Archivi del mese: gennaio 2018

Le cose buone fatte quando c’era lui

Leggo con molto dispiacere un pezzo di Giordano Bruno Guerri su Il Giornale. Giordano Bruno Guerri che in genere apprezzo per il suo acume ma che oggi mi rende basito.

Che cosa dice GBG? GBG se la prende con Mattarella, con molto garbo ma con un certo modo di fare saputello, sulla questione del fascismo che, secondo il presidente, non ebbe alcun merito.

Il pezzo di GBG si apre con quasi due colonne di precisazioni e di “mani avanti” sul fatto che lo scrivente non è fascista ma anzi democratico liberale. E già aprire con un “metto le mani avanti non si sa mai che venga accusato di fascismo” fa storcere il naso nella bocca di uno come Guerri. Queste sono frasi che vengono dette dall’uomo comune del bar “non sono razzista ma…”, “non sono fascista ma…”. Ma è il seguito che sconvolge per le banalità sconcertanti di un livello, appunto, da chiacchiere da bar.

Il fascismo ha costruito tante cose, grandi opere pubbliche, bonifica delle paludi, scolarizzazione ecc. -dice sostanzialmente Guerri. Interessante. Mmm. Vado avanti pensando che ci sia qualcosa di più in questo articolo e invece finisce come inizia, come una chiacchiera da bar.

Il motivo per cui trovo sconcertante un discorso del genere sulla bocca di Guerri è che una persona come lui sarebbe stata in grado di comprendere già da tempo che è nel DNA di una dittatura, ogni dittatura, quella di creare grandi opere, per vari motivi tra cui prestigio e autocelebrazione, ma soprattutto – proprio perché si tratta di una dittatura – perché non esistono i lacci e i lacciuoli tipici di una democrazia liberale. I diritti di proprietà sono sottomessi al “bene comune” che coincide col “bene del governo” e quindi l’esproprio è onnipresente e non ha conseguenze economiche sullo stato né giudiziarie da parte dell’espropriato. Mezzi di produzione dei privati sono spesso in mano al volere del governo o sono nazionalizzati. Materie prime vengono estratte e raffinate spesso da aziende pubbliche e usate per le opere promosse dal governo. Tutte le energie della nazione vengono spremute per costruire queste “cose buone” di cui gli uomini mediocri e ignoranti si vantano al bar. Le minoranze non vengono consultate, le decisioni vengono prese dall’alto e da pochi e non esiste dissenso per cui le cose vengono fatte in grande, velocemente e senza problemi. Di fatti le più grandi opere pubbliche e ingegneristiche sono state costruite sotto dittature come nella Germania Nazista, nell’URSS sovietica o se andiamo più lontano nel tempo durante gli imperi antichi come quello romano o egizio. Nessuno parlerebbe di cose buone fatte da Ramses nonostante il suo pugno di ferro su milioni di egizi e schiavi. Nessuno almeno in Italia si vanterebbe delle grandi opere costruite da Stalin. E per non andare tanto lontano nel tempo pensiamo a come in Cina nel 2018 si possano costruite intere città in pochi mesi. Sono sicuro che GBG non parlerebbe mai di cose buone fatte dal comunismo maoista.

Eppure lo facciamo continuamente sul fascismo, questo perpetuo vizio dell’uomo mediocre del bar di non vedere -come ci insegna Frederic Bastiat nella storia della Fallacia della finestra rotta- ciò che non si vede. Possiamo pensare che rompere una finestra metta in moto l’economia grazie al commercio di nuove finestre (quello che si vede) ma in realtà nessuno vede la distruzione di una finestra e la sua conseguente perdita economica (ciò che non si vede). E così vediamo queste grandi opere pubbliche, come specchi per le allodole ne siamo attratti, ma non vediamo a che costo sono state fatte e quali perdite enormi ci sono state per chi stava dalla parte sbagliata.

 

 

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Cosa sta succedendo adesso in Siria

I mass media hanno chiuso il sipario sulla guerra in Siria ormai da tempo e il motivo è semplice: i loro padroni hanno perso la guerra quindi non c’è più niente da far vedere. L’ISIS è stato quasi del tutto annientato a Ovest dell’Eufrate dall’esercito siriano, da Hezbollah e dai russi. Resiste ancora in alcune sacche ad Est dell’Eufrate dove lentamente i curdi dell’SDF (misto a milizie arabe) stanno cercando di sconfiggerlo a fatica. In Iraq le milizie sciite (PMU), l’esercito iracheno e l’Iran hanno sconfitto l’ISIS del tutto. Ma la guerra non è finita, anzi si sta aprendo un nuovo capitolo molto interessante e che potrebbe avere ripercussioni ben più gravi per l’Occidente. Mentre l’esercito siriano avanza dentro l’emirato di Al Nusra (Al Qaeda in Siria) in Idlib con un certo successo, la Turchia ha deciso di muovere guerra contro un cantone curdo al suo confine, Afrin.

Per chi fosse a digiuno della situazione siriana la Rojava curda è composta da tre cantoni: Jazira e Kobane, l’una adiacente all’altra e Afrin, un’enclave a nordest separata da una lingua di terra conquistata dai mercenari turcomanni al soldo della Turchia (Jarablus e Al Bab) l’anno scorso. Mentre Kobane e Jazira sono sotto la protezione della coalizione USA sotto il gruppo ombrello chiamato SDF, Afrin è sempre stato isolato e recentemente i russi hanno stabilito alcuni punti di comando. Al contrario di quanto si possa pensare Afrin, e parzialmente anche gli altri due cantoni, sono ancora sotto l’amministrazione siriana. Per esempio gli stipendi per dipendenti pubblici arrivano ancora da Damasco, beni di prima necessita pure e molte delle armi provengono dal governo siriano. Sia ad Afrin che nel resto della Rojava il separatismo non è mai stato dichiarato come obiettivo primario, anzi i curdi siriani, al contrario dei curdi iracheni, sono sempre stati per una soluzione federale o confederale dentro la Siria. E questo è un punto che molti osservatori occidentali sbagliano di continuo confondendo YPG/YPJ con peshmerga e governo Barzani iracheni.

Negli ultimi giorni la Turchia ha dichiarato guerra al cantone di Afrin parlando genericamente di guerra contro il terrorismo (operazione sarcasticamente chiamata Ramo d’Olivo, no non scherzo). Centinaia di feriti e decine di morti tra la popolazione civile inerme e decine di morti tra miliziani qaedisti e guerriglieri YPG. La cosa più interessante è che questo avviene in un momento cruciale della guerra: l’ISIS è defunto e Idlib sta per essere liberata dall’esercito siriano. Sia l’ISIS appoggiato/adiuvato dalla Turchia e i qaedisti di Idlib finanziati e guidati dalla coppia Turchia/Qatar stanno per essere spazzati via. Erdogan ha dovuto cedere a Putin su questo punto e giusto in tempo per i colloqui di Astana ha chiesto in cambio Afrin. Erdogan ha detto più volte che vuole usare Afrin come territorio cuscinetto dove spostare i 2 milioni di rifugiati siriani nel suo territorio (e probabilmente i qaedisti turcomanni, uiguri e turkmeni che scapperanno da idlib nei prossimi mesi) a costo di epurare Afrin dei curdi. La Russia ha però prima cercato di trovare un accordo con Afrin: l’offerta prevedeva la sottomissione delle milizie curde all’esercito siriano e pare i pozzi petroliferi di Deir Ezzor a est dell’Eufrate in cambio della protezione contro la Turchia. Per quanto mi stiano a cuore le sorti dei curdi della Rojava devo ammettere che il comportamento russo è stato l’unico possibile e più razionale: se la Russia avesse difeso Afrin senza qualcosa in cambio sarebbe andata in conflitto diretto con la Turchia, con cui ha appena ricucito e ha appena venduto un bel po’ di S-400. Erdogan allora avrebbe chiesto l’intervento della NATO e la Russia si sarebbe trovata pure gli USA contro. Far entrare l’esercito siriano in Afrin, almeno nominalmente invece avrebbe neutralizzato qualsiasi rivendicazione turca sul fatto che il confine fosse in mano ai terroristi curdi. YPG/YPJ invece hanno stupidamente detto di no a quest’accordo pensando forse che quello di Erdogan fosse stato solo un bluff. I russi allora si sono ritirati da Afrin. E invece i turchi sono entrati in guerra eccome, non solo coi mercenari qaedisti di Jarablus ma pure con mezzi, aviazione e truppe turche.

Fatto clamoroso che i media non hanno evidenziato per niente: il membro della NATO Turchia va a fare la guerra a un alleato degli USA, altro componente della NATO. Erdogan sta facendo questo per motivi anche interni alla sua diatriba con la NATO. Vuole forzare gli USA a concedergli qualcosa pur di non distruggere la NATO. I turchi così come hanno fatto con il patto con l’UE sui rifugiati, sono abituati al ricatto pur di ottenere qualcosa in cambio. Sanno che UE e NATO non si possono permettere una Turchia indipendente o peggio alleata della Russia e quindi forzano la mano delle alleanze.

È di poche ore fa però l’annuncio da parte di un portavoce del YPG in cui si chiede formalmente al governo siriano di intervenire ad aiutare Afrin contro invasione turca, dando l’accesso all’esercito siriano, e di fatto reintegrando completamente Afrin all’interno della Siria. Se questo avverrà ci saranno delle contropartite in gioco e Assad darà condizioni molto precise. Purtroppo anche in questo giro i curdi hanno fatto errori strategici madornali. Prima si sono alleati con gli USA, inaffidabili per loro natura, e poi non hanno compreso che la Russia ha anche interesse a non entrare in conflitto con la Turchia. Come andrà a finire? Erdogan sarà la scheggia impazzita che distruggerà la NATO e il processo di pace in Siria? Oppure gli verrà offerto qualcosa in cambio dagli USA/Russia e se sì che cosa? Vi terrò aggiornati.

P.S.

Se vi piace quello che scrivo su questi temi vi prego di diffondere questi post sui social. Purtroppo non ci sono molte persone che scrivono di queste cose e spero che tutte le informazioni che raccolgo dalle mie fonti primarie su campo siano utili a comprendere meglio quello che succede in Siria. Grazie mille!

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La razza bianca

No, non voglio entrare nel merito della discussione politica sul caso Fontana. Ma vorrei prendere spunto da quello che e’ successo per parlare di una questione a cui e’ legata. Avrete sicuramente notato che negli ultimi anni ogni volta che si parla di razze umane dopo le giuste reazioni di sdegno arrivano poi gli articoli pseudoscientifici che ci rassicurano che le razze la scienza ha negato che esistano. Ci dicono sempre che la genetica ha provato una volta per tutte che le differenze tra individui all’interno di un gruppo che definiamo razza sono più di quelle tra individui di razze diverse. Tutto vero ma anche tutto fuorviante però dal punto di vista della condanna al razzismo. Mi ricorderò sempre quando negli anni 90 Bill Clinton tutto soddisfatto disse al mondo in un famoso discorso che le differenze tra le razze erano meno che tra individui della stessa razza. La scienza, disse, ce lo conferma. E io fin da quando lo ascoltai mi chiesi: e se la scienza non ce lo avesse confermato? Se dallo studio della genetica di popolazione avessimo avuto conferma del contrario cosa avrebbe fatto e detto Bill Clinton? La verità e’ che non avrebbe detto niente perché i politici cercano nella scienza solo le conferme delle loro convinzioni. Ma fermi tutti. Se le razze esistessero cosa cambierebbe? Il razzismo sarebbe giustificato? No, ma dove sta scritto? Negare l’esistenza di differenze tra gruppi umani non e’ una base etica per la condanna del razzismo, significa solo coprirsi gli occhi e non capire dove sta il problema: il problema sta nel considerare una popolazione superiore o più evoluta rispetto alle altre. I razzisti non sono coloro che credono che esistano le razze, ma coloro che credono che esistano razze superiori alle altre. Ma nel discorso pubblico ormai la parola razzista ha assunto i connotati di colui che crede nell’esistenza delle razze. Punto.

In biologia non esistono le razze. Esistono le specie e le subspecie. Quelle che comunemente definiamo razze, per esempio nella classificazione dei cani o per i gatti, non hanno alcun valore in biologia ma solo nella zootecnia. Un biologo non vi parlerà mai di razze ma di specie. varianti ecc. Inoltre nella differenza tra animali d’allevamento e umani c’è anche una questione pratica di non poco conto: non esistono popolazioni completamente isolate geneticamente. Siamo tutti collegati e interfecondi (e meno male!).

Ma da qua a dire che le razze nella specie umana non esistano (biologicamente) e che non esistano delle differenze tra gruppi umani ce ne e’ di differenza (scusate la ripetizione). Le differenze esistono e questo e’ innegabile. E queste differenze possono essere agglomerate in gruppi più grandi, spesso definiti geograficamente da continenti o isole. Sta di fatto che io posso prendere il DNA di una persona e sapere esattamente da che parte provengono i suoi progenitori. Come e’ possibile? Alla faccia del siamo tutti uguali. Ma dire che siamo diversi, la verità, perché dovrebbe naturalmente condurre al razzismo?

E ora vi lascio con un esperimento mentale: immaginate un mondo (già esistito ma ora ormai concluso a causa dei nostri progenitori; leggere qui se volete capire di quale scenario sto parlando) in cui Homo sapiens, Neanderthal, denisoviani e altre specie di Homo convivano nel 2018. Ammettiamo che anche in questo mondo esistano i razzisti. Che argomento utilizzereste contro di loro: a. le razze non esistono, siamo tutti uguali oppure b. la diversità’ e’ un valore e lo scambio genetico/culturale e’ una cosa positiva per tutti?

 

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Vi racconto le proteste in Iran

Il guaio di essermi interessato così tanto alle vicende mediorientali negli ultimi tre anni – e soprattutto al campo sciita- è che quando leggo commenti su giornali o su Twitter di gente che non ha alcuna idea neppure di dove siano i singoli paesi mediorientali sulla mappa mi viene la pelle d’oca. Ribrezzo pure, perché molte decisioni politiche prese dall’Occidente si basano su false informazioni, spesso attivamente falsificate per motivi politici e militaristici.

Ne è un esempio lampante quello che sta succedendo in Iran in questi giorni. I media e i politici approfittatori, come Trump, Boris Johnson e Netanyahu, si sono subito fiondati a commentare sulle manifestazioni di piazza in Iran come se fossero la prova che la “Gente” – il nuovo dio moderno che tutto fa e tutto comanda – sia contro il regime degli ayatollah. Addirittura che questa sia una replica delle manifestazioni del 2009 o perfino -e questo ancora più grave – che la gente stia manifestando contro oppressione religiosa, vedi discussioni infinite sulla liberazione delle donne dal velo ecc. Niente di più falso e soprattutto ridicolo. Ripeto, ridicolo. Spieghiamo perché allora e cerchiamo di capire cosa stia succedendo.

Le prime manifestazioni sono avvenute in piccoli e medi centri urbani e non sono, pare, state organizzate o pianificate da qualche parte politica. Motivo? Alti prezzi soprattutto dei beni di prima necessità e contro la corruzione. Nelle ore seguenti esponenti di partiti conservatori e dei falchi nemici di Rohuani e dell’accordo nucleare dell’attuale governo hanno cavalcato le proteste dandogli una sorta di struttura diciamo più organica dal punto di vista politico. I manifestanti sono per il 90% giovani sotto i 25 anni, non hanno affiliazione politica definita e fanno parte della classe più bassa in Iran. Infatti a Teheran, citta della classe medio-borghese, le proteste sono poche. Ed ecco la più grande differenza con le proteste del 2009: quelle proteste furono organizzate dalla classe borghese con intenti politici. Infatti gli stessi organizzatori di quelle proteste hanno preso le distanze dagli odierni scontri di piazza perché non si riconoscono in quella che loro non vedono come una rivoluzione ma semplicemente un tumulto popolare per le condizioni economiche difficili.

Non c’entra nulla la religione, non c’entra nulla il velo, la condizione della donna e neppure si mette in discussione il regime degli ayatollah. E questo è un errore che in generale in Occidente fanno in molti, continuamente. L’opposizione anticlericale è praticamente inesistente, perché o in esilio prima e durante il ’79 o perché in prigione. Nessuno contesta la struttura teocratica quando si manifesta per le strade. Si contestano i governi, l’economia, la corruzione. Non ci sono eroici anticlericali che vogliono abbattere il regime dei chierici, come noi occidentali sogniamo di vedere. Ma esistono temi di cui si parla anche in pubblico senza paura di censura o arresti e che poi condizionano le elezioni.

L’Iran è un paese molto complesso, con un sistema politico più vicino alle democrazie occidentali che non alle monarchie mediorientali. Quello che il cittadino medio occidentale pensa dell’Iran è: un regime oppressivo con un unico partito al potere. Un mix tra Corea del Nord, Nazismo e Inquisizione spagnola. Non è così. L’Iran è una repubblica con un parlamento (Majlis) eletto dalla popolazione attraverso votazioni quadriennali abbastanza libere per gli standard mediorientali. Un sistema in cui partecipano svariati partiti con idee molto diverse tra loro. Il parlamento poi elegge il presidente (attuale è il riformista Rouhani). Al parlamento siedono parlamentari di ogni estrazione sociale, etnia e religione. Secondo la Costituzione le minoranze religiose hanno di diritto 5 seggi: due per cristiani armeni, uno per cristiani assiri, uno per ebrei (25000 oggi, la più grande comunità dopo Israele in Medio Oriente) e uno per zoroastriani. Sunniti sono rappresentati soprattutto attraverso i seggi del Baluchistan.

Ogni otto anni i cittadini votano per l’assemblea degli esperti. Questa poi voterà per eleggere il leader supremo (l’attuale Khamenei). Khamenei fa le veci del presidente della repubblica tipico delle repubbliche occidentali e ha poteri anche giudiziari come con i giudici della Corte Suprema americana. È presidente a vita ma non ha poteri assoluti come Re Salman dell’Arabia Saudita, Kim Jong Un o Saddam Hussein. Ha ovviamente anche poteri religiosi e di fatto attraverso il Consiglio dei Guardiani controlla che le leggi approvate dal parlamento siano conformi alla legge islamica (comunque il diritto sciita è diverso da quello sunnita ed è integrato da provvedimenti presi durante la leadership di Khomeini). Se vi sconvolge il fatto che sia eletto a vita pensate ai monarchi delle democrazie occidentali che non sono neppure eletti o ai senatori a vita italiani o ai giudici della corte suprema americana. O pensate all’alleato Arabia Saudita dove il potere del re e’ praticamente assoluto e le minoranze religiose vengono attivamente discriminate e represse.

Paradossalmente aiutare o sostenere gli attuali tumulti nelle strade iraniane avrà esattamente l’effetto contrario sperato in Occidente. Ovvero, la presa di potere degli ultraconservatori nemici di Rouhani e contrari all’accordo sul nucleare firmato quando c’era Obama (una delle poche cose giuste che ha fatto Obama a livello internazionale). Ed è infatti proprio quello che vogliono Repubblicani americani e israeliani. Far salire al potere gli estremisti per poi giustificare un intervento militare in Iran. L’Iran non è un paradiso e la sharia vige su tutto. Non è neppure una democrazia come la intendiamo noi (e il sottoscritto verrebbe impiccato o flagellato quasi sicuramente) ma negarne la complessità e mentire spudoratamente sui media è un insulto all’intelligenza e non aiuta di certo la causa di chi vuole vedere un Iran più libero.

 

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