Archivi del mese: novembre 2018

Poppy fascism

Un altro anno e’ passato. Un altro anno con migliaia di fiori rossi dappertutto qui nel Regno Unito. Nelle piazze, nelle giacche, nei capellini, in TV, qualsiasi persona si mette e sfoggia con orgoglio il red poppy, ovvero il papavero rosso. Per chi non lo sapesse si tratta di un modo per commemorare in primis i morti della Prima Guerra mondiale e ora tutti gli altri morti nelle altre guerre durante il Remembrance Day. Credo che non esista abitudine piu odiosa del Remembrance Day per me. Sono riuscito ad integrarmi in tutto e per tutto qui in UK. Quando posso festeggio pure il 5 di Novembre che qui in Sussex e’ molto sentito, ma il Remembrance Day per me rappresenta il peggio del Regno Unito. Si commemorano i soldati morti in guerra, anche quelle guerre in cui il Regno ha mosso guerra per primo. E lo si fa senza pensarci, come automi senza cervello ci si mette questo papavero al petto con orgoglio e patriottismo. Quei pochi che vanno contro vengono attaccati, vilificati, ostracizzati. In certi posti di lavoro vieni costretto ad indossarlo anche se sei contro la guerra. Se non lo fai manchi di rispetto a chi si e’ sacrificato per la patria. Mi ricorda tantissimo quello che facevano i fascisti dopo la fine della prima guerra mondiale, con la perenne agiografia militaristica che riempiva le piazze italiane negli anni 20. Qui in UK ogni paesino ha il suo monumento per i caduti in guerra e nessuno mette in dubbio la loro eroicità, neppure quando bombardavano i civili dei paesi dell’Asse come rappresaglia.

A volte sono felicissimo di essere nato in un paese che ha perso la guerra: almeno nei paesi in cui si perde la guerra non ci dobbiamo sorbire l’ipocrisia del patriottismo di stato.

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L’effimera vita dei millennial

Questo post si ricollega molto bene al precedente e quindi vi consiglio di leggerli entrambi se non lo avete già fatto.

Tempo fa conobbi una ragazza molto giovane, appartenente a quella che viene definita come generazione dei millennial. Questa ragazza mi aveva molto colpito per alcuni motivi: mi aveva detto che non aveva mai posseduto un CD o DVD e mai avuto un lettore CD o DVD; la musica infatti l’ascoltava su Spotify; di libri cartacei ne aveva pochissimi e leggeva solo ebook; aveva uno smartphone ma questo non era di sua proprietà ma pagato con rate mensili tramite contratto fisso; si era presa una patente da poco ma non aveva alcuna intenzione di comprarsi un’auto; quando ne aveva bisogno l’affittava; ovviamente non aveva ancora una casa di proprietà ma non aveva intenzione neppure di avere questa. Tutta la sua vita era fatta di Subscription, contratti di affitto, decine di Terms & conditions dalle scritte minuscole e in legalese incomprensibile. La sua vita era un continuo divenire, legata strettamente alle sorti del resto della società capitalistica in cui viveva. E come tale effimera e su cui non aveva alcun controllo. Sarebbe bastata una crisi economica a livello globale per mandare sul lastrico tutte le compagnie su cui faceva affidamento. Un cyberattacco da un paese nemico e PUFF. Una tempesta solare e tutto in fumo. Se per questo sarebbe bastato semplicemente andare fuori dal campo di ricezione del suo smartphone per perdere l’intera sua vita. Era una ragazza gracile e soprattutto fragile e il suo corpo sembrava la perfetta metafora di quello che era la sua vita: fragile. Come una mosca in balia di una tempesta.

Da quando l’aveva conosciuta mi sono spesso chiesto cosa si provasse a non avere mai avuto il piacere di aprire la plastica di un CD, aprirne il contenitore, sfogliare il libretto con le foto, ascoltare la musica mentre si leggono i testi, portare il libretto ad un concerto e farselo autografare dai musicisti. Probabilmente non aveva mai ascoltato un intero album dall’inizio alla fine. Quella ragazza non aveva mai prestato un CD o un libro ad un amico e non ne aveva mai ricevuto uno in cambio. Non aveva mai ereditato dai genitori alcun libro o CD/LP e non lo farà con i suoi figli. Il ponte tra generazioni con la staffetta di librerie e videoteche ormai non esiste più. I millennial vedono, ascoltano e leggono solo film, musica e libri del loro tempo. Più ci penso e più mi rendo conto che questa nonostante la (finta) promessa di accesso ad infinite librerie di contenuti dei nostri tempi sia una perdita culturale agghiacciante e di una tristezza infinita. Come un mio collega millennial che non aveva mai visto Ghostbusters, Alien o Predator o Guerre Stellari perché non li aveva mai trovati nel catalogo Netflix o Amazon Prime. Come puoi comprendere i continui riferimenti nella cultura pop di questi film se non li ha mai visti?

Anni fa rimasi orfano di Lovefilm, un servizio che ti spediva DVD a casa per appena 7 sterline al mese. Mi piaceva perché mi permetteva di guardare film anche vecchi attingendo ad un catalogo enorme. Mi permetteva di colmare le mie lacune cinematografiche con grandi classici del passato. Classici delle generazioni dei miei genitori e perfino dei nonni. Passato poi a malavoglia a Netflix, mi ritrovo con un misero catalogo di appena 15 anni di età, che cambia in continuazione a seconda dei gusti effimeri del mercato. Film e serie TV vanno e vengono e se non li guardi al momento giusto rischi di perdere tutto. Come successo a mia moglie che ha cominciato l’ultima stagione di Dexter e dopo appena due episodi ha scoperto che era stata cancellata dal catalogo. Netflix poi può decidere o può essere costretta dai governi a cancellare o censurare titoli che nel 2018 vengono considerati blasfemi, offensivi o non-politically correct. Immaginatevi un movimento come quello di MeToo che chiede a gran voce il boicottaggio di film che hanno come protagonisti attori coinvolti o accusati di molestie. O un partito islamico che chiede la censura di alcuni film considerati blasfemi. Netflix sarebbe costretta da pochi organizzati e moderni cacciatori di streghe a censurare o cancellare.

Di recente un altro gigante della distribuzione di film classici come Filmstruck è stato chiuso e ora l’accesso ai classici è in serio pericolo visto che non vengono più prodotti o comprati su supporto fisico. Insomma, come ho detto nel post precedente il digitale non deve necessariamente sostituire il supporto fisico ma affiancarlo. Questa non è una guerra tra tecnologie come molti pensano, ma una questione di buon senso: bisogna accettare che ogni tecnologia ha i suoi limiti e che bisogna adottare o l’una o l’altra a seconda delle necessita. Ma soprattutto bisogna rendersi conto che l’odierna distribuzione di media è concentrata nelle mani di poche megacorporazioni alla merce’ di governi che possono censurare o cancellare dalla memoria collettiva opere per questioni ideologiche. Se vogliamo veramente che le nostre opere preferite ci rimangano e possano arrivare ai nostri figli senza censure dobbiamo anche investire nei supporti fisici. Altrimenti ci ritroviamo nella paradossale posizione in cui il controllo delle opere è nelle mani di pochi proprio nell’era in cui si ha un potenziale infinito accesso a tutto lo scibile umano. Altro che Fahrenheit 451. Come? Non lo conoscete? Ah, già lo hanno tolto dal catalogo online.

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La stupida guerra tra libro cartaceo e ebook

“Ma l’odore della carta? Vuoi mettere?”

“Sfogliare le pagine e sentire la carta tra le dita.”

“Collezionare i libri e metterli in bella vista nella propria libreria. Gli ebook non sostituiranno mai i libri di carta.”

Quante volte abbiamo sentito queste frasi da chi si rifiuta categoricamente di adottare gli ebook. Che noia vero? E però io trovo più noiosi quelli che criticano queste persone e li sbeffeggiano come retrogradi. Ho conosciuto ultimamente molte persone così intolleranti nei confronti dei libri di carta da raggiungere vette quasi ideologiche. “Mai più libri di carta.” “Libro di carta? Guarda che siamo nel 2018!” E così via. La verita come sempre sta nel mezzo.

È vero che il formato ebook permette di avere decine di migliaia di libri in un singolo apparecchio e puoi portarti questa biblioteca dove vuoi. È vero che si tratta di un formato più comodo e che non ha bisogno di particolari cure. Ma quello che cerchiamo in un libro non è solo il mero uso di questo. Esistono estetica, abitudini, sensazioni che appartengono alla categoria dei vecchi libri ma non agli ebook. Personalmente non sono un fanatico dell’uno o dell’altro mondo: li uso entrambi a seconda delle occasioni. Così come uso t-shirt per andare al mare ma camicia e cravatta per le occasioni importanti; l’auto per andare a lavoro ma la bici o a piedi per comprare il pane; una barra di cioccolato energetica per mantenermi durante un lungo viaggio intercontinentale o una bella cena in un ristorante elegante con mia moglie. Per lo stesso motivo per cui t-shirt, auto, barra di cioccolato sono modi molto efficienti di raggiungere il risultato, così è l’uso dell’ebook. Ciò non toglie che la vita sia fatta solo di misure efficienti per raggiungere un risultato. Altrimenti non esisterebbero mode, culture, estetica e la ricerca di emozioni legate a queste. E non esisterebbero vestiti eleganti soppiantati da tute e t-shirt, bici o equitazione soppiantati da auto e così via.

Avere un libro fisico, leggerlo, gustare l’edizione o la copertina, infilarlo nella propria libreria, per me fa ancora parte di un rito insostituibile. Quando viaggio invece o ho bisogno di testi introvabili su carta avere ebook è più facile da gestire.

Una nota a parte però sulla effimerità degli ebook: molto spesso quella immensa libreria che avete è solo in affitto, non siete proprietari degli ebook. La compagnia che ve li dà in affitto può toglierli in qualsiasi momento a causa di problemi di copyright, un governo può annunciare che certi titoli debbano essere banditi perché illegali o immorali, la compagnia può fallire e così via. Cose su cui riflettere.

 

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