una volta non esiste linearità nell’evoluzione ma rami di grandi cespugli che si ramificano all’infinito. Gli autori della ricerca però non si fermano qui e ipotizzano qualcosa di assolutamente straordinario: forse alcune di queste specie di Homo derivano da differenti specie di Australopitecus. Infatti A. sediba è piu giovane di rudolfensis e potrebbe aver dato origine a habilis o erectus. Significa che le specie che comunemente associamo nel genere Homo potrebbero non essere imparentate tra loro e quindi dovremmo trovargli posto in altri generi. Ma queste sono le difficoltà che nascono nell’assegnare nomi, famiglie a specie che rifuggono dalla catalogazione umana: quando una specie diventa un’altra? E quando un genere si differenzia da un altro? Parliamo di scale di grigi dove un colore trasla ad un altro senza soluzione di continuità. La nostra catalogazione è vana e non sarai mai perfetta.oh7

Un ultimo commento a corollario di tutto ciò che è stato detto finora. Le decine di specie di ominidi e Homo che si sono avvicendate negli altopiani dell’Est dell’Africa hanno plasmato l’ambiente per milioni di anni. Cacciato milioni di prede, abbattuto milioni di piante, bruciato migliaia di foreste e di savane. E la savana africana che osserviamo oggi nel 2015 è anche frutto di quella interazione di milioni di anni tra ominidi/Homo e natura. Tutte le specie che osserviamo oggi si sono evolute con noi, grazie a noi. Dal leone alla gazzella, dall’elefante all’acacia. Il fattore umano è esistito per milioni di anni nel bene e nel male (che cosa significhino bene e male di fronte all’immensità di queste ere geologiche mi pare ridicolo da commentare). Ecco perché è assurdo togliere dalla formula dei parchi naturali il fattore umano. Un mondo scevro di umani non è naturale proprio per niente.

Concludo allora questo post parafrasando il titolo dell’altro post: “between 2.8 and 1.8 millions of years ago the planet-Africa was covered in Homo species”. Et voilà!

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