Archivi del mese: novembre 2018

Ogni volta che cucini, un cuoco perde lavoro

L’immagine che trovate qui sopra sta facendo il giro dei social e pare che la gente ne condivida il suo contenuto. Se lo avete fatto anche voi o condividete ciò che vi è scritto vorrei farvi ragionare per alcuni minuti sulla sua fallacia e sono sicuro che vi farò cambiare idea.

Cosa dice? Dice di non usare le casse automatiche perché (1) tolgono lavoro alle persone, (2) non contribuiscono alle casse dello Stato con le ritenute sul salario e (3) non sono così convenienti. Questa fa parte della retorica che ormai va tanto di moda sul fatto che le macchine stiano rubando lavoro agli uomini. Ma è davvero cosi?

Ho due controargomentazioni che voglio proporvi al riguardo.

Nella prima voglio farvi ragionare sul seguente punto: immaginate se invece delle casse automatiche qualcuno cento anni fa si fosse lamentato dell’avvento delle ruspe. Anche le ruspe rubano il lavoro a decine di operai e per il “bene pubblico” dovremmo favorire centinaia di operai che scavano con un cucchiaino piuttosto che l’uso di una ruspa. Ridicolo giusto? Una società che come priorità ha la creazione di lavoro di per se stesso userebbe milioni di operai sui campi piuttosto che ruspe e trattori. E questo vale per qualsiasi innovazione tecnologica. Certo, invece che le fotocopiatrici, potremmo avere milioni di frati benedettini che copiano i libri e così far andare avanti l’economia con le tasse estorte…. ehm pardon… prodotte dal loro lavoro. Ma non  è forse risibile questo modo di pensare?

Potremmo addirittura estendere questo modo di pensare a tutti i lavori/mansioni che facciamo quotidianamente: perché cucinare a casa quando posso far cucinare un cuoco al ristorante? Ogni volta che cucinate a casa siete un po’ come le casse automatiche: rubate il lavoro ad un ristoratore. Ogni volta che guidate da soli rubate un lavoro ad un tassista e via dicendo. Per quale motivo possiamo cucinare e guidare ma non possiamo usare una cassa da soli?

Seconda controargomentazione riguarda invece più in generale il mito per cui le casse automatiche non producano ricchezza se non ai proprietari del supermercato.

Per fare un albero ci vuole un fiore, diceva la canzone. Se guardassimo oltre la superficie ci renderemmo conto che per fare una cassa automatica ci vuole… una compagnia. All’interno di una compagnia che costruisce queste macchine ci sono interi dipartimenti dediti a specifiche mansioni: un ufficio R&D con ingegneri, tecnici e product/project manager, uno per la loro produzione, un team che si occupa delle vendite, uno che si occupa della contabilità, uno del marketing, uno del supporto, uno delle spedizioni, uno delle installazioni, uno della manutenzione, uno che si occupa dell’upgrade del software/firmware, un ufficio HR, uno dell’alto management ecc. ecc. Questa compagnia di centinaia di dipendenti occupa uno spazio fisico, un ufficio, che produce indotto a livello locale con affitti, servizi, supermercati ecc. Dietro ad ogni cassa automatica quindi ci sono migliaia di persone che vivono di questo e fanno andare avanti l’economia (e che pagano le tasse visto che il secondo punto tocca questo argomento). Non solo ma dietro a queste persone ci sono vite, carriere, speranze e sogni, in una parola esseri umani. Dire quindi che queste casse automatiche rubino il lavoro a persone in carne e ossa è falso, al contrario danno più lavoro e creano più ricchezza dei cassieri in carne e ossa.

Spesso ci accontentiamo delle risposte più semplici, perché convalidano i nostri pregiudizi ma se guardiamo più in profondità ci rendiamo conto che ci sono cose che non si vedono, appunto la compagina che ha prodotto queste macchine.

 

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Un paese che impone sanzioni economiche a se stesso

Suicidio storico? Harakiri di proporzioni bibliche? O semplicemente martellata nei maroni? Chiamatelo come volete ma il Brexit deal firmato dalla May è tutto questo, eppure è l’accordo migliore che potesse uscire da due anni di negoziati. Alcuni dei 17 milioni di elettori che votarono per la Brexit – un misero 26% della popolazione, anche meno se consideriamo i residenti senza diritto di voto come noi cittadini europei – si sono resi conto solo ora che Brexit non è solo la fine dello sposalizio con l’UE ma addirittura del Regno Unito stesso. Il Regno, un poligamo con tante mogli – Irlanda, Scozia, Galles, Inghilterra – ora dovrà guardare in faccia alla realtà, alla sua poliamoria mai risolta. Il Regno si spaccherà nei prossimi anni con la Scozia che chiederà l’indipendenza e con l’addio dell’accordo del Good Friday in Irlanda del Nord. Un paese allo sbando, in balia di guerre commerciali tra USA e UE, senza industria e senza alleati. Ora dovrà ripagare 50 milioni di euro di divorzio, far parte del mercato europeo ma senza avere controllo sulle regole. Insomma Brexit è il primo caso della storia di un paese che impone sanzioni economiche a se stesso.

La May per la prima volta dopo due anni ha detto una cosa giusta: abbiamo tre possibilità, “this Brexit Deal, no Brexit deal or no Brexit.”

Esatto. Si può ancora fermare Brexit. Bisogna solo avere le palle di ammettere i propri errori, come molti brexiteer stanno facendo in questi giorni.

 

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Le meretrici

Giustamente la categoria dei giornalisti si è indignata a sentirsi dare delle “puttane” dai leader del Movimento 5 Stelle sul caso della Raggi. E in ogni democrazia che si rispetti il politico che contesta la stampa farebbe rabbrividire. In una democrazia che si rispetti, appunto. Non in Italia quindi. Certo dobbiamo indignarci tutti per queste parole pronunciate da persone che si trovano nelle istituzioni ma… Di Battista in fondo in fondo non aveva un po’ di ragione? Eppure, il giornalismo italiano è tecnicamente supino alla politica. Ne riceve denaro, posizioni, potere. Non esiste direttore di un grande giornale che non abbia un padrone o padrino politico, o per restare sul tema pappone politico. Certo non sono vere fellatio quelle che vediamo nei giornali ma “favori” in cambio di altri favori.

Ed è veramente curioso che la categoria dei giornalisti si chiuda a riccio quando attaccata quando sono stati proprio loro gli artefici di questo governo. Chi sbatteva in prima pagina il mostro immigrato? Chi creava un clima di paura dove la percezione sull’immigrazione è talmente sballata da sembrare 3 volte superiore a quella che veramente è (vedere grafico sopra)? Chi giustificava l’italiano che stupra o neppure lo riportava? Chi ha creato un partito da 35% di consensi a livello nazionale, la Lega, partendo da un misero 5% in pochi mesi? La Lega era morta, non esisteva, ma è bastato dargli la volata sui giornali per crearla. Salvini non ha avuto bisogno di spin doctors. Gli sono bastate le puttane, appunto. Chi ha condiviso fake news su fake news per avere click? Il click-bait non è altro che la versione giornalistica di una tetta ammiccante per strada, un culo ben in vista tra i bidoni di una via secondaria per acchiappare più clienti.

I giornalisti italiani sono i responsabili principali del clima di tensione, del razzismo, della xenofobia di questo paese. Ogni volta che hanno una notizia fra le mani hanno una scelta: non metterla o metterla. E loro la mettono sempre in prima pagina. Ogni volta che un ministro parla contro una categoria possono scegliere se contestarlo/a o chiamare un’altra persona per un contradditorio. Ma non lo fanno mai. Da meretrici che sono scelgono sempre la sottomissione in cambio della sicurezza. Mercanteggiano la dignità propria e di certe categorie minoritarie e indifese per il proprio benestare, schermati dalla loro presunta neutralità.

Quindi no, non mi scandalizzo a sentire che gli viene dato delle puttane. Mi scandalizzo piuttosto del fatto che ci voglia il turpiloquio contro la categoria tutta per farli andare contro questo governo. Che gli si continui a dargli delle puttane allora. Magari riusciremo ad avere finalmente una stampa meno supina al governo.

 

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Poppy fascism

Un altro anno e’ passato. Un altro anno con migliaia di fiori rossi dappertutto qui nel Regno Unito. Nelle piazze, nelle giacche, nei capellini, in TV, qualsiasi persona si mette e sfoggia con orgoglio il red poppy, ovvero il papavero rosso. Per chi non lo sapesse si tratta di un modo per commemorare in primis i morti della Prima Guerra mondiale e ora tutti gli altri morti nelle altre guerre durante il Remembrance Day. Credo che non esista abitudine piu odiosa del Remembrance Day per me. Sono riuscito ad integrarmi in tutto e per tutto qui in UK. Quando posso festeggio pure il 5 di Novembre che qui in Sussex e’ molto sentito, ma il Remembrance Day per me rappresenta il peggio del Regno Unito. Si commemorano i soldati morti in guerra, anche quelle guerre in cui il Regno ha mosso guerra per primo. E lo si fa senza pensarci, come automi senza cervello ci si mette questo papavero al petto con orgoglio e patriottismo. Quei pochi che vanno contro vengono attaccati, vilificati, ostracizzati. In certi posti di lavoro vieni costretto ad indossarlo anche se sei contro la guerra. Se non lo fai manchi di rispetto a chi si e’ sacrificato per la patria. Mi ricorda tantissimo quello che facevano i fascisti dopo la fine della prima guerra mondiale, con la perenne agiografia militaristica che riempiva le piazze italiane negli anni 20. Qui in UK ogni paesino ha il suo monumento per i caduti in guerra e nessuno mette in dubbio la loro eroicità, neppure quando bombardavano i civili dei paesi dell’Asse come rappresaglia.

A volte sono felicissimo di essere nato in un paese che ha perso la guerra: almeno nei paesi in cui si perde la guerra non ci dobbiamo sorbire l’ipocrisia del patriottismo di stato.

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L’effimera vita dei millennial

Questo post si ricollega molto bene al precedente e quindi vi consiglio di leggerli entrambi se non lo avete già fatto.

Tempo fa conobbi una ragazza molto giovane, appartenente a quella che viene definita come generazione dei millennial. Questa ragazza mi aveva molto colpito per alcuni motivi: mi aveva detto che non aveva mai posseduto un CD o DVD e mai avuto un lettore CD o DVD; la musica infatti l’ascoltava su Spotify; di libri cartacei ne aveva pochissimi e leggeva solo ebook; aveva uno smartphone ma questo non era di sua proprietà ma pagato con rate mensili tramite contratto fisso; si era presa una patente da poco ma non aveva alcuna intenzione di comprarsi un’auto; quando ne aveva bisogno l’affittava; ovviamente non aveva ancora una casa di proprietà ma non aveva intenzione neppure di avere questa. Tutta la sua vita era fatta di Subscription, contratti di affitto, decine di Terms & conditions dalle scritte minuscole e in legalese incomprensibile. La sua vita era un continuo divenire, legata strettamente alle sorti del resto della società capitalistica in cui viveva. E come tale effimera e su cui non aveva alcun controllo. Sarebbe bastata una crisi economica a livello globale per mandare sul lastrico tutte le compagnie su cui faceva affidamento. Un cyberattacco da un paese nemico e PUFF. Una tempesta solare e tutto in fumo. Se per questo sarebbe bastato semplicemente andare fuori dal campo di ricezione del suo smartphone per perdere l’intera sua vita. Era una ragazza gracile e soprattutto fragile e il suo corpo sembrava la perfetta metafora di quello che era la sua vita: fragile. Come una mosca in balia di una tempesta.

Da quando l’aveva conosciuta mi sono spesso chiesto cosa si provasse a non avere mai avuto il piacere di aprire la plastica di un CD, aprirne il contenitore, sfogliare il libretto con le foto, ascoltare la musica mentre si leggono i testi, portare il libretto ad un concerto e farselo autografare dai musicisti. Probabilmente non aveva mai ascoltato un intero album dall’inizio alla fine. Quella ragazza non aveva mai prestato un CD o un libro ad un amico e non ne aveva mai ricevuto uno in cambio. Non aveva mai ereditato dai genitori alcun libro o CD/LP e non lo farà con i suoi figli. Il ponte tra generazioni con la staffetta di librerie e videoteche ormai non esiste più. I millennial vedono, ascoltano e leggono solo film, musica e libri del loro tempo. Più ci penso e più mi rendo conto che questa nonostante la (finta) promessa di accesso ad infinite librerie di contenuti dei nostri tempi sia una perdita culturale agghiacciante e di una tristezza infinita. Come un mio collega millennial che non aveva mai visto Ghostbusters, Alien o Predator o Guerre Stellari perché non li aveva mai trovati nel catalogo Netflix o Amazon Prime. Come puoi comprendere i continui riferimenti nella cultura pop di questi film se non li ha mai visti?

Anni fa rimasi orfano di Lovefilm, un servizio che ti spediva DVD a casa per appena 7 sterline al mese. Mi piaceva perché mi permetteva di guardare film anche vecchi attingendo ad un catalogo enorme. Mi permetteva di colmare le mie lacune cinematografiche con grandi classici del passato. Classici delle generazioni dei miei genitori e perfino dei nonni. Passato poi a malavoglia a Netflix, mi ritrovo con un misero catalogo di appena 15 anni di età, che cambia in continuazione a seconda dei gusti effimeri del mercato. Film e serie TV vanno e vengono e se non li guardi al momento giusto rischi di perdere tutto. Come successo a mia moglie che ha cominciato l’ultima stagione di Dexter e dopo appena due episodi ha scoperto che era stata cancellata dal catalogo. Netflix poi può decidere o può essere costretta dai governi a cancellare o censurare titoli che nel 2018 vengono considerati blasfemi, offensivi o non-politically correct. Immaginatevi un movimento come quello di MeToo che chiede a gran voce il boicottaggio di film che hanno come protagonisti attori coinvolti o accusati di molestie. O un partito islamico che chiede la censura di alcuni film considerati blasfemi. Netflix sarebbe costretta da pochi organizzati e moderni cacciatori di streghe a censurare o cancellare.

Di recente un altro gigante della distribuzione di film classici come Filmstruck è stato chiuso e ora l’accesso ai classici è in serio pericolo visto che non vengono più prodotti o comprati su supporto fisico. Insomma, come ho detto nel post precedente il digitale non deve necessariamente sostituire il supporto fisico ma affiancarlo. Questa non è una guerra tra tecnologie come molti pensano, ma una questione di buon senso: bisogna accettare che ogni tecnologia ha i suoi limiti e che bisogna adottare o l’una o l’altra a seconda delle necessita. Ma soprattutto bisogna rendersi conto che l’odierna distribuzione di media è concentrata nelle mani di poche megacorporazioni alla merce’ di governi che possono censurare o cancellare dalla memoria collettiva opere per questioni ideologiche. Se vogliamo veramente che le nostre opere preferite ci rimangano e possano arrivare ai nostri figli senza censure dobbiamo anche investire nei supporti fisici. Altrimenti ci ritroviamo nella paradossale posizione in cui il controllo delle opere è nelle mani di pochi proprio nell’era in cui si ha un potenziale infinito accesso a tutto lo scibile umano. Altro che Fahrenheit 451. Come? Non lo conoscete? Ah, già lo hanno tolto dal catalogo online.

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La stupida guerra tra libro cartaceo e ebook

“Ma l’odore della carta? Vuoi mettere?”

“Sfogliare le pagine e sentire la carta tra le dita.”

“Collezionare i libri e metterli in bella vista nella propria libreria. Gli ebook non sostituiranno mai i libri di carta.”

Quante volte abbiamo sentito queste frasi da chi si rifiuta categoricamente di adottare gli ebook. Che noia vero? E però io trovo più noiosi quelli che criticano queste persone e li sbeffeggiano come retrogradi. Ho conosciuto ultimamente molte persone così intolleranti nei confronti dei libri di carta da raggiungere vette quasi ideologiche. “Mai più libri di carta.” “Libro di carta? Guarda che siamo nel 2018!” E così via. La verita come sempre sta nel mezzo.

È vero che il formato ebook permette di avere decine di migliaia di libri in un singolo apparecchio e puoi portarti questa biblioteca dove vuoi. È vero che si tratta di un formato più comodo e che non ha bisogno di particolari cure. Ma quello che cerchiamo in un libro non è solo il mero uso di questo. Esistono estetica, abitudini, sensazioni che appartengono alla categoria dei vecchi libri ma non agli ebook. Personalmente non sono un fanatico dell’uno o dell’altro mondo: li uso entrambi a seconda delle occasioni. Così come uso t-shirt per andare al mare ma camicia e cravatta per le occasioni importanti; l’auto per andare a lavoro ma la bici o a piedi per comprare il pane; una barra di cioccolato energetica per mantenermi durante un lungo viaggio intercontinentale o una bella cena in un ristorante elegante con mia moglie. Per lo stesso motivo per cui t-shirt, auto, barra di cioccolato sono modi molto efficienti di raggiungere il risultato, così è l’uso dell’ebook. Ciò non toglie che la vita sia fatta solo di misure efficienti per raggiungere un risultato. Altrimenti non esisterebbero mode, culture, estetica e la ricerca di emozioni legate a queste. E non esisterebbero vestiti eleganti soppiantati da tute e t-shirt, bici o equitazione soppiantati da auto e così via.

Avere un libro fisico, leggerlo, gustare l’edizione o la copertina, infilarlo nella propria libreria, per me fa ancora parte di un rito insostituibile. Quando viaggio invece o ho bisogno di testi introvabili su carta avere ebook è più facile da gestire.

Una nota a parte però sulla effimerità degli ebook: molto spesso quella immensa libreria che avete è solo in affitto, non siete proprietari degli ebook. La compagnia che ve li dà in affitto può toglierli in qualsiasi momento a causa di problemi di copyright, un governo può annunciare che certi titoli debbano essere banditi perché illegali o immorali, la compagnia può fallire e così via. Cose su cui riflettere.

 

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